“Dai dai dai”, estratto dall’album “Universi”, è un brano essenziale e diretto in cui Gemini racconta quella zona sospesa tra crollo e resistenza. La scrittura, intima e senza filtri, mette al centro il peso delle parole, mentre la musica accompagna con discrezione, lasciando spazio alle emozioni.
Ne emerge un pezzo autentico, costruito sull’imperfezione e sulla vulnerabilità, capace di trasformare un’esperienza personale in un sentimento condiviso.
“Dai dai dai” nasce da una tensione emotiva molto precisa: qual è stato il punto di partenza?
È nata in un momento in cui mi sentivo sospeso, come se stessi trattenendo qualcosa che prima o poi sarebbe dovuto uscire. Il punto di partenza è proprio quella voce interiore che ti dice “resisti ancora un attimo”, anche quando dentro sei già crollato. “Dai dai dai” è quasi un mantra, una spinta fragile ma necessaria.
Il brano si muove tra abbandono e resistenza: quanto è difficile raccontare questa “zona grigia”?
È la parte più difficile da raccontare, perché non ha contorni netti. Non sei felice, ma nemmeno completamente distrutto. Sei lì, in mezzo. Però è anche la parte più vera, quella in cui penso si riconoscano più persone. Ho cercato di non semplificarla, ma di lasciarla sporca, imperfetta, come la viviamo davvero.
Hai parlato di un’anima cantautorale: quali riferimenti ti hanno guidato?
Sicuramente tutta quella musica che mette le parole al centro, che non ha paura del silenzio e della vulnerabilità. Artisti, come Francesco De Gregori ad esempio, che riescono a dire tanto con poco, e che fanno arrivare prima l’emozione e poi tutto il resto. Mi interessa più essere sincero che essere perfetto.
Quanto conta, in questo pezzo, la centralità del testo rispetto alla musica?
Tantissimo. In questo caso il testo è nato prima di tutto, quasi come uno sfogo. La musica è arrivata dopo, per accompagnarlo senza sovrastarlo. Volevamo che ogni parola avesse spazio, che si sentisse anche quello che non viene detto esplicitamente.
C’è un momento del brano che senti più vicino alla tua esperienza personale?
Sì, il momento finale, quando la voce si ferma e resta solo la musica.
È lì che c’è tutto, senza bisogno di spiegare altro. È come quando non riesci più a dire niente, ma senti tutto ancora più forte.
Cosa vorresti che l’ascoltatore portasse con sé dopo l’ascolto?
Mi piacerebbe che si sentisse meno solo. Anche solo per tre minuti. Se qualcuno ascoltandola pensa “ok, non succede solo a me”, allora il pezzo ha già fatto tutto quello che doveva fare.
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