AvA, “Fammi fallire”: il disco che rivendica il diritto all’imperfezione

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AvA

“Fammi fallire” è un disco che rifiuta l’idea di dover “funzionare” a tutti i costi. Nel nuovo lavoro di AvA, il fallimento diventa una tappa necessaria, dichiarata e rivendicata, contro la retorica della performance e della velocità che domina il presente.

Tra relazioni cicliche, dettagli quotidiani e una scrittura asciutta, l’album racconta una condizione emotiva sospesa, senza cercare catarsi o soluzioni facili. Anche il suono resta teso e irrisolto, coerente con un percorso che sceglie lentezza, vulnerabilità e imperfezione come forme di resistenza.

Un racconto lucido e senza filtri, che rivendica il diritto di fallire, rallentare e restare umani in un mondo che chiede di essere sempre impeccabili.

“Fammi fallire” nasce senza l’idea di dover “funzionare”. Quando il fallimento è diventato il centro del disco e non più qualcosa da evitare?

Non ho mai evitato il fallimento nella vita, anzi, parte dei successi che ho ottenuto, altro non sono se non la somma dei tutti fallimenti precedenti. Quello che non avevo mai fatto e che in generale si tende a non fare, è parlare apertamente del fallimento. In Italia, fallire è uno stigma, un punto di non ritorno, con questo album (e in particolare con l’omonimo singolo), rivendico il diritto al fallimento come tappa necessaria per qualsiasi tipo di crescita.

Nel disco tornano relazioni cicliche e dinamiche che si ripetono. Scriverle è stato un modo per interromperle o per smettere di giustificarle?

Scrivere è stato un modo per raccontarle in maniera a tratti chirurgica, ma che questo abbia comportato un progresso personale è tutto da vedere ancora, diciamo che sono ancora in ballo!

Rivendichi il diritto alla lentezza, alla disperazione e al fallimento. Quanto questo album è anche una presa di distanza dalle logiche di velocità e performance della musica di oggi?

Assolutamente sì. Viaggiamo ad una velocità supersonica verso un futuro che mai prima d’ora è stato così incerto. Non esistono epoche precedenti in cui siamo stati messi così sotto pressione e giudizio costante, ci viene richiesto di essere sempre performanti, sempre al top, sempre perfetti, in pratica disumani. Io invece mi dissocio da questa dinamica distruttiva nel tentativo di riappropriarmi del mio tempo e della mia felicità che non dipende e non dovrà mai dipendere da (niente) e nessuno, tranne me. Siamo esseri imperfetti, non possiamo vivere al di sopra delle nostre reali capacità quindi questo album è un pò il mio “fermate questa pagliacciata, io scendo, voi fate come vi pare”.

La scrittura si concentra su dettagli quotidiani, evitando qualsiasi romanticismo. Cosa ti interessa di questi frammenti minimi nel raccontare il dolore?

Il dolore, a differenza della felicità che spesso è breve e fugace, è un sentimento che si radica in maniera più profonda e spesso ha tempi e spazi molto più ampi. Affrontarlo un pezzettino alla volta, ci permette di gestirlo in maniera più funzionale nel tempo, evitando (si spera) di soccombere del tutto. E’ un modus operandi che uso anche nella mia vita privata e lavorativa: quando un problema arriva all’improvviso ed è particolarmente grosso, il trucco è sempre quello di frammentarlo in parti più piccole e risolverle una per una un giorno alla volta. E non c’è un gran romanticismo in questa pratica, a meno che non ci fai una canzone e allora la musica di per sé, anche quando tratta argomenti poco romantici, è romantica di suo.

Anche sul piano sonoro il disco resta teso e irrisolto, senza una vera catarsi. Era importante che la musica rispecchiasse questa sospensione emotiva?

Ascoltando il disco per intero una volta finito, l’ho trovato molto coerente con il mio stato attuale e si, sentirsi a tratti ancora sospesi e in balia di quello che ci circonda è molto vicino alla mia realtà. Non sempre tutto si risolve, non sempre tutto ha un senso o è comprensibile. Con questo album sono scesa a patti con questo concetto.

“Trattieni il respiro” anticipa e sintetizza l’apnea emotiva del disco. In che modo questo brano ne rappresenta la chiave di lettura?

Trattieni Il Respiro è solo uno dei brani che compongono questo album e nessuno dei 9 brani presenti, da solo, dà una chiave di lettura complessiva del disco, nemmeno quello che porta il nome dell’album ovvero “Fammi Fallire”. Questo album non ha un inizio e non ha una fine, è una fotografia di come sto gestendo la mia tempesta emotiva, a quali valori mi sto aggrappando mentre resisto. Ci sono molte, troppe cose di cui ancora non ho capito il significato, ammesso che ce ne sia uno, quello che so per certo è come intendo reagire all’interno di questo tritacarne: scendendo spesso dalla macchina in corsa per riappropriarmi dei miei tempi e dei miei spazi in un momento in cui anche solo il prendere una posizione opposta alla media, può sembrare un atto rivoluzionario. Tutto accelera? Io preferisco rallentare. Mi volete sempre in tiro, perfetta, performante? Io rivendico il diritto all’imperfezione e alla vulnerabilità… Volete una super donna? Beh, non sono io, io sono fallibile, come tutti, tranne quelli che vogliono raccontarsi che va tutto bene mentre il mondo va a fuoco.

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