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    Fujiiro: la band racconta il nuovo album “Tra mandrie e stormi hai un déjà vu”

    Con “Tra mandrie e stormi hai un déjà vu”, i Fujiiro trasformano tensioni personali e inquietudini contemporanee in un disco intenso e visionario, capace di attraversare psych rock, new wave, folk e cantautorato senza perdere compattezza. I sette brani dell’album si muovono tra atmosfere sospese, contrasti emotivi e immagini simboliche, seguendo il percorso di un protagonista diviso tra il desiderio di appartenenza e quello di fuga.

    Nato in un periodo segnato da crisi intime e collettive, il disco alterna momenti ruvidi e inquieti ad aperture più luminose, lasciando spazio all’interpretazione e alla libera lettura dell’ascoltatore. Abbiamo parlato con i Fujiiro della genesi del progetto, del rapporto tra sperimentazione e coerenza e della dimensione live dei brani.

    L’album sembra costruito su contrasti: è stato un processo naturale?

    Ci piace che ogni brano abbia diverse sfumature, spesso anche opposte fra loro all’interno. Quindi puoi trovarci momenti schizoidi alternati da meritati momenti di pace. Non è un processo deciso a tavolino e segue il sentire del brano stesso. Il disco deriva da un periodo di concatenazione astrali, fra crisi private intime e crisi sociali planetarie (vedi il periodo pandemico e post pandemico). Da lì l’incedere tortuoso e conflittuale è diventato inevitabile, la ricerca verso qualcosa di indefinito che ricerca concettualmente l’io narrante del disco è stata anche la nostra.

    Come avete trovato l’equilibrio tra sperimentazione e coerenza?

    Sì, come detto nelle precedenti domande il disco risente di periodi intimi, sociali e “planetari” molto turbolenti. Questo si riverbera anche nel concept legato all’io narrante e nella stessa musica. Il filo è una ricerca turbolenta verso un qualcosa di indefinito, il rapporto che ha il protagonista con i suoi demoni, le sue voci interiori. In questo percorso ci sono, poi, momenti di illuminazione.

    Esiste un filo rosso che lega tutto il lavoro?

    Sì, come detto nelle precedenti domande il disco risente di periodi intimi, sociali e “planetari” molto turbolenti. Questo si riverbera anche nel concept legato all’io narrante e nella stessa musica. Il filo è una ricerca turbolenta verso un qualcosa di indefinito, il rapporto che ha il protagonista con i suoi demoni, le sue voci interiori. In questo percorso ci sono, poi, momenti di illuminazione.

    Quanto è importante lasciare spazio all’interpretazione?

    È importante che ognuno si faccia una sua idea. Non ci piace “didascalizzare” nessun messaggio.

    Come immaginate questi brani dal vivo?

    I brani dal vivo sono un flusso sonoro unico, rivisti e rimiscelati, arricchiti di incognite “teatrali” e momenti di improvvisazione.

    Qual è il prossimo passo del progetto?

    Suonare tanto dal vivo e registrare musica nuova.

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