Don Jio e “Way Out”: un album nato in dieci anni di musica e trasformazione

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Con “Way Out”, Don Jio presenta sulle pagine di Indie Life un progetto intenso e personale che raccoglie tredici brani scritti nell’arco di oltre dieci anni. Un album che attraversa pop, cantautorato e alternative, costruendo un racconto sonoro coerente e ricco di sfumature, dove esperienze reali, ricordi e trasformazioni interiori si intrecciano in modo naturale.

Tra arrangiamenti minimali guidati da pianoforte e archi e momenti più dinamici ed energici, Way Out ruota attorno al concetto di “via d’uscita”: ricerca di libertà, autenticità ed evoluzione personale. Un lavoro che restituisce un’immagine sincera dell’artista e invita l’ascoltatore a riconoscersi in una vera e propria cronologia emozionale.

WayOut raccoglie 13 brani scritti nell’arco di oltre 10 anni. In che modo hai lavorato per trasformare materiali così distanti nel tempo in un progetto unitario?

Il fatto è che scriverei nuove canzoni in continuazione. Giusto ieri, ed è la terza o quarta volta che mi succede, stavo dormendo e a un certo punto, nel sogno, veniva fuori una canzone dal mio telefono. Durante il sogno mi sono avvicinato per capire meglio questa bella canzone e ho visto che stava uscendo da Spotify, c’era pure una copertina. Ho pensato: “Ah ok, chissà chi è questo cantante”.

Continuavo ad ascoltarla e a un certo punto mi sono svegliato e mi sono reso conto che quella canzone me la stavo inventando io. L’ho subito registrata, mi sono messo al pianoforte e l’ho trascritta, felice di essere riuscito a ricordarmela in tempo perché, dopo mezz’ora l’avrei dimenticata.

Questo per dire che le mie canzoni vengono fuori da sole, dal mio cervello. Ho continuato a scrivere canzoni negli ultimi dieci anni e solo a un certo punto ho deciso di rifinirle, scrivere i testi che mancavano e scegliere tra le tante quelle che potevano rientrare in un album. Sono nate in momenti diversi, viaggiando chissà dove, o per semplice decisione di mettermi al pianoforte a creare, che è il momento creativo che mi dà più soddisfazione. C’è stato un periodo in cui stavo uscendo da un progetto dance elettronico appena terminato, quindi da lì vengono le canzoni più veloci. Altre sono nate in momenti di innamoramento o malinconia, altre le ho rivisitate più volte, riarrangiate. In certi periodi ascoltavo molta musica ambient o mantra indiani, quindi ripetizioni quasi ipnotiche; in altri momenti volevo fare qualcosa di più pop, più sintetico. Ci sono quindi vari tipi di canzoni nello stesso album, ma il filo conduttore è sempre la mia voce, il mio modo di essere, che in fondo non è mai cambiato.

L’album si colloca tra pop, cantautorato e alternative, con una forte impronta narrativa. Quanto è stato centrale per te costruire un racconto coerente dall’inizio alla fine del disco?

Il racconto fa parte di me. Vivo molto nel mio mondo immaginario e vedo sempre le canzoni come una specie di romanzo. Raccontare una storia è il mio modo di esprimermi: mi piace raccontare qualcosa che mi è successo in quella settimana o un concetto ricorrente nella mia mente. Ho trasportato il mio modo di essere anche nello scrivere canzoni.

Le canzoni, però, nascono e vivono senza testo, ci sono delle parole senza senso, come se fosse una canzone in una lingua che non conosci. Arriva un momento in cui decido di dedicare la canzone a qualcosa e allora seguo il mio stato d’animo di quei giorni, metto quindi le parole, concentrandomi fino a quando sento che la storia è pronta. Non volevo per forza una coerenza narrativa totale: sono sempre io, è il mio modo di esprimermi.

Non c’era l’intenzione di arrivare a un prodotto preciso. È pura espressione, come un pittore davanti a una tela bianca: quello che viene fuori, viene fuori. Vivo l’arte così, senza cercare in fase di creazione di controllare né le note né le parole. Ho il mio modo di mettere un ordine al tutto, solamente alla fine tutto si intreccia.

Molti brani si fondano su arrangiamenti minimali, con pianoforte e archi in primo piano. Che ruolo hanno questi elementi nella definizione dell’identità sonora di Way Out?

Passo moltissimo tempo al pianoforte, da sempre. È il mio modo di tradurre un’idea musicale e farla nascere nel mondo. Le mie canzoni partono tutte da lì. In un secondo momento le porto al computer e ogni giorno continuo a procedere, creando una sintesi più furba dell’idea musicale iniziale.

Gli archi danno atmosfere profonde, che mi toccano l’anima. Molte volte, con pianoforte e archi, ho sentito che la canzone fosse completa. Ho provato ad aggiungere altro, ma spesso mi sono reso conto che non era necessario, quindi le ho lasciate così, magari aggiungendo solo un basso per un discorso di equilibrio delle frequenze.

Sono canzoni a volte delicate. A me piace essere delicato, sono una persona che apprezza la gentilezza e la cordialità, non sento il bisogno di irrompere per forza. Il messaggio era completo così. Poi magari un giorno potranno esistere altre versioni, remix miei o di altri, ma l’essenza di Way Out è questa semplicità. Mi piacerebbe poter andare su un palco ed esibirmi con una band di pochi musicisti, e rendere le canzoni come le senti nel disco. Questo si che era un’idea progettuale, visto che la musica del mio precedente album con i Lunatiq Phase era realmente piena di synth e musicisti virtuali 🙂 Volevo essere più intimo in quest versione di me solista.

Accanto alle tracce più intime, il disco presenta momenti più dinamici e ritmici. Come nasce l’equilibrio tra introspezione e slancio emotivo all’interno dell’album?

Ho sperimentato molto. Ho provato a creare ritmi e groove, anche se non sono un tecnico: mi sento semplicemente un musicista da pentagramma. Mi sono divertito a fare tutto da solo. Molte volte ho usato chitarre o stratificazioni di pianoforti per creare dei ritmi, più che delle groove classiche.

Quando facevo canzoni con Dariush, nei Lunatiq Phase, era più lui a occuparsi delle groove, soprattutto all’inizio. Quando mi sono ritrovato da solo, ho iniziato a giocare con la ritmica. Alcune canzoni sono più movimentate semplicemente perché in quel periodo ero più euforico, più energetico, più allegro. Non sono solamente il musicista romantico che traspare dalle mie canzoni, sono anche un party boy, da sempre: mi piace andare a ballare, stare nella confusione. Il movimento della musica ha sempre fatto parte della mia vita e ogni tanto l’ho lasciato emergere anche negli arrangiamenti di questo album.

Il concetto di via d’uscita attraversa l’intero progetto, declinato come ricerca di libertà, autenticità ed evoluzione personale. Quanto questo tema riflette una fase precisa del tuo percorso umano e artistico?

Ci sono stati molti momenti della mia vita in cui ho cercato la libertà. Ogni volta che sentivo che quella che avevo non era sufficiente, mi sentivo in gabbia. Da giovane, a Venezia, mi sentivo in gabbia a scuola e al liceo. Anche da bambino, nei temi in classe, i professori mi dicevano che andavo sempre fuori tema. Ho sempre fatto fatica a stare dentro dei limiti.

Me ne sono andato da Venezia a Bologna, poi da Bologna a Madrid, poi a Buenos Aires. Anche lì, a un certo punto, sentivo il bisogno di altro. Il mondo della notte post università è stato un’altra forma di evasione. Ho conosciuto gente di tutti i colori, da cui ho imparato molto, mi hanno aperto la mente. Giusto in questi giorni è venuto a mancare un grande amico di Treviso, di quegli anni in cui frequentavo i locali notturni e facevo musica elettronica, ma forse non è il caso di parlarne in questa intervista (Ciao Mario! Buon viaggio :).

Tornando alla via d’ uscita, sin da giovanissimo passato le estati a Londra, a New York, a Miami, poi ho sempre viaggiato molto in Asia e in Sud America, cercando sempre qualcosa di più. Non era solo fuga, ma un bisogno profondo di evoluzione, imparare da chi è diverso da me. Uscire dal contesto in cui mi trovavo per realizzare la mia personalità.

Quando sono arrivato a Berlino ho sentito una vera possibilità di realizzazione della mia autenticità. È una città variegata, internazionale, senza schemi rigidi: puoi essere davvero te stesso e a nessuno importa se sei diverso, perché qui lo siamo tutti. In questo senso la via d’uscita era quasi il mio destino.

Anche artisticamente, a un certo punto ho sentito il bisogno di lavorare da solo, di diventare un artista solista. Mi stavano stretti persino i gusti musicali del mio collega. Avevo la necessità di essere totalmente me stesso anche nella composizione. Non so se sia un pregio o un difetto, ma tutto quello che faccio oggi è davvero fatto di testa mia. Questo mi permette di andare a dormire sereno, perché non accetto compromessi, non accetto di tradire me’ stesso, non in cose che ritengo importanti. E pure la musica per me è molto importante, ad esempio non pubblicherei mai una canzone, magari fatta con altri, che non mi piace. Per me la musica non è business, non mi interessa, faccio business con altro.

Way Out è stato definito una vera e propria cronologia emozionale. Che tipo di esperienza pensi possa vivere l’ascoltatore attraversando l’intero album?

Mi piacerebbe moltissimo che l’ascoltatore ascoltasse l’album dall’inizio alla fine, come si faceva vent’anni fa con le cassette o i CD. Anche se si comprava un disco per una sola canzone, magari vista su MTV, c’era la curiosità di scoprire cosa avesse da dire davvero quell’artista. A periodi piaceva la canzone numero 3, in altri periodi si ascoltava più volentieri la numero 11. Per me era così 🙂

Con Way Out volevo far capire chi sono. Una canzone sola non basta per intuire come sono fatto: sono complicato, variegato, comunque positivamente energetico, chiedete a chi mi conosce 😉 Credo di trasmettere emozioni attraverso i suoni e le atmosfere. Se poi qualcuno decidesse di approfondire anche i testi, potrebbe riconoscersi nelle storie che racconto, perché parlo di situazioni comuni, che possono capitare a tutti.

Non ho mai voluto cambiare il mondo con i miei testi o raccontare qualcosa di rivoluzionario. Ho semplicemente espresso ciò che era importante per me, come piccolo essere umano in cerca di libertà. I am a little man chasing the freedom, lo dico anche nel singolo Way Out.

Se un ascoltatore si riconoscesse anche solo in una canzone dell’album, la salvasse in una playlist e mi ascoltasse, per me sarebbe già un risultato ottimale. Non pretendo di arrivare a tutti allo stesso modo. Spero solo di diventare la colonna sonora di qualche momento della vita di tante persone.

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