“Asteroidi” persi nell’universo di Leo Caleo

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Ho deciso che per il 2021 (perché, oggi come oggi, preferisco guardare al futuro) il nome su cui scommetterò sarà quello di Leo Caleo. Non ditemi niente, ho ragione io: la conferma astrale circa la vocazione poetica del progetto solista del giovanissimo cantautore toscano sta tutta nella rima implicita sottesa nel nome che porta. E se è vero, come dicono i latini, che omen nomen, allora non posso far altro che confidare nell’allineamento celeste con la sicurezza di chi scommette sulla certezza di riuscita.

La prima volta che ho ascoltato il singolo di Leo – sì, ho la fortuna di avere amici cantautori che fanno belle cose, e che me le fanno ascoltare con anticipo – è successo qualcosa di incredibile al mio corpo: ha cominciato a sciogliersi. Ben inteso, niente di preoccupante; solo quella sensazione di formicolante intorpidimento che solitamente restituisce lo svalicamento delle “porte della percezione” di Huxley, ma senza far uso di alcun tipo di sostanza allucinogena. Sì, perché la musica, quando è bella, è uno dei più potenti stimolatori esistenti in natura, e ascoltare “Asteroidi”, quel giorno, deve aver scatenato in me un party a base di endorfina che mi stese, letteralmente: due minuti dopo aver premuto play, sentivo di essere parte del divano su cui ero seduto e di star colando dalle pareti come vernice fresca, espandendomi come il Mister Bombardini di David Foster Wallace ne “La Scopa del Sistema”, che coltiva nel segreto delle sue paturnie il desiderio di fagocitare e farsi fagocitare dall’Universo.

Oggi, all’uscita di “Asteroidi”, è successo proprio questo: divorando il brano di Caleo mi sono sentito divorare da qualcosa di più grande, di più “universale”; credo sia questa la sensazione che si prova di fronte alla bellezza, quando sa farsi profondamente umana e annullare ogni tipo di distanza fra la potenza e l’atto della nostra auto-realizzazione di esseri senzienti, e sensibili. Commuoversi, dopotutto vuol dire questo: spostarsi da una condizione all’altra, in compagnia di qualcuno che ci ricordi la nostra reciproca appartenenza ad un sistema valoriale ed emotivo che ci supera, e ci comprende.

Ecco, io ascoltando “Asteroidi”, oggi, mi sono sentito tanto orgoglioso di far parte di una discendenza umana che ancora sa emozionarsi, emozionando: il brano è una chicca di delicatezza, un’estasi brevissima ma infinita concentrata nella durata radiofonica di una hit gentile, che non ha bisogno di farsi banale e ritornellante per essere unanimamente condivisibile perché autentica, vera, urgente. La spinta della necessità non si fa foga, ma anzi preferisce la via della carezza che pian piano sa sciogliersi nell’abbraccio, prima di esplodere nell’amplesso finale di una coda onirica, frutto di un labor lime attento e di una progettazione studiata e ben lontana dalle sempre più frequentate derive dell’improvvisazione: addosso a Caleo, Giacomo Loré (già noto per le sue collaborazioni con altri nomi forti della scena emergente nostrana) cuce un vestito sonoro rarefatto – quasi smaterializzato – in progressiva apertura verso l’alto, prima di elevarsi nella definitiva esplosione di colori finali.

Insomma, definire “Asteroidi” una canzone di Leo Caleo mi pare davvero riduttivo; mi piace, piuttosto, parlare di “esperienza”, perché questo è stato. E oggi, tra la plastica di un futuro che continua a tentare invano di riciclarsi, provare il groppo allo stomaco che dà l’inesplorato e l’inedito è un lusso che non possiamo permettere di lasciarci scivolar via dal cuore.

Per questo punto su Leo Caleo, per il prossimo anno: perché, ora più mai, abbiamo bisogno di bellezza.

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