Il tormentone che non da tormento: l’estate di Monia

Monia è un nome che qui su Indielife forse non è ancora passato ma dal quale, da qui in poi, faremo certamente fatica (e che bene!) a liberarci; le motivazioni stanno tutte nella manciata di singoli rilasciati fin qui e nell’EP pubblicato (in piena pandemia) dalla cantautrice ligure, già testimoni del piglio deciso di un progetto che sembra aver le idee chiare sulle direzioni che la sua produzione “intellettuale” (prima ancora che “artistica”) pare intenzionata a prendere.

Non fatevi irretire dalla freschezza della proposta, che parrebbe collocare Monia tra i nuovi emergenti della musica italiana per vivacità della sua produzione e mood spensierato della sua scrittura – utile a conquistare l’ascoltatore fin dal primo play, sopratutto in “Karité”; Monia, in effetti, viene da un percorso lungo e decoroso, che negli anni le ha permesso di ingrossare le spalle e farsi bella di premi e collaborazioni importanti: non che il curriculum serva (almeno, non sempre) a testimoniare il talento, ma se date un’occhiata alle imprese di Monia vi renderete subito conto che al Festival di Sanremo e sui palchi più prestigiosi d’Europa non ci si arriva per caso.

Già con “La vita è un bluff”, qualche mese fa, la cantautrice della Riviera di Ponente aveva dato prova di essersi ben allineata alle ultime linee guida della scena urban nazionale, senza per questo sedersi su pose emulative di sorta; la scrittura dell’artista, coadiuvata da una produzione compatta ed energica, esaltava già allora la duttilità versatile di un progetto intelligente prima ancora che funzionale (e si sa che raramente, in Italia, ciò che è “discograficamente funzionale” tende troppo spesso a perdere di “sensatezza”) confermando le sensazioni positive destate da “.A capo“.

Ora, “Karité” interviene “a gamba tesa” sull’estate di tutti con la finalità di creare fin da subito, nello stomaco e nella testa dell’ascoltatore, quella sensazione irrefrenabile di prurito interiore, di istigazione al moto fisico e celebrale: su una base elettronica ben confezionata ed utile ad esaltare il timbro deciso ed identitario dell’artista, si incastrano efficacemente immagini poetiche rubate a scenari felliniani, da godere in riva al mare al tramonto (meglio ancora se armati di cocktail e buonumore) o da sudare sul dancefloor in notti tarantolate.

Insomma, un ottimo ritorno capace di offrire un’alternativa valida a chiunque non riesca a scollarsi dalla testa la già fin troppo inflazionata hit di Lauro, Berti e Fedez, magari restituendo all’ascoltatore quella sensazione positiva che deriva dalla sincerità e dalla consapevolezza di aver di fronte qualcosa che sa convincere senza dar l’impressione di essere stato costruito per farlo.

E no, non è affatto poco!

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