Con il nuovo singolo “Parole sole”, Demonaco porta al centro del racconto tutto ciò che dentro una relazione rimane sospeso: emozioni trattenute, pensieri mai espressi e silenzi che finiscono per avere più peso delle parole stesse. Il brano nasce da una dimensione profondamente vulnerabile e personale, trasformando immagini quotidiane e dettagli concreti in fotografie emotive capaci di parlare a chi ascolta.
La scrittura si sviluppa in modo spontaneo, quasi istintivo, lasciandosi guidare dagli imprevisti e dalle emozioni del momento. Demonaco racconta infatti un processo creativo in cui parole e musica nascono insieme, spesso durante registrazioni improvvisate fatte di getto, seguendo sensazioni autentiche e immediate. È proprio questa urgenza emotiva a rendere “Parole sole” un brano diretto e sincero, lontano da ogni costruzione artificiale.
Dal punto di vista sonoro, il pezzo mescola R&B, jazz, soul e influenze rap, trovando un equilibrio naturale tra mondi musicali diversi. Un’identità costruita attraverso la contaminazione, con riferimenti che guardano tanto alla scena jazz contemporanea quanto ad artisti capaci di fondere generi differenti senza perdere coerenza espressiva.
“Parole sole” anticipa inoltre il primo album ufficiale di Demonaco, previsto per settembre. Un disco che attraverserà storie d’amore, precarietà, malinconia e radici del Sud, trasformando esperienze personali e immagini quotidiane in un racconto musicale intimo e profondamente umano.
“Parole sole” racconta tutto ciò che rimane bloccato dentro una relazione: quanto è stato importante partire da una dimensiona così vulnerabile?
Parlare di qualcosa che abbiamo vissuto più e più volte sembra semplice, ma non lo è affatto; forse proprio l’immagine delle parole incastrate tra i denti mi ha aiutato a sviluppare il testo. Spesso la fragilità è qualcosa di cui parlo: ci sono cose che non affrontiamo nel quotidiano e mi piace portarle alla luce.
La canzone funge da occhio esterno e riguarda qualcosa che le persone coinvolte non riescono a notare. Le “parole sole” sono quelle che echeggiano soltanto nella nostra testa, restando prigioniere mentre guardiamo l’altro.
Spero che l’ascolto possa spronare le persone a non sentirsi “stupide” quando provano a essere sincere, dimostrando sia con i gesti che a parole i propri sentimenti.
Nel brano il silenzio sembra avere quasi più peso delle parole: pensi che oggi sia diventato più difficile comunicare davvero le proprie emozioni?
Non è facile per nessuno comunicare le proprie emozioni, abbiamo quasi tutti paura di essere giudicati, quando invece sarebbe molto bello poter essere sempre spontanei. Io sono il primo che non sempre riesce a dire ciò che pensa o che produce pensieri edulcorati per sentirsi più al sicuro.
Credo che almeno nell’intimità di un rapporto, che sia stato breve o duraturo, non bisognerebbe avere paura di esprimere le proprie emozioni. Al massimo susciteremo imbarazzo nell’altro/a, ma saremo stati sinceri.
Hai raccontato che il pezzo è nato da un’eco fortissima in una sala prove sotterranea di Bologna: quanto conta per te lasciarti guidare dagli imprevisti durante la scrittura?
La mia scrittura è spesso un imprevisto, perché non sempre la prevedo. Scrivo molto spesso in contemporanea parole e musica. Ovvero, capita di suonare da solo con la chitarra: nel mentre sto vivendo una situazione particolare di vita oppure sono pensieroso, allora arrivano delle parole. In quel momento prendo il telefono e registro tutto quello che fuoriesce dai miei pensieri sulla musica, finché non si esauriscono le parole. Dopo mi tocca trascrivere a volte registrazioni da 10 a 20 minuti, e ritrovare degli accordi di cui non ricordo la forma, però ci sono anche cose peggiori da fare nella vita.
In questi momenti, mentre mi lascio andare alla musica e alle parole, a volte sento un’emozione forte nel petto; magari capita a molti quando scrivono, esprimono la propria arte, hanno un’intuizione o altro. Quando mi emoziono, quando a volte ho pianto – visto che sono molto autocritico –, capisco di aver scritto qualcosa che mi piace e che forse vale la pena far ascoltare a qualcuno/a.
Musicalmente il brano intreccia R&B, jazz, soul e sfumature rap: come lavori per far convivere mondi sonori così diversi senza perdere identità?
In realtà, mentre produco e scrivo non ci faccio così tanto caso: cerco di sentirmi libero e cerco di comunicare quello che ho in testa ai musicisti che lavorano con me.
Piano piano sto cercando di fare in modo che la mia identità sia proprio la convivenza di tutti questi mondi sonori diversi, ma che in fondo hanno la radice comune del jazz.
Io non sono un jazzista e per fortuna non faccio parte della “jazz police”, ma sicuramente da quel mondo attingo molto, specialmente da artisti più odierni come Kamaal Williams, Yussef Dayes e meno conosciuti come The Daltonics, i Błoto, Surprise Chef e molti altri. Però il modo di far convivere tanti generi diversi insieme cerco di rubarlo a Tyler, the Creator. Lui è il maestro della contaminazione.
Le immagini presenti nel testo sono molto quotidiane ma allo stesso tempo evocative, come “le macchie di olio sulle felpe”: quanto conta trasformare esperienze personali in dettagli concreti?
Spesso capita di parlare di cose che ho vissuto in modo diretto o indiretto tramite chiacchiere o storie con cui entro in contatto. Cucinando molto per passione, ed essendo un pasticcione, capita di sporcarsi e non sempre si riesce a mandare via subito le macchie. Mentre scrivevo ho cercato di rappresentare qualcosa di molto ostinato che a volte non riesci proprio a mandare via e ti torna sempre davanti agli occhi o nella mente.
Nei testi cerco di creare dei frame visivi, come delle fotografie, per rimanere in contatto anche stimolando l’immaginazione. Ognuno può vederci quello che vuole, riportando la propria esperienza e rivivendo un momento della propria vita.
“Parole sole” anticipa il tuo primo album ufficiale in uscita a settembre: che tipo di viaggio troveremo all’interno del disco?
Il disco raccoglie quello che mi andava di far ascoltare fino a oggi. È un viaggio attraverso le terre del sud che mi hanno cresciuto, storie d’amore, lavoro precario, malinconia e mai tristezza. Non è un concept album, ma è una scansione sonora dei miei ultimi anni: di cose che ho vissuto e di cose che mi hanno riempito gli occhi. Spesso sono diverso da quello che scrivo, ma Demonaco è la parte di me che non si vergogna di essere vulnerabile. Nel disco mi sono divertito ed, essendo il primo, ho anche capito quanto ci vuole a fare un disco: è stata la mia palestra. Molto lo devo ai musicisti che hanno viaggiato con me: Bruno Belissimo, producer del disco, e Baco Giovanni Cristino, pianista, che sono i primi ad aver creduto in me, dandomi una mano rispettivamente in produzione e arrangiamenti. Inoltre, alle chitarre Giuseppe Pascucci e alle batterie Michele Ciccimarra. Nei prossimi mesi ci sarà anche un’altra canzone che uscirà prima del disco. Magari ci sentiamo a giugno.
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