Federico Baldi, “Come i fantasmi”: come ci siamo convinti che la rivoluzione è un atto privato?

Nel suo primo singolo Come i fantasmi, uscito il 9 ottobre e scritto in collaborazione con Cristiano Loschiavo e Alessio Alì, Federico Baldi porta avanti una poetica che intreccia canzone, monologo e satira. C’è qualcosa di profondamente religioso nel suo modo di fare arte. Non perché predichi. Fa esattamente il contrario: percorre le navate delle nostre convinzioni più rassicuranti e le sconsacra una a una, armato di ironia e insofferenza. In Come i fantasmi, il suo bersaglio è quella che sembra essere diventata la nuova religione della nostra generazione: la terapia non come pratica di cura, ma come grammatica collettiva tramite cui interpretiamo relazioni, sofferenze e fallimenti.

Attraverso uno dei versi più provocatori del recente cantautorato italiano «Che se mi risolvo in terapia / come faccio a fare la rivoluzione?», Baldi non attacca la terapia in sé. Sarebbe una lettura troppo semplice. Quello che interessa a Baldi, e che non a caso emerge all’interno del percorso di Music for Change dedicato ai temi della cittadinanza e della partecipazione democratica, nasce dalla rabbia e rivela una natura profondamente politica: cosa succede a una società quando ogni forma di disagio viene ricondotta esclusivamente alla sfera individuale?

Come i fantasmi: dalla rivoluzione all’autoanalisi

C’è stato un tempo in cui il disagio produceva collettivi, movimenti, politica. Oggi, come suggerisce Baldi, la direzione è inversa.

Il testo di Come i fantasmi evidenzia il trauma, il percorso personale, il bambino interiore, il benessere individuale. Nei suoi monologhi e nei contenuti pubblicati sui social che anticipavano l’uscita del singolo, il cantautore crea una vera e propria parodia liturgica della terapia: le immagini sono volutamente eccessive, c’è un IO prorompente che progressivamente fa scomparire il NOI.

“Siamo stati impegnati / Concentrati a migliorarci / Abbiamo speso lo stipendio dal pazzologo / Per curare il nostro trauma / Disfunzionale / Fioritura personale / Ma ci siamo scordati che domenica / Si andava a votare”

E ancora

In terapia parlo ho un solo argomento: io, io, io

La provocazione, cifra stilistica di Baldi, è evidente e contiene una domanda che è difficile da liquidare: se i tuoi attacchi di panico fossero semplicemente frutto della precarietà che incalza, degli affitti che continuano ad aumentare e di una partecipazione politica che diminuisce? Forse la soluzione non è la terapia. Forse la soluzione è scendere in piazza e fare la rivoluzione.

L’ossessione per le etichette

Negli ultimi anni, sempre più, il lessico della psicologia è uscito dalla diagnostica per colonizzare conversazioni, aperitivi, social network.

Tossico. Disfunzionale. ADHD. Red Flag. Narcisista.

Federico Baldi descrive questo fenomeno con sarcasmo:

“Hanno tutti un ex narcisista / Nella lista, da contratto.”

“Amico, non hai l’ADHD / Sei distratto.”

Ciò che l’autore sembra criticare non è la psicologia in sé e per sé, quanto il rischio politico di ridurne il linguaggio in senso consumistico, come etichette identitarie da indossare per spiegare chi siamo: è ciò che ci porta alla perdita della percezione di noi stessi come parte integrante di una società all’interno della quale non si hanno solo diritti, ma anche doveri.

Oltre la diagnosi

Da questo punto di vista viene spontaneo pensare a L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello di Oliver Sacks.

Leggendo il testo del neurologo britannico, colpisce il rifiuto dell’autore di ridurre i propri pazienti a una semplice diagnosi. In Sacks è chiaro come ciò che rende i protagonisti pienamente sé stessi sfugga a qualsiasi classificazione clinica: è qualcosa di impalpabile e profondo che affiora proprio quando si sottraggono alla logica della correzione, permettendo loro di definirsi e fare, perfino, poesia.

Questa tensione sembra attraversare Come i fantasmi. Quando Federico Baldi ironizza sulla proliferazione delle etichette, non nega la sofferenza psicologica, bensì si interroga sulle potenzialità che perdiamo nel momento in cui riduciamo tutto a diagnosi.

Diventare fantasmi

Arrivati al ritornello, il significato del titolo acquista maggiore intensità.

“E saremo risolti / E saremo coscienti / Innocui, non ci faremo più male.”

Qui, la parola che risalta è Innocui.

Per il cantautore il rischio è che la terapia ci renda via via più consapevoli delle nostre emozioni ma meno capaci di abitare il conflitto, di esporci, di metterci in discussione e di sbagliare.

Quella del fantasma è una metafora esistenziale. Siamo destinati a essere individui perfettamente corretti ma sempre più distanti dalla realtà che ci circonda.

La recensione di “Come i fantasmi” di Federico Baldi

Più che una canzone sulla terapia, Come i fantasmi suona come una domanda scomoda, irritante, ma che proprio per questo funziona. Arriva dritta alle nostre coscienze.

Federico Baldi utilizza satira e provocazione per chiederci se è ancora possibile parlare di comunità, fare politica, in un periodo in cui la tendenza è unicamente quella di lavorare su noi stessi ignorando quel che ci sta “fuori”. Forgiamo delle corazze contenitive della rabbia che, di conseguenza, non si tramuta in dissidio.

Il merito del brano non è tentare di fornirci risposte, ma ricordarci che la domanda esiste. E che per correre dietro all’ossessione di diventare sempre più puliti, più trasparenti, alla fine siamo diventati simili ai fantasmi.

Una canzone che conferma il talento di Federico Baldi e lascia la sensazione che L’unica alternativa al cappio abbia ancora molte certezze da sconsacrare.

Ascolta “Come fantasmi” di Federico Baldi su YouTube.

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