“Novembre” celebra l’atteso ritorno di Iosonouncane

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Finalmente torna Iosonouncane (al secolo Jacopo Incani), dopo cinque anni da “DIE”, concept album dai contenuti onirici e dai suoni complessi. Già il titolo si presta a numerose ambiguità che parlano di morte (“Die” in inglese), ma anche di rinascita (“Die” = “giorno” in latino e in sardo, lingua madre dell’artista) e di affermazione (“Die” = articolo determinativo femminile in tedesco).
L’artista torna oggi (ieri, mercoledì 18/11), nel nefasto 2020, con il singolo “Novembre”.
Novembre è il tempo dell’attesa e dell’arrivo delle tenebre: i raccolti sono fermi, il buio avanza sulla luce, il tempo preannuncia l’inverno, gli alberi si fanno spogli. È un tempo apparentemente fermo e sicuramente oscuro. Ma è un tempo che, nell’inquietudine della notte, culla la promessa del ritorno della luce. Novembre è il mese dei morti e dei santi, della fine e dell’inizio (è il periodo che precede il Sol Invictus).
Il brano è una dolce e inquietante ninna nanna dedicata a Cristina (che “dormiva sempre meno”) che nel suo seno custodisce i simboli dell’autunno (“la vigna”), l’arrivo dell’inverno (“L’inverno nel seno”) e l’attesa del ritorno alla vita quando la terra darà di nuovo i suoi frutti (“Ma al mattino, nella bocca la terra da arare”).
Cristina ha “tre chiodi nel seno” che forse rappresentano i suoi dolori, le ferite inflitte dagli uomini che più ha amato (figlia un uomo bruciato/un uomo strappato/un uomo condannato e sposa di un uomo lontano/un uomo mai nato/un uomo salvato). 
Eppure Cristina non é sola: ogni giorno il mattino la va a cercare e le scopre la schiena perché Cristina guarda avanti e procede “Fra gli stracci di una strada già piena”.
Cristina è “figlia di un lago”, “figlia del pianto” (acqua = simbolo di fertilità e di vita), “di un piedistallo” e custode di un amore che nutre come il vino che porta nel seno e che trasforma il pasto in festa (“Mangiano bene soltanto a Natale/Soltanto davanti a un bicchiere di vino”).
Sembra di vederla Cristina, che volteggia nel brano e con il brano: a tempo di valzer, al suono di tanti campanellini, accompagnata da un canto struggente, come la statuina di un carillon, eretta sul suo piedistallo, appunto.
Lei danza eterea e carnale, delicata e romantica, in un clima freddo, ma con addosso il sole caldo del mattino: fiera ed illuminata si muove con leggerezza ed elegante destrezza, tra la vita e la morte, l’azione e l’attesa, la gioia e il dolore, la festa e il lutto. 

E proprio sul tema del lutto l’autore raccorda l’inedito “Novembre” alla cover di “Vedrai vedrai” (Luigi Tenco, 1965). I due brani escono insieme, dando vita ad una sinfonia spettrale che procede da un valzer macabro, a una marcia funebre a tamburo battente. Questa scelta rappresenta certamente la volontà di omaggiare uno dei più grandi autori del secolo scorso (al quale Iosonouncane deve molto artisticamente), ma anche di creare un legame simbolico e concettuale tra i due pezzi: dalle promesse di “Novembre”, all’aspettativa che “un bel giorno cambierà, vedrai, vedrai”.
I due brani, infatti, insieme compongono una solenne messa da requiem che celebra tanto la morte dei sogni infranti e dei desideri non realizzati, quanto la resurrezione di ciò che invece verrà/tornerà.

Anche la musica tornerà, e tornerà nella sua forma migliore, il live.
Iosonouncane, infatti, avrebbe dovuto, nei mesi scorsi, presentare in anteprima il suo nuovo album “IRA” attraverso un lungo tour teatrale che, a causa della pandemia, è stato prima sospeso, poi posticipato, infine annullato e ora di nuovo annunciato per il 2021. Intanto ne ha dato un’anticipazione con questo piccolo capolavoro (accoppiata di capolavori) in cui si ritrova (e mancava tanto) la sua poetica intensa e implacabile, disperata e violenta. La sua voce vibra, fragile e calda in “Novembre”, profonda e distorta in “Vedrai, vedrai”. In entrambi i brani si alternano suoni cupi e decadenti e melodie morbide; ritmi serrati e armonie dilatate, creando una narrazione musicale senza tempo in cui risuonano le orchestre viennesi di fine Ottocento, gli arrangiamenti e la cultura radiofonica degli anni ’60 e i sintetizzatori/distorsori dell’elettronica contemporanea.
E allora, parafrasando il ritornello di “Novembre”, si può certamente dire grazie a Iosonouncane: siam felici che tu sia tornato, eravamo certi ci avresti aspettato.

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