Eudaimonia è il titolo del primo album di Picciony, pubblicato venerdì 24 aprile su tutte le piattaforme digitali per Redgoldgreen Label.
Dalle cassette ai CD fino a Spotify, da MySpace e MSN a Instagram e TikTok. Eudaimonia racconta come la musica abbia trasformato linguaggi, rituali e significati. Il disco si configura così come un ponte tra ciò che è stato e ciò che sta diventando. Un’idea che si riflette nell’estetica, nel sound, nella scrittura, nella dimensione live e nei mezzi utilizzati.
Ballare, pensare e vibrare. Il nuovo album Eudaimonia probabilmente riesce in tutti questi intenti. Tu che l’hai creato, che ne pensi? Cosa volevi che passasse di più e cosa pensi passerà di più all’ascoltatore?
Quello che volevo era fare una cosa veramente sincera, e quello che spero passerà di più all’ascoltatore è proprio questa sincerità. Ballare, pensare e tutto il resto viene dopo la sincerità, proprio per il terzo verbo che hai utilizzato nella domanda: vibrare. La sincerità vibra in armonia con più frequenze.
In Eudaimonia attingi a dubstep, rock, electro, pop e cantautorato: come lavori per tenere insieme mondi così diversi senza perdere identità?
In questi anni di attività ho familiarizzato con molti generi, e riesco a giocare in qualche modo con buona parte di essi. La difficoltà ed il rischio quando si fa questo tipo di cose è quello di ottenere un prodotto esageratamente eterogeneo soprattutto a livello di sound, in questo posso dire che la collaborazione con il producer Gabriele Biagi, per quanto riguarda il sound design e con il M° Schiavoni per quanto riguarda gli arrangiamenti, sia stato ed è prezioso.
Per quanto riguarda l’identità invece credo che questo sia il modo più semplice per trovarla.
Spesso (e non è una affermazione critica) ci si chiude in un genere ben definito e si seguono i dettami stilistici del genere in questione, ed è molto difficile non uscire dalle “regole”, tanto quanto non rispettarle assolutamente.
Hai parlato di “cantautorato 3.0”: cosa significa oggi fare cantautorato in un’epoca dominata da algoritmi e contenuti veloci?
Trovare un linguaggio autentico ed efficace non è facile in questo momento. La cultura non basta; per arrivare deve incuriosire. Il linguaggio corretto o addirittura “dotto” non basta, sappiamo che in media gli studenti italiani ai primi anni di università utilizzano un vocabolario di non più di 500 vocaboli. La lingua è globalizzata, piena di neologismi che hanno dei significati specifici. Quello che succede spesso è che un artista utilizzi solamente il linguaggio che appartiene al suo genere, se fai rap ti esprimi in un certo modo, se sei un cantautore indie ti esprimi in un altro modo, e via dicendo. Perché la scrittura arrivi a molti bisogna padroneggiare diversi linguaggi, 3.0 significa questo: ascoltare, ricordare, rimestare e rinnovare esperienze ed ascolti per amalgamare i vari modi di esprimersi e quindi anche di comprendere.
I testi alternano ironia, malinconia e critica sociale. Quanto è importante per te usare la leggerezza per raccontare inquietudini profonde?
Come fai senza leggerezza? La leggerezza è un punto di partenza. Prova solo a contemplare le inquietudini profonde con pesantezza. Comunque, non l’ho capito subito, infatti questo è il primo lavoro in cui mi esprimo così, e nemmeno in tutto il disco. Nei brani meno recenti ero ancora un po’ ridondante e adagiato su dei mezzi cliché. Poi quando ho avuto l’idea di “dare di matto” con NON ME NE FREGA UN B**P, allora mi sono lasciato andare alla “leggerezza”.
Il brano “30 anni” sembra fotografare una generazione sospesa tra entusiasmo e disillusione: si tratta di un pezzo autobiografico?
Ho provato a scrivere in maniera tale che ogni brano potesse essere letto a più livelli, questo esperimento in alcuni casi è sicuramente riuscito meglio che in altri. Nel caso di questo brano sembrerebbe sia riuscito discretamente, noto curiosità nelle interviste, come in questo caso, e nei feed dei trentenni come me… vecchi nostalgici psicolabili. Per cui, si, il brano è autobiografico, scritto qualche anno fa, quando avevo esattamente 30 anni, allo stesso tempo è generazionale e di conseguenza sociale. Credo che lo possano vestire tutti quelli che hanno più o meno la mia età e che quindi si sono trovati a vivere i veloci cambiamenti e le dinamiche sociali che hanno caratterizzato questi ultimi 15/20 anni. L’Entusiasmo sicuramente ci appartiene, il disincanto, anche.
La tua critica alla tecnologia non sembra nostalgica o moralista, ma più esistenziale. Qual è l’aspetto che ti inquieta maggiormente del presente?
Non la definirei nemmeno critica in realtà, è una presa visione. Il fatto che ci siano nuove tecnologie e che noi dobbiamo imparare ad utilizzarle e che prima di imparare dobbiamo sbagliare non credo che sia una novità. La novità è che veramente non sappiamo dove può portarci questa immensa capacità di fare che abbiamo acquisito con la tecnica e quanto questa ci renda distanti dal nostro essere umani. I risultati di questo distorcere la nostra realtà, bio-psico-sociale iniziano ad essere evidenti. Abbiamo consumato il pianeta.
Per sopravvivere il nostro sistema ha bisogno della guerra, come è stato per tutta la storia dell’umanità potremmo osservare, ma stavolta la tecnica eccellente rende imprevedibile qualsiasi conseguenza. E dentro a questa bolla di incertezza totale al livello di rischio estinzione, ci siamo noi, fermi davanti ai nostri dispositivi mobili, incapaci di avere un momento di lucidità per capire cosa stia succedendo, ognuno con il suo malessere speciale, incapace di guardare alla propria emotività assorto nelle sue mansioni. Non mi inquieta nulla in realtà, mi diverte osservare come sia tutto estremamente funzionale a tenerci distanti e assorbiti nel mantenere questo stato di cose.

C’è una traccia che senti rappresentare meglio l’identità del progetto Picciony in questo momento?
La titletrack “EUDAIMONIA” è la mia risposta definitiva. Un po’ difficile da pronunciare, lunga più di 5 minuti, con la “Lode all’Inviolato” di Battiato nel ritornello, con la dance, con il rap, con il maha mantra alla fine. Una gran confusione dove racconto di me, di noi come generazione e della realtà sociale in cui ci dimeniamo. E poi mi piace perché è a lieto fine.
E una canzone a lieto fine che celebrasse qualcosa di simile alla gioia la dovevo scrivere da quando avevo 20 anni.
Al netto dei contenuti culturali riferibili all’Italia, questo progetto -forse- potrebbe avere un respiro importante all’estero. Ci hai mai pensato? Come vedi il mercato italiano (live, discografia, pubblico) rispetto a quello internazionale?
Qui lo dico e qui lo nego: Erano previste altre tracce, con alcune collaborazioni, ma volevo uscire a marzo per forza e questo avrebbe allungato di troppo le tempistiche. Quindi ci sono dei brani in cantiere che potrebbero essere condivisi con degli amici, magari saranno proprio loro ad apportare quei contenuti culturali non riferibili all’ Italia che mancano! Riguardo alle differenze tra il mercato italiano e quello internazionale non credo di poter essere di aiuto per analizzare la situazione, posso solo confermare che sono abissali.
Come si svilupperà dal vivo il set di Eudaimonia?
Avete presente quelle belle torte tipo american wedding? piene! Ecco, quelle in faccia al pubblico pagante. Molti strumenti, digitali ed analogici, molti effetti speciali, Gaia si occuperà anche delle arti visive, partecipazioni colorate, sax e nostalgia satureranno tutti i vostri sensi. Ci vediamo questa estate!
