C’è un filo rosso che attraversa ogni tappa del percorso di Matoh, e non è un genere musicale, ma un’urgenza: quella di raccontarsi senza filtri. Con “Oroboro”, il nuovo singolo che segue l’irruenza istintiva di “HO CAPITO!”, l’artista compie un salto emotivo deciso, scegliendo di esporsi in una dimensione più vulnerabile, più cruda, più autentica.
Su Indie Life, Matoh apre le porte del suo universo creativo e accompagna il lettore dentro la nascita di un brano che non teme la fragilità, anzi la abbraccia. Un pezzo in cui le molte anime della sua formazione — dal rock al pop, dal rap al punk — convivono e si fondono con un unico scopo: trasformare l’esperienza personale in un linguaggio immediato, capace di risuonare in chiunque abbia sentito, almeno una volta, il peso di sé stesso.
Con “Oroboro”, Matoh non offre solo una canzone, ma un punto di incontro: un luogo emotivo dove riconoscersi, lasciarsi attraversare e, forse, ritrovarsi un po’ meno soli.
Come ha influito la tua crescita artistica — dal rock al pop, dal rap al punk — sulla scrittura di “Oroboro”?
“Oroboro” è piena di figure retoriche, ma per chi sa leggere oltre, ha un testo molto crudo. Chi si ritrova in quelle sensazioni, capisce che certe cose vanno dette in maniera quanto più diretta possibile, e in questo sicuramente la scrittura rap e punk mi ha aiutato molto. Il rock e il pop invece mi hanno permesso di mettere tutta l’emozione possibile per interpretare queste sensazioni.
Cosa significa per te esporsi con un brano così vulnerabile così presto nel tuo percorso discografico?
Per me significa semplicemente essere me stesso, fino in fondo, fin da subito. Non sto costruendo un personaggio, dico solo quello che ho dentro da sempre. Matoh non è un’identità opposta a Mattia, ma è semplicemente quella parte di me che non ha paura di mettere a nudo le proprie debolezze.
In che modo la tua formazione da autodidatta ha modellato la tua identità musicale?
L’aver scoperto gli strumenti da autodidatta mi ha dato la possibilità di coltivare il piacere della scoperta. La ricerca dell’accordo perfetto, l’imperfezione dell’esecuzione, la verità fatta di musica, parole e armonie improvvisate. Non mi reputo né un chitarrista né tantomeno un pianista, ma quando accompagno i miei pensieri con gli strumenti, li sento parte di me, come un prolungamento del mio corpo. E finché i tasti bianchi e neri resteranno il prolungamento delle mie dita, e le corde della chitarra mi faranno da nervi, a me va bene così.
Dopo “HO CAPITO!”, “Oroboro” mostra un lato completamente diverso. È un cambio di direzione o un tassello dello stesso viaggio?
È semplicemente un linguaggio diverso per esprimere lo stesso argomento: la mia vita, il mio modo di pensare, di vedere il mondo, e di approcciarmi ad esso. Il viaggio è ancora lungo, ma sono soddisfatto delle fondamenta che ho costruito, perché sono vere, sono ‘’me’’.
Quali aspetti di te speri che il pubblico riesca a vedere tra le righe del testo?
Spero che chiunque possa trovare in me, nelle mie parole, un confidente. Qualcuno a cui affidare le proprie emozioni, senza la paura di essere giudicato. Una voce amica che, sebbene a distanza, possa farlo sentire capito, compreso e mai solo. Questo è il mio obbiettivo.

