“Nausea” è l’EP d’esordio dei Raiva, un progetto che nasce dall’urgenza di affrontare difficoltà reali e dal bisogno di ritagliarsi uno spazio autentico in una società che tende a reprimere l’individualità. La nausea diventa così una metafora potente: il sintomo estremo dello stress, dell’oppressione e delle frustrazioni accumulate, il segnale che precede una reazione inevitabile.
Attraverso testi e sonorità tese e viscerali, i Raiva trasformano il disagio in linguaggio artistico, dando voce a una generazione spesso schiacciata dall’isolamento e dall’incapacità di comunicarsi. Per noi di Indie Life, il duo racconta la genesi di “Nausea”, il significato del titolo e il desiderio di lasciare a chi ascolta una sensazione semplice ma fondamentale: sentirsi compresi.
“Nausea” è un EP che sembra nascere da un’urgenza reale. Qual è stato il momento preciso in cui avete capito che questo disco doveva esistere?
Probabilmente l’abbiamo capito molto prima di incidere la prima nota del progetto: facciamo musica insieme da tanti anni, semplicemente non avevamo mai trovato il momento e la condizione giusta per realizzare qualcosa di organizzato e coeso. La necessità di farlo però c’è sempre stata, fin dal 2018, anno in cui ci siamo conosciuti. Poi Giorgio ha sempre ragionato ad album invece che a singoli, quindi appena abbiamo messo su un pezzo o due che avessero un sound che ci soddisfaceva abbiamo deciso di andare avanti con più pezzi. La scelta di uscire in forma di EP è stata motivata dal fatto che volevamo cristallizzare il modo di esprimere uno stato d’animo, che sapevamo che da lì a poco sarebbe cambiato: ad un certo punto ci siamo resi conto che avevamo spremuto abbastanza quelle sonorità ed andare avanti allo stesso modo ci avrebbe annoiato. Al contempo c’era la necessità di vedere i nostri sforzi prendere una forma concreta, di lasciare andare i pezzi che già avevamo, dato che la realizzazione del progetto ha preso molto più tempo di quanto inizialmente pensavamo. Insomma, la forma EP è perfetta per noi. Probabilmente la riproporremo in futuro: ci permette di sviluppare e sviscerare un sound che ci piace, ma di non ripeterci troppo, quindi ci stimola ad una continua innovazione. Inoltre, non richiede la pianificazione di un album da 10 tracce, quindi può essere realizzato in maniera più spontanea e immediata, il che è perfetto per persone scostanti come noi.
Il titolo è molto forte: perché avete scelto “Nausea” come parola-simbolo del vostro esordio?
La Nausea è la sensazione fisica che più ricolleghiamo alla repressione delle nostre emozioni negative, in particolare la rabbia: può sfociare in diversi modi, noi scegliamo di incanalarla nell’arte ma c’è chi non riesce a sublimare la violenza. In ogni caso la rabbia esce, incontrollabile come conati di vomito. La scelta del nome fa anche parte di una caratteristica estetica che ci sta a cuore: quella dell’espressione fisica e talvolta nevrotica delle emozioni, che è ben rappresentata anche nel titolo e nel video musicale del nostro primo singolo, Chiuse le mani.
In che modo la vostra esperienza personale ha influenzato la scrittura dei brani?
L’esperienza personale ha sempre un ruolo di rilievo per la scrittura dei nostri brani, perché vissuta e quindi reale è la fiamma che porta con sé l’esigenza di raccontarsi. Molte delle idee per questo progetto sono nate da conflitti e passioni reali, fortuna di chi fa arte è la possibilità di riportare anche stravolgendo qualsiasi evento di cui si è o si è stati partecipi anche solo con l’empatia.
Vi aspettavate che l’estetica del disagio diventasse un tratto così centrale dell’EP?
Si, assolutamente sì. Alessandro ne scrive da anni, avevamo solo bisogno delle giuste sonorità per accompagnarla. La risposta è così ovvia perché la musica che facciamo rappresenta la nostra visione di noi e di ciò che ci circonda: è sempre la nostra prospettiva, e se il disagio diventa così invadente come nel nostro caso non può non entrare nel campo visivo, che sia sotto forma di una leggera grana oppure che domini l’intera immagine. Insomma, tutto ciò che viene descritto e raccontato in NAUSEA passa attraverso quel filtro.
Cosa sperate che rimanga a chi ascolta il vostro progetto per la prima volta?
La sensazione di essere compresi. La nostra generazione fatica tanto con la sensazione di inettitudine e la logica individualista e competitiva in cui siamo immersi non fa altro che isolarci sempre di più: la conseguenza è la solitudine, l’isolamento e dunque la repressione del sé, l’incapacità di comunicarsi, di esprimere se stessi: diventiamo nevrotici. Noi cerchiamo di spremere queste sensazioni in testi e musica per renderle tangibili a chi (come in primis noi) ne ha bisogno.
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