Alla domanda “Giorgio, ma quindi che fai in Scozia?”, George Street si chiude con una risposta che nella sua semplicità ha qualcosa di disarmante:
“Vivo.”
Questa risposta pare arrivare alla fine di un percorso, ma continua a risuonare anche in Good Luck, il nuovo album di Giorgio Stammati. Nato al ritorno in Italia successivo a sei anni trascorsi ad Aberdeen, il progetto si sviluppa attraverso sette brani e una docuserie realizzata insieme al regista Emanuele Gaetano Forte, che trasforma le canzoni in capitoli di un racconto più ampio.
Ma ciò che rende interessante Stammati non è tanto il luogo in cui si trova. Non è la Scozia, non è l’Italia e nemmeno il viaggio che accompagna Good Luck. Ciò che colpisce è il modo in cui racconta quello che accade mentre si prova a capire da che parte andare.
Le sue canzoni sembrano nascere da una domanda che tutti, prima o poi, ci siamo posti: cosa stiamo facendo davvero?
Il tempo, a volte, è più simile a una catena di montaggio: lavoriamo, prendiamo decisioni, sbagliamo, ci perdoniamo, ripartiamo. Eppure, quando proviamo a dare un significato complessivo a questo movimento, il senso spesso sfugge.
È proprio dentro questo spazio di incertezza che si muove la scrittura di Giorgio Stammati.
Non descrive grandi imprese o rivoluzioni esistenziali, ma Figuracce, dubbi, desideri, aspettative che cambiano forma, confronti con gli altri e una sensazione familiare di trovarsi costantemente a un bivio. Le sue canzoni sono popolate da persone che pensano troppo e che si interrogano sulle scelte fatte e su quelle rimaste soltanto possibilità.
Guardando la docuserie accade, infatti, qualcosa di curioso.
All’inizio osserviamo Giorgio da lontano. Lo vediamo lavorare, viaggiare, inseguire idee apparentemente improbabili, affrontare piccoli ostacoli quotidiani. Si muove nella storia quasi come la pedina di un gioco da tavolo. Attendiamo con ansia la mossa successiva per scoprire dove lo porterà.
Poi, a un certo punto, arriva la realizzazione.
Quella pedina potremmo essere noi.
Ed è probabilmente qui che Good Luck trova la sua dimensione più autentica.
Le vite parallele
Se c’è un tema che attraversa l’intero immaginario di Good Luck è quello delle possibilità.
In Domande Scomode compaiono vite parallele e paragoni che non reggono. In Safety Car emerge il fascino del piano B, l’idea di iniziare qualcosa di sensato senza smettere, però, di guardare verso un’altra direzione. È una canzone che parla di quelle scelte che compiamo sapendo, in fondo, che una parte di noi si domanderà in eterno come sarebbe andata prendendo un sentiero diverso.
Le sue canzoni sono piene di riferimenti che vanno in questa direzione. Bojan Krkić, Zeman, Frusciante, la casa del nonno, gli aeroporti più piccoli. Elementi molto lontani tra loro che finiscono per costruire una geografia emotiva coerente, fatta di memorie, aspettative e possibilità mancate.
Da questo punto di vista, il calcio che ritorna spesso nei suoi testi appare tutt’altro che casuale. Oltre che una passione, è un vero e proprio linguaggio simbolico.
In una scena della precedente docuserie scozzese, Stammati cammina con una (forse) porta da calcio abbandonata sullo sfondo. È un’immagine che rimane impressa perché pare dialogare con gran parte della sua scrittura. Una porta serve a segnare, a raggiungere un obiettivo, a stabilire una meta. Una porta dismessa, invece, esiste anche quando la partita è finita, proprio come le possibilità rimaste aperte.

Good Luck e il desiderio di partire
Se George Street era il racconto di chi stava vivendo lontano da casa, Good Luck parte da un ritorno. Quando la storia comincia, sei anni dopo, Giorgio è di nuovo a casa.
Sono gli altri ad andarsene.
Mentre gli amici partono, lui si ritrova immerso in una nuova quotidianità fatta di lavoro, abitudini e normalità. Eppure, proprio dalla routine di tutti i giorni nasce l’impulso che mette in moto il racconto: inseguire un’idea, partire per l’America e bussare alle porte del Tiny Desk in cerca di fortuna.
Non sappiamo ancora quale sarà l’esito del viaggio.
Ma osservando il progetto nel suo complesso si ha la sensazione che il punto non sia mai stato la destinazione.
Come nelle canzoni, conta di più il movimento.
La forma del racconto
Uno degli aspetti più riusciti di Good Luck è il suono: caldo, accogliente e fortemente cinematografico. Costruito insieme ai musicisti Gianluca Manfredonia e Alessandro Saltarelli, il disco non sembra inseguire il ritornello a tutti i costi, ma accompagnare una storia. Le canzoni si muovono come piccole sequenze narrative, lasciando spazio alle immagini e alle atmosfere.
In questo senso si avvertono alcuni dei riferimenti dichiarati da Stammati. Come nei lavori di Andy Shauf, la musica accompagna e segue un personaggio in un viaggio; come nei dischi di Colapesce, arrangiamenti, parole e immaginario contribuiscono a costruire un mondo coerente e riconoscibile.
E forse è proprio questo uno dei maggiori punti di forza del progetto: al di là delle intuizioni narrative e della docuserie, Good Luck è semplicemente un disco bello da ascoltare.
Un progetto da gustare
In un momento storico in cui la musica viene spesso consumata con estrema rapidità, Good Luck richiede l’opposto: pazienza e attenzione.
Le canzoni funzionano autonomamente, ma trovano una nuova profondità nel dialogo con la docuserie ideata insieme a Emanuele Gaetano Forte. Le immagini non illustrano semplicemente i brani: li completano.
Si percepisce una cura rara nella costruzione dell’intero progetto, soprattutto nella volontà di creare una storia che si sviluppa episodio dopo episodio, invitando chi ascolta a fermarsi e a seguirla fino in fondo.
Qualcosa da gustare, più che da consumare.

La fortuna, forse
Anche per questo il titolo del disco assume un significato diverso da quello che potrebbe apparire.
La fortuna evocata da Stammati non coincide necessariamente con il successo, con il raggiungimento di un obiettivo. In fondo, Good Luck sembra ruotare attorno a una consapevolezza tanto semplice quanto difficile da accettare: non esiste una strada giusta capace di risolvere ogni dubbio. Si può partire e continuare a cercarsi. Si può restare e cambiare completamente.
Tra figuracce, desideri, possibilità e vite parallele, Good Luck non offre risposte definitive, ma ci ricorda che vale la pena continuare a cercarle.
E forse è per questo che il viaggio di Giorgio Stammati non merita soltanto di essere ascoltato.
Merita di essere seguito.
Guarda Good Luck su Youtube.
