ANDROMEDA: “Luna sotto Venere” è il manifesto della sua libertà

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Con “Luna sotto Venere”, ANDROMEDA firma un esordio che è prima di tutto un atto di verità. Il disco racconta il suo percorso di rinascita personale e artistica: un viaggio che attraversa cadute, trasformazioni e la scelta definitiva di vivere senza maschere.

Tra pop, dance, funky e una luminosa impronta anni ’80, modellati insieme a Nacor Fischetti e Gloria Collecchia, l’album si presenta come un diario sonoro autentico, in cui energia e vulnerabilità convivono con naturalezza. Anticipato dai singoli “Ok, Goodbye”, “Non hai bisogno di me”, “Ventiquattro Ore” e “Rumore”, il progetto definisce un’identità moderna, internazionale e profondamente personale.

Per Indie Life, ANDROMEDA racconta il momento in cui questo disco è diventato una necessità, il rapporto con il giudizio esterno e la forza che nasce quando si sceglie di essere davvero sé stessi.

Qual è stato il momento in cui hai capito che “Luna sotto Venere” non era solo un disco, ma una necessità personale per raccontare la tua rinascita?

Credo di averlo capito nel momento esatto in cui ho realizzato che stavo, finalmente, smettendo di vivere come gli altri si aspettavano da me. “LUNA SOTTO VENERE” non è nato come un semplice progetto musicale: è arrivato dopo un periodo in cui avevo completamente perso il contatto con me stesso, con ciò che desideravo davvero.

Quando ho ricominciato a scrivere, mi sono accorto che ogni brano non parlava solo di emozioni isolate, ma raccontava un percorso preciso: la liberazione dal giudizio, la fine di una relazione che non mi apparteneva più, il giorno in cui tutto è crollato… e poi la risalita. A un certo punto ho capito che non stavo creando un album: stavo lasciando una traccia concreta del mio cambiamento.

“LUNA SOTTO VENERE” è diventato una necessità nel momento in cui ho scelto di essere autentico, senza maschere. È il racconto della mia rinascita, ma anche un invito a chi ascolta a trovare il coraggio di affrontare la propria.

In che modo la scrittura dei brani ti ha aiutato a liberarti dal giudizio esterno e dalle maschere che non ti appartenevano più?

La scrittura, per me, è stata il primo spazio in cui ho potuto dire la verità senza paura.

Prima di arrivare a “LUNA SOTTO VENERE”, ho vissuto molto orientandomi su quello che gli altri si aspettavano da me: il giudizio, le opinioni, le etichette… erano diventati un rumore costante. Quando ho iniziato a mettere le parole nero su bianco, invece, quel rumore ha iniziato a spegnersi.

Scrivere i brani mi ha costretto — in senso positivo — a guardarmi davvero dentro. Ogni canzone è diventata un momento di confronto con me stesso: da cosa sto fuggendo? cosa sto fingendo? cosa sto trattenendo solo per compiacere gli altri?

E più rispondevo a queste domande in musica, più sentivo che le maschere che indossavo da anni non mi servivano più.

La scrittura mi ha permesso di dare forma a emozioni che non avevo mai avuto il coraggio di esprimere ad alta voce. E nel momento in cui le metti in un brano, le accetti.

È così che mi sono liberato dal giudizio esterno: non combattendolo, ma superandolo, scegliendo la mia verità e trasformandola in canzoni.

È stato un processo liberatorio, quasi terapeutico. Ogni brano è un pezzo di me che torna al suo posto.

Come hai costruito l’equilibrio tra pop, dance, funky e influenze anni ’80, mantenendo comunque un’identità sonora così personale e riconoscibile?

Ho sempre sentito quei mondi musicali come parte della mia identità: il pop per la sua immediatezza emotiva, la dance per l’energia, il funky per il movimento, e gli anni ’80 per quella nostalgia luminosa che ti rimette in piedi anche quando sei a pezzi. Però il rischio, quando metti insieme tante influenze, è perdere il centro.

L’equilibrio è arrivato quando ho capito che il punto di partenza non doveva essere il sound, ma il mio racconto. Ogni brano nasce prima da un’emozione precisa, poi dal modo più naturale per tradurla in musica.

Lì entra in gioco il lavoro con Nacor Fischetti: lui ha saputo prendere tutte le mie reference e farle convivere in un linguaggio che fosse moderno, pulito, ma soprattutto mio. Abbiamo lavorato molto sulle atmosfere, sulle linee melodiche, su quel mix di energia e malinconia che ormai è diventato parte della mia firma sonora.

Le influenze ci sono, è vero, ma non copiano nessuno: diventano strumenti per dare corpo a un’identità che avevo già dentro.

Credo che la riconoscibilità nasca proprio da questo: dalla sincerità con cui racconti chi sei, più che dagli elementi che scegli di usare. Quando la musica rispecchia davvero la tua storia, trova spontaneamente una sua forma unica.

Qual è stato l’aspetto più difficile da affrontare durante la realizzazione dell’album e come ti ha cambiato come artista?

L’aspetto più difficile è arrivato addirittura prima di scrivere l’album: è stato il momento in cui ho dovuto smettere di raccontarmi bugie e fare i conti con me stesso. Prima ancora di pensare ai brani, ai suoni o alla direzione artistica, ho dovuto affrontare la realtà che stavo evitando da tempo: la fine di alcune certezze, la consapevolezza che la vita che stavo vivendo non mi somigliava più e che, se volevo rinascere, avrei dovuto attraversare un periodo di caos inevitabile.

Solo dopo aver fatto pace con quella verità ho potuto iniziare a scrivere in modo autentico. E lì è successo qualcosa di importante: la musica ha smesso di essere solo un mezzo artistico e si è trasformata in una parte concreta del mio processo di guarigione. Ogni brano è nato come conseguenza naturale di quella frattura, non come un esercizio creativo, ma come un bisogno reale di dare voce a ciò che avevo dentro.

Questo percorso mi ha cambiato profondamente come artista. Mi ha insegnato che dire la verità, soprattutto a se stessi, è l’atto creativo più potente che esista. E oggi sento che “LUNA SOTTO VENERE” è la prova di quanto la musica possa davvero salvarti, se glielo permetti.

Quale messaggio speri arrivi a chi ascolta “Luna sotto Venere” e cosa vorresti che questo disco lasciasse dentro chi lo vive?

Spero che “Luna sotto Venere” arrivi come un abbraccio sincero a chiunque si trovi in un momento di confusione, di cambiamento o di ricerca. È un disco nato dalla vulnerabilità, ma anche dalla forza che ho trovato dentro quella vulnerabilità.

Il messaggio centrale è semplice e, allo stesso tempo, enorme: essere se stessi è la rivoluzione più grande.

Viviamo in un mondo che ci spinge continuamente a aderire a un modello, a soddisfare aspettative, a indossare maschere che non sentiamo nostre. Questo album racconta il momento in cui ho scelto di smettere di farlo. Vorrei che chi ascolta sentisse che questa scelta è possibile per chiunque.

Se il disco potesse lasciare qualcosa dentro chi lo vive, vorrei fosse la percezione che non c’è nulla di sbagliato nel perdersi, e che anzi proprio da lì può nascere la rinascita più autentica. Che lasciare andare ciò che non ci appartiene più non è un fallimento, ma un atto di coraggio.

E soprattutto, vorrei lasciasse una sensazione di possibilità: l’idea che ognuno di noi può cambiare direzione, tornare al proprio centro, ritrovarsi. Che alla fine, la vera libertà coincide sempre con la verità che scegliamo di raccontare.

“Luna sotto Venere” è il mio viaggio, ma spero diventi un riflesso in cui chi ascolta possa riconoscere la sua stessa forza — quella forza che nasce quando, finalmente, ci si permette di essere davvero sé stessi.

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