Mormile: l’anima di “Miracoli, Catrame” tra ironia e contraddizioni

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Miracoli, Catrame” è l’album in cui Paolo Mormile dà forma al suo “mondo interiore”, utilizzando simbolismi e personaggi che fungono da filtri di visione. Il disco, un “puzzle” coerente di nove brani, riflette la consapevolezza dell’artista di “camminare sul confine della contraddizione”. Il tema centrale – il rapporto con sé stesso – viene trattato con ironia e surrealismo, evitando il didascalismo.

La Track List è un viaggio in crescendo. L’introduzione strumentale “FILTRO” prepara l’ascoltatore a un’esperienza variegata, che esplode subito dopo con “IN ABITO DA SERA”, un brano senza schema, bagnato da synth e scene surrealiste. Mormile non si nasconde, raccontando il masochismo piacevole di “FRIED CHICKEN”, una canzone “coraggiosamente imperfetta” per chi rivendica il diritto di sbagliare. La narrazione culmina in “COMICHE ANNATE COSMICHE”, una ballad cantautoriale che spazia dalla scala universale a quella umana, e nell’ultima traccia, un rifugio onirico immaginato per i suoi desideri.

“Miracoli, Catrame” nasce dall’immagine dello specchio: quale riflesso ha dato origine al racconto dell’album e in che modo ha guidato la scrittura?

Dall’inizio avevo pensato di voler fare un album che parlasse del rapporto con me stesso e dei vari spunti possibili di questa visione. Poi il processo ha preso forma lungo la strada, un pezzettino alla volta. Ogni canzone ha contribuito a delineare perfettamente la sagoma di questo riflesso unico in questo specchio, per restare in tema.

Come hai scelto quali brani, tra quelli scritti in periodi diversi della tua vita, appartenessero davvero a questo progetto e quali invece andavano lasciati fuori?

Bella domanda, la genesi di questo disco nasce da “UN PO’ RETRÒ”, scritta nel 2020 in quarantena, sull’intro di tastiere che sentiamo tuttora nella versione definitiva. Quel brano ha dato il via ad un filone sonoro al quale si sono aggiunti “FRIED CHICKEN”, “COMICHE” -come scritture nuove- e delle meta versioni di “LTMTV” e “MOQUETTE BLU” che invece erano brani scritti ancora prima. Insieme dovevano formare un EP. Dal punto di vista narrativo volevo in qualche modo esorcizzare il rapporto con me stesso da più punti di vista e con diversi approcci.

Ho pensato fosse la cosa più autentica e che mi avrebbe permesso anche una certa libertà creativa, proprio perché sentivo mia questa narrazione. Da lì in poi è stato più semplice delineare il percorso dell’album e completare il racconto minuziosamente con dei brani giusti da affiancare a quelli già presenti.

Il disco unisce tre anime – pop, groove ed elementi cantautorali: come hai lavorato per far convivere queste identità mantenendo un sound coerente?

È in verità un meccanismo molto intuitivo per me, quando so che sto scrivendo una canzone “giusta” mi viene immediatamente da capire in che registro emotivo e comunicativo devo farla confluire. E quindi inizio ad immaginarne l’arrangiamento completo. La coerenza poi viene dalla scelta degli elementi che man mano hanno caratterizzato il mio gusto, come i cori, chitarre o determinati suoni di tastiera.

Nel titolo convivono ambizione e squallore, ironia e profondità: quando hai capito che questi opposti potevano diventare materiale narrativo e non solo contrasti personali?

Non so precisamente quando sia successo ma più o meno nel periodo in cui ho scritto “Ltmtv” e “Moquette blu” stavo cercando di parlare di un determinato conflitto e le due canzoni lo trattano in maniera molto diversa, per quanto siano “connesse” tra di loro. Sicuramente quel tipo di approccio, per quanto acerbo e immediato, ha dato il via a questa parentesi.

Brani già noti come “Un po’ Retrò”, “Fried Chicken” e “Comiche Annate Cosmiche” come si trasformano quando entrano in un album pensato per restituire un immaginario completo?

Sicuramente giocano un ruolo complementare. Mi sento di dire che sono tutte e tre canzoni molto riconoscibili del mio repertorio e per questo poi sono diventate dei singoli, perché volevo che fossero canzoni incisive.

Quando ho pensato a completare il disco inevitabilmente ho tenuto conto del fatto che queste canzoni fossero presenti nella tracklist per cercare di bilanciarne il peso con brani che fossero più giuste per un ascolto completo del disco.

Il disco è pieno di simboli, personaggi e colori interiori: qual è l’immagine che oggi ti rappresenta di più e che riassume lo spirito di “Miracoli, Catrame”?

Ovviamente è una scelta difficile perché le immagini tutte in qualche modo mi rappresentano. Probabilmente Fried Chicken è la canzone in cui ho tirato fuori di più il mio modo d’essere e la mia personalità. Mentre la scrivevo pensavo a delle immagini della mia vita quotidiana e ho provato ad astrarle e portarle in un mondo quasi caricaturale e ne è uscito fuori un ritratto in cui mi ci rivedo molto.

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