L’essenza dei Fattore Rurale si condensa nel messaggio che “solo l’accettazione dei propri peccati potrà rendere le persone libere”. “Emilia Cowboy” è il manifesto sonoro di questa libertà. La band ci ricorda che l’essere umano è lontano dall’essere perfetto, consumato dalle “cicatrici del proprio vissuto”. L’album è un invito a lasciare andare l’illusione di piacere a tutti, per abbracciare la propria verità. Da Codardo a Revolver, il percorso è intenso e suggestivo. È un disco che chiede onestà e restituisce una profonda consapevolezza: un lavoro di ricerca di significato in un mondo caotico, uscito il 28 novembre.
In “Emilia Cowboy” il confine tra bene e male resta sempre aperto. In che modo questo dualismo ha influenzato il vostro modo di scrivere e di vivere il disco?
Intanto vi ringrazio per averci dato la possibilità di esprimere alcuni pensieri e di snocciolare alcuni dei nostri punti cardine. Le domande sono davvero molto stimolanti, quindi vi ringraziamo. Questo dualismo non influenza solo il nostro modo di scrivere e fare musica, ma influenza direttamente il nostro modo di vivere. Il confine rimane appositamente aperto, per poterci entrare dentro e guardare più profondamente noi stessi e gli altri, cercando in primo luogo di capirci davvero e subito dopo capire le altre persone; senza fermarsi davanti ad una singola azione. Dobbiamo essere più vicini l’uno con l’altro, nell’effimera felicità ma soprattutto nel dolore, cercando di metterci davvero nei panni del prossimo e di capirlo. Ma questo è funzionale, solo se sei sincero con te stesso.
L’eterno ritorno è un tema ricorrente nel vostro immaginario. Perché sentite il bisogno di tornare a questa filosofia e cosa vi restituisce oggi?
Ci restituisce la consapevolezza. Ma è un discorso che dovremmo affrontare ad un tavolo per poterci davvero fondere e confrontare.
Nel disco luce e oscurità non si respingono, ma si fondono. Come avete lavorato per mantenere questo equilibrio emotivo senza perdere intensità?
Non abbiamo mantenuto nessun equilibrio emotivo ed è per questo che non perdiamo di intensità. Quando facciamo musica, che sia in studio o dal vivo, noi viviamo tutto con la stessa verità e intensità con cui affrontiamo i nostri giorni. Senza risparmiarci niente, dolore o piacere che sia.
“Morte Amore Desolazione” sembra quasi un manifesto. Quando è diventato il vostro asse narrativo e cosa rappresenta nel percorso della band?
È così, è il nostro manifesto. La morte non è la fine e da essa si rinasce; si vive e si ama aspettando la desolazione, per poi morire e rinascere ancora. Questo è “Revolver”, questo è l’eterno ritorno. Il Fattore Rurale è morto e rinato un’infinità di volte ma esiste ancora ed è per questo che Morte, Amore e Desolazione è il nostro manifesto; perché è la nostra storia.
Il disco ha un immaginario molto visivo, quasi cinematografico. Quali immagini, luoghi o stati d’animo hanno guidato la costruzione di “Emilia Cowboy”?
Noi viviamo nella parte più ad ovest dell’Emilia, in una terra di confine e questo è il nostro Far West. La nebbia la respiriamo e nelle pianure desolate ci perdiamo. Siamo semplici uomini di provincia e quello che ci ha guidato è quello che abbiamo vissuto e vivremo per tutta la vita.
Il vostro sound resta ruvido, diretto, con un’identità forte. C’è stato un momento, un suono o un’imperfezione che ha cambiato la direzione dell’album?
Mai, la nostra strada è ormai definita da tempo.
L’album interroga la natura umana senza filtri. Qual è la riflessione che sperate rimanga all’ascoltatore dopo l’ultimo brano?
Più che riflettere, vogliamo dare voce alle debolezze dell’essere umano, all’amore più animalesco e sincero, alle paure ataviche che ci rendono tutti schiavi e carnefici di noi stessi.

