Sinedades pubblicano “De par en par”: il ritorno alla dimensione acustica

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Sinedades

“De par en par” è il terzo album dei Sinedades e già dal titolo – che in spagnolo significa “a porte spalancate” – dichiara la sua natura: un lavoro intimo, essenziale, privo di difese. Dopo dieci anni di carriera e due dischi realizzati con ensemble estesi, il duo sceglie per la prima volta la formula chitarra e voce, tornando all’origine del proprio suono.

Registrato interamente dal vivo in studio, senza sovraincisioni né interventi digitali, l’album mette al centro l’autenticità e la relazione tra due strumenti che respirano insieme. Le nove tracce alternano inediti e collaborazioni internazionali, confermando la vocazione transatlantica del progetto.

L’uscita del disco coincide con la partenza del tour in Sudamerica: un nuovo capitolo che si apre, proprio come suggerisce il titolo, a porte spalancate.

“De par en par” segna un cambio netto rispetto ai vostri lavori precedenti: perché avete scelto di ridurre tutto a voce e chitarra proprio ora, dopo dieci anni di carriera?

È un regalo a noi stessi: ci siamo dati la libertà di poter fare un disco, un tour, un intero progetto con il minimo degli elementi. È una sfida per ritrovare l’essenza e ricaricare la sorgente dell’ispirazione, i cui effetti benefici ci son già stati a partire dalle registrazioni.

Avete registrato l’album interamente dal vivo in studio, in soli due giorni e senza sovraincisioni. Quanto è stata una scelta artistica e quanto una necessità produttiva?

È stato puramente una scelta artistica.

Avevamo lo studio a disposizione per un tempo illimitato. Abbiamo avuto farlo in due giorni, per liberarci dall’ossessione del perfezionismo. Il disco precedente ci ha visti chiusi in studio per 5 anni. Questo è stato fatto in 2 giorni. E la sensazione è liberatoria!

Nel disco convivono brani inediti e collaborazioni internazionali nate dal vostro festival. Che ruolo hanno avuto questi incontri nella costruzione dell’identità sonora dell’album?

Non hanno influenzato direttamente l’identità sonora dell’album, ma hanno influenzato direttamente l’ispirazione nostra che ci ha portato a fare l’album. Ad esempio il disco Marques 256 di Zé Ibarra è un capolavoro assoluto chitarra/voce. E in qualche modo ha sicuramente toccato le nostre corde del formato duo, sempre esistito ma fino ad allora mai catturato.

La presenza di artisti come Zé Ibarra, Leo Middea e Magalí Datzira rafforza la vostra vocazione transatlantica. Vi sentite oggi più proiettati verso il mercato latinoamericano rispetto a quello italiano?

Il progetto è nato fin dall’inizio tra Italia e Sud America, quindi non viviamo questa dimensione transatlantica come una apertura al mercato, piuttosto come  una parte della nostra identità. Collaborare con artisti come Zé, Leo o Magalí rafforza qualcosa che era già presente da tempo nelle nostre intenzioni: il desiderio di creare ponti reali, artistici culturali e umani.

Non ci sentiamo “più” proiettati verso un luogo rispetto a un altro. Ci sentiamo appartenenti a più mondi contemporaneamente. L’Italia è la nostra casa, ma è bello poter far circolare la musica anche in Brasile, in Spagna, in America Latina.

E viaggiare attraverso la musica per noi è sempre stato un modo speciale e autentico di farlo

Avete parlato di “accettazione dei limiti” e di imperfezione come valore. È anche una risposta al perfezionismo digitale che domina la produzione musicale contemporanea?

Sì, anche se non nasce come opposizione polemica.

Viviamo in un momento in cui tutto tende a essere levigato, corretto, perfetto. Noi sentivamo il bisogno di fare un passo diverso: accettare i nostri limiti, le nostre fragilità, gli errori.

Registrare live, senza sovraincisioni, significa esporsi in questo senso. Significa accettare che qualcosa possa non essere perfetto. Ma per noi quella piccola imperfezione è ciò che rende umano un brano.

Non è un rifiuto della tecnologia, ma un tentativo di non perdere il contatto con la parte più viva e vulnerabile della musica.

L’uscita dell’album coincide con la partenza del tour in Sudamerica. Che obiettivi vi siete posti per questa nuova fase internazionale del progetto Sinedades?

Il nostro obiettivo principale è creare connessioni reali.  Il tour in Sudamerica per noi non è solo una serie di concerti, ma un modo per incontrare persone, ascoltare, capire meglio quei territori che già fanno parte della nostra identità musicale.

Speriamo di consolidare quei ponti culturali che negli anni abbiamo iniziato a costruire, e di crescere attraverso l’incontro. Sarà una bella sfida, un uscire dal “porto sicuro” soprattutto perche vivremo l’esperienza di cantare in spagnolo latino per un pubblico che parla quella lingua, e in italiano per chi invece non lo capisce perfettamente. Praticamente il contrario del percorso fatto fino ad ora in Italia!

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