C’è una linea sottile che separa il controllo dalla perdita, l’ordine dal caos. È proprio su questo confine instabile che si muove “Dissolvimi”, il nuovo singolo di Samuele CYMA: un brano che parte da un arpeggio di synth ciclico per trasformarsi progressivamente in un vortice sonoro denso, fisico e immersivo.
La traccia si sviluppa attraverso una costruzione stratificata che, dal minimalismo iniziale, evolve verso un massimalismo saturo, dove voci, percussioni ibride, chitarre e un sax baritono spinto ai limiti si intrecciano fino a esplodere in un finale viscerale, tra suggestioni post-rock e derive noise. A 140 BPM, “Dissolvimi” gioca con la percezione del tempo e con quella sensazione ipnotica di attrazione e smarrimento che accompagna l’ascolto.
Al centro del brano c’è un equilibrio fragile tra tensione e abbandono, tra impulso istintivo e costruzione sonora, in cui ogni elemento contribuisce a creare un’esperienza immersiva e in continua trasformazione.
Il producer, songwriter e sound artist romano ci accompagna dentro il processo creativo della canzone, raccontando la genesi del brano, il lavoro sugli arrangiamenti e la ricerca timbrica che lo attraversa, fino a riflettere sul rapporto tra suono, percezione e identità emotiva.
“Dissolvimi” nasce da un arpeggio di synth ciclico molto preciso: quanto è stato determinante questo elemento nella costruzione emotiva e narrativa del brano? È arrivato prima il suono o l’idea concettuale?
L’idea sonora è arrivata sicuramente prima. Ho costruito un giro di basso un po’ destabilizzante su quella sequenza, e poi, improvvisando, è nata la linea vocale. Per fortuna, il testo e il titolo rispecchiano l’evoluzione della struttura del brano. Si aggiungono vari strati sonori fino a che non si distruggono o si dissolvono tutti nel finale.
Il pezzo gioca su una tensione continua tra minimalismo e saturazione sonora: come hai lavorato sugli arrangiamenti per trasformare una struttura essenziale in qualcosa di così fisico e stratificato?
Negli anni ci sono state varie versioni del brano, alla fine ho provato a far coesistere tutte le idee timbriche che ci sono passate dentro, perché generalmente mi piacciono molto le produzioni con tanti layers: batterie elettroniche e acustiche, chitarre, sintetizzatori… devo ringraziare i musicisti con cui ho lavorato: Giovanni Iacovella alla batteria, Federico D’Angelo al Sax baritono, Federico Coderoni alla post produzione e mix.
La produzione attraversa mondi diversi, dai suoni modulari fino a un finale quasi post-rock/noise: quanto è stato importante per te rompere i confini di genere in questo brano?
Sì, ho provato a buttarci dentro un po’ tutte le mie influenze musicali, ma è stato abbastanza naturale, per il piacere di farlo.
Il sax baritono, spinto ai limiti, è un elemento inaspettato: che ruolo ha nel racconto sonoro e che tipo di ricerca c’è stata dietro questo utilizzo così “estremo” dello strumento?
Devo ringraziare Federico D’Angelo, un baritonista incredibile. Il suo suono è inconfondibile, ha un groove e un fraseggio unici. È anche un innovatore timbrico, che esplora sia le possibilità dello strumento acustico che quelle offerte dalla manipolazione elettronica. Il suo solo si spinge sui sovracuti per poi sfociare in bassi aggressivi, arricchiti da armonici.
Nel brano parli di un’aura sfuggente, di una presenza che non si lascia afferrare: quanto questa dimensione è legata a un’esperienza personale e quanto invece a una riflessione più ampia?
Sì, credo parli un po’ dei miei limiti in generale, ma ho cercato comunque di rimanere un po’ impersonale nel testo, non volevo esplicitare un punto di vista unico. C’è questa paura di affrontare un ostacolo, di varcare un limite… ma allo stesso tempo siamo affascinati da cosa c’è dietro e vogliamo raggiungerlo.
“Dissolvimi” oscilla tra paura e abbandono: è un gesto di resa o una forma di consapevolezza? In che modo questo conflitto si riflette nella scrittura e nell’interpretazione vocale?
Forse entrambe. c’è anche forse la volontà di abbandonarsi a questa assenza, in modo da non dover più decidere nulla. Vabbè, poi sinceramente tutti questi significati li sto ipotizzando, perché nel momento della scrittura del testo ero completamente inconsapevole di cosa volevo dire, è stato tutto istintivo, ho prima improvvisato la melodia con parole a caso che poi ho sostituito.
Il brano corre a 140 BPM ma dà la sensazione di un tempo che si dilata e si perde: quanto hai lavorato sulla percezione del tempo e sul rapporto tra ritmo e immersione emotiva?
Sì, forse all’inizio il tempo è un po’ destabilizzante, ma niente di così disorientante: quando parte il ciclo ritmico siamo incastrati in questa griglia di sedicesimi che si distrugge solo nel finale. Sicuramente ritmo e immersione emotiva sono molto collegati perché accompagnati da un’evoluzione dinamica e timbrica.
Segui Samuele CYMA su Instagram

