Con “Inni generazionali”, Tommaso Imperiali firma un album che racconta le inquietudini, le speranze e i legami di una generazione sospesa tra passato, presente e futuro. Otto brani che alternano ballad e rock ‘n’ roll, nati da oltre tre anni di scrittura e concerti, nei quali l’esperienza personale si trasforma in un racconto collettivo. Il cantautore racconta la genesi del disco, le influenze musicali che ne hanno plasmato l’identità e il ruolo fondamentale dell’amicizia e della condivisione nel suo percorso artistico.
“Inni generazionali” è un titolo che richiama immediatamente un senso di appartenenza collettiva. Come è nata questa scelta e cosa rappresenta per te?
Penso che la musica sia sempre un’esperienza collettiva. Questo riguarda sia il processo creativo, sia la fruizione, sia, necessariamente, i contenuti. Anche se il disco esce come “Tommaso Imperiali”, è l’esito di un lavoro che coinvolge tantissime persone. Tutte queste canzoni poi per me assumono davvero senso solo quando vengono cantate insieme, dal vivo con i miei amici sul palco e sotto il palco.
Il tema del tempo attraversa tutto l’album: il passato che pesa, il presente che sfugge e il futuro che appare incerto. In che modo queste riflessioni hanno influenzato la scrittura delle canzoni?
E’ una riflessione che sto facendo più a posteriori che mentre scrivevo i pezzi.
Ci sono pezzi in cui guardo indietro, penso a “Inni generazionali” o “Raccogli”, altri in cui guardo avanti, come “Qualcuno Elvis”, altri in cui mi guardo intorno, come “Ragazzini viziati”.
Tutto sempre con un pizzico di nostalgia, per il passato, ma anche per il presente e il futuro. So che “nostalgia del presente” può sembrare un’espressione strana, ma giuro che è un sentimento che provo costantemente. Non saprei come spiegarlo, spero nei pezzi di riuscire a chiarirlo meglio…
Nei tuoi brani racconti le inquietudini dei ventenni, ma anche ciò che permette di affrontarle: amicizie, musica e condivisione. Quanto c’è della tua esperienza personale in queste storie?
Ho sempre la grande paura di essere quel tipo di cantautore che canta di se stesso e per se stesso. Inevitabilmente lo spunto per scrivere è quasi sempre autobiografico, poi il tentativo è quello di andare in una dimensione più universale possibile. Non è sempre facile riuscire a bilanciare le due dimensioni. Nella prima fase per me è sempre importante il parere di qualcuno di cui mi fido, un paio di ragazzi della band su tutti, per capire se quello che sto scrivendo possa effettivamente risuonare in chi ascolta.
Il disco alterna ballad e brani più energici legati al rock ‘n’ roll. Come hai lavorato per mantenere un equilibrio tra la dimensione più intima della scrittura e quella più diretta e trascinante del suono?
Qui è stato fondamentale il lavoro di Lorenzo Cazzaniga, produttore del disco, e di tutti i ragazzi che hanno suonato i pezzi. Ci tenevo molto che, pur essendo il mio primo disco “solista” e se vogliamo “cantautorale”, la band fosse sempre al centro, come sound e come spirito. Speriamo di esserci riusciti.
Bruce Springsteen è uno dei tuoi riferimenti dichiarati, insieme ad artisti come Sam Fender, Zach Bryan e, in Italia, Guccini e De Gregori. Quali insegnamenti hai tratto da questi autori e come hai cercato di trasformarli in qualcosa di personale?
Da ognuno cerco di rubare qualcosa di diverso. Di Springsteen, oltre ovviamente a tutto quello che riguarda la dimensione live, mi affascina il modo in cui coniuga poesia e rock ‘n’ roll. Penso che pochi al mondo riescano ad essere dei poeti e delle rockstar nello stesso istante e Bruce è sicuramente uno di questi. Sam Fender e Zach Bryan stanno facendo una cosa bellissima, invece, che è dare vita a dei veri e propri “inni generazionali”: io nel mio disco faccio notare una mancanza, loro provvedono a colmarla.
Su Guccini e De Gregori, ma aggiungo volentieri almeno Dalla e Fossati, c’è poco da dire. Alcune cose che hanno scritto vanno oltre il concetto di generazionale: sono senza tempo.
Nel raccontare l’album hai sottolineato l’importanza della tua band, con cui condividi il percorso musicale fin dall’adolescenza. Quanto ha contribuito questo legame alla costruzione dell’identità sonora di “Inni generazionali”?
Non ci sono parole sufficienti per descrivere quanto questi ragazzi siano importanti per me, non solo per questo disco. Prima ancora di essere i miei compagni di band sono i miei migliori amici: suoniamo insieme da quando avevamo 15 anni e abbiamo condiviso ogni passo e ogni palco di questo percorso stupendo.
Dopo oltre tre anni di scrittura, concerti e lavoro in studio, cosa speri che il pubblico porti con sé dopo aver ascoltato per intero “Inni generazionali”?
Spero che qualcuno associ, senza accorgersene, una canzone di Inni a un momento della propria vita. E tra qualche anno, riascoltando questo disco, si ricordi di una persona, di un posto, di una situazione o di un’emozione che stava vivendo mentre lo ascoltava per le prime volte.
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