Con il nuovo singolo “Grey Horse’s Standpoint”, Simone Sello esplora una prospettiva poetica e simbolica: quella del cavallo grigio, creatura intuitiva e potente che rappresenta la consapevolezza e l’equilibrio tra gli opposti. Il brano diventa così una meditazione in musica sul modo di osservare il mondo e sulle diverse forme che può assumere la percezione.
L’artista costruisce un dialogo sonoro inedito tra fischio, chitarra slide e canto lirico, fondendo linguaggi lontani in un equilibrio sottile, quasi cinematografico. Il contributo di Alex Alessandroni Jr. aggiunge una sfumatura più umana e malinconica, trasformando l’atmosfera inizialmente astratta in un racconto emotivo e terreno.
“Grey Horse’s Standpoint” è, in definitiva, un piccolo manifesto del percorso artistico di Sello: una musica che osserva, respira e suggerisce, unendo in un unico linguaggio suono, immaginazione e pensiero.
Il titolo Grey Horse’s Standpoint evoca un punto di vista inusuale, poetico e quasi mitico: cosa rappresenta per te questo “sguardo del cavallo grigio” e in che modo diventa una metafora del tuo modo di osservare il mondo?
Rappresenta una prospettiva diversa, una posizione innanzitutto di osservazione e poi di azione.
Il “punto di vista del cavallo grigio” è per me la metafora della consapevolezza, della capacità di pensare per comprendere prima di muoversi.
Il cavallo è una figura potente e intuitiva, ma in questo caso è anche simbolo di equilibrio: il grigio è il colore della zona intermedia, dove gli opposti convivono.
È una riflessione sullo sguardo, da un punto istintivo ed universale.
Il brano ha attraversato varie fasi creative, dal Theremin al fischio di Alex Alessandroni Jr. Quanto questa trasformazione ha modificato l’identità emotiva del pezzo e la sua direzione sonora complessiva?
Ha cambiato molto la sensazione finale: in origine il brano aveva un tono più astratto e sospeso, quasi “spaziale”.
L’arrivo del fischio di Alessandro Alessandroni Jr., invece, ha riportato il brano sulla terra, aggiungendo una dimensione più umana e respirata.
È come se avessi sostituito l’idea di “fantasma sonoro” con quella di “voce interiore”.
Da lì tutto il pezzo ha assunto una nuova identità: più emotiva, più cinematografica, ma anche più fragile — e per questo più vera. L’elemento “spaziale” rimane tuttavia presente nel brano, come è ovvio dal video clip.
Fischio, chitarra slide e canto lirico appartengono a universi espressivi molto diversi: come sei riuscito a costruire un equilibrio tra questi linguaggi senza che nessuno di essi prevalesse sugli altri?
Il segreto è lasciare spazio, affidando le varie sezioni melodiche a diversi protagonisti.
Quando metti insieme timbri così lontani, il rischio è che uno soffochi l’altro. Io ho cercato di trattarli come personaggi di un dialogo, ognuno con il proprio ruolo.
Il fischio evoca l’emozione, la slide crea lo spazio, il canto lirico rappresenta l’elemento epico, quasi spirituale.
Li ho bilanciati come in una scena cinematografica: non c’è un protagonista assoluto, ma un equilibrio dinamico tra voci che si rispondono.
Il videoclip introduce una dimensione visionaria e surreale, dove Western e fantascienza si fondono con ironia. Che tipo di riflessione volevi stimolare attraverso questa scelta visiva così anticonvenzionale?
Il video è una sorta di parabola visiva sulla condizione della natura umana.
Il cavallo grigio, che prende il controllo dell’astronave, rappresenta l’istinto che torna a guidare la macchina. È una scena simbolica, ma anche ironica, quasi pop.
Mi interessava giocare con i codici dell’immaginario occidentale — il deserto, il mito, il viaggio — e spostarli in un contesto sci-fi.
È un invito a guardare la modernità con uno sguardo poetico, non dogmatico: la fantascienza, dopotutto, è anche un modo per parlare del presente.
Nelle tue composizioni ricorrono spesso paesaggi lontani e sensazioni di spaesamento geografico e culturale. Quanto l’esperienza del vivere tra più mondi influenza la tua scrittura musicale e la tua sensibilità artistica?
In maniera totale.
Vivere tra Italia e Stati Uniti mi ha insegnato che ogni luogo ha una propria frequenza emotiva.
Cerco di tradurre quelle frequenze in musica: il Mediterraneo con la sua luce, Los Angeles con la sua vastità e, grazie ai miei viaggi, il Giappone con la sua delicatezza e senso del dettaglio.
La mia scrittura è un tentativo di far convivere tutto questo, di creare un linguaggio “senza passaporto”, capace di parlare a culture diverse senza tradirne nessuna.
Grey Horse’s Standpoint contiene l’essenza del tuo approccio compositivo, tra contemplazione e sperimentazione. Possiamo considerarlo una sorta di manifesto del tuo attuale percorso sonoro?
Sì, direi di sì, almeno in questo momento. È un brano che racchiude diversi poli della mia ricerca: la lentezza e il movimento, l’acustico e l’elettronico, il reale e l’immaginario.
Lo considero un piccolo manifesto perché sintetizza la mia direzione attuale: una musica che non descrive, ma suggerisce; che racconta una storia surreale aprendo uno spazio.
In fondo, Grey Horse’s Standpoint è il punto in cui si incontrano la mia esperienza di musicista, di produttore e di filmmaker — un unico linguaggio per più dimensioni.

