Attraverso i cerchi di fuoco di Filippo D’Erasmo

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Filippo D’Erasmo è forse tra i nomi cantautorali più caldi sulla scena emergente: l’uscita del suo ultimo singolo, “Cerchio di fuoco”, sembra aver dimostrato al mondo che è ancora possibile scrivere musica che impegni l’ascoltatore, senza cedere alle lusinghe di comfort zone musicali utili solo a chi non sa leggere la sfida implicita in ogni atto artistico che si rispetti. Filippo, invece, dà l’impressione di essere uno che di tradizione ne ha masticata, eccome, ma senza mai sedersi su posizioni già usate e abusate, senza cercare il proprio riflesso in appannati (e appannanti) specchietti per allodole. Ecco perché, per far sì che il cantautore rivelasse qualcosa in più sul suo progetto, è stato necessario inchiodarlo a quest’intervista, grimaldello essenziale per capire chi è davvero (e sopratutto, cosa non è) Filippo D’Erasmo.

Facciamo un passo indietro e torniamo a quando prima dell’estate hai pubblicato il tuo ep d’esordio “Canzoni part time”. A distanza di qualche mese, come presenteresti quel primo lavoro a chi non ti ha mai ascoltato?

Ho scritto queste cinque canzoni in un periodo della mia vita in cui vari aspetti erano da me vissuti “a metà”: il lavoro, la mia relazione, il mio rapporto con la musica, ad esempio. Diciamo che la sensazione di essere sempre al centro di due poli, che tirano da parti opposte, quella rimane tutt’ora.
Nel disco si raccontano storie di rivalsa sociale, quali “Zion Shaver”, sfoghi personali come in “Milano, Ilaria e la Nebbia”, ma ci sono anche canzoni più oniriche ed erotiche come “Anna”, nonchè forme di auto terapia psicoanalitica, come “Norimberga”.

Qual è stato il momento in cui hai capito di voler fare musica?

Che la musica fosse una compagna di vita l’ho capito fin da bambino, quando mi ritrovavo a canticchiare le canzoni che passava la radio o che giravano in casa. O quando da ragazzino misi per la prima volta le mani su una chitarra. Che poi questa potesse diventare la mia missione e addirittura un lavoro l’ho capito dopo le mie prime esperienze lavorative post laurea, che mi causarono diverse crisi interiori, fino a farmi cercare dentro quale fosse davvero la mia strada, quali fossero i miei talenti, ciò che mi veniva spontaneo fare e che non mi costava fatica, ma che mi stimolava. Capii abbastanza facilmente che queste cose erano la musica e la scrittura.

Tu sei anche produttore e ti capita di lavorare con artisti emergenti come te, secondo te qual è la situazione del mercato musicale attuale?

Cercherò di dare una risposta senza passare per boomer o per nostalgico, ma non so se riuscirò nel mio intento.
Noto un appiattimento generale, soprattutto per quanto riguarda i contenuti. Cioè voglio dire… ogni settimana vengono pubblicati centinaia di nuovi brani, quasi tutti suonano molto bene, perché le tecnologie di produzione nel frattempo si sono evolute… però spesso non sento dietro queste canzoni una chiara visione artistica, un bisogno di espressione..mi sembrano più che altro delle canzoni fatte per dare spazio all’ego. Ma allora questa musica cosa sta apportando al mondo, oltre che una illimitata offerta consumistica di cui nessuno sente il bisogno?
Capita spesso di confrontarmi con emergenti che arrivano in studio dicendo: “vorrei che il pezzo suonasse come la canzone di Tizio o di Caio”… ma quando mai copiare qualcun altro è stato un valore aggiunto? Cerco di far capire loro che devono cercare il LORO suono, la loro cifra stilistica che li possa distinguere da tutti gli altri, in questa giungla che è il mercato discografico.

“Cerchio di fuoco” è il primo tassello di un secondo capitolo, un brano non di immediata comprensione ma qualcosa mi dice che ne hai la piena consapevolezza… Cosa dobbiamo aspettarci dai brani che usciranno?

Sì, “Cerchio di Fuoco” è un po’ uno spartiacque che segna una nuova tappa del mio percorso artistico. Nasce da una scintilla di vissuto. Mentre stavo raccontando e dando sfogo a quella determinata emozione, la canzone ha preso una sua vita propria, intrecciandosi con altre storie dal sapore letterario e cinematografico, passando addirittura per qualche riferimento alla storia tra Johnny Cash e June Carter.
I brani che sto scrivendo in questo momento avevo bisogno fossero più personali, veri e concreti, con meno orpelli stilistici e con una narrazione che fosse più in prima persona, piuttosto che in terza.

Come pensi di affrontare questo momento in cui è molto difficile suonare in giro?

Cerco di non abbattermi, di sfruttare questo tempo per lavorare in studio ai nuovi brani, oppure per svolgere quella parte di lavoro sul progetto di stampo più “gestionale”.
So che siamo tutti sulla stessa barca, tutto il mondo della musica e dell’arte, ma non solo, letteralmente tutto il mondo. Per la prima volta questa situazione è globale ed interessa tutti…chissà che questa al Covid possa essere una lotta in grado di unirci.. anche se da quello che vedo intorno, forse ci stiamo più dividendo, che unendo.

Vetrina dei consigli: tre artisti che ti piacciono particolarmente

I big li conosciamo tutti e sarebbe superfluo citarli, quindi ti consiglio tre progettini piccoli, ma con buone potenzialità: Gianluca De Rubertis, lecoseimportanti, Laurino.

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