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    Kanestri con “Difetti di fabbrica” un esordio che trasforma le fragilità in forza

    Ci sono dischi che nascono dalla voglia di raccontarsi e altri che diventano una vera necessità. Difetti di fabbrica, album d’esordio di Kanestri, appartiene a questa seconda categoria: un lavoro sincero, diretto e senza filtri, in cui esperienze personali, cadute e ripartenze prendono forma attraverso un linguaggio che fonde nuovo pop, indie e radici punk rock. Un progetto che non cerca di costruire un’immagine, ma di restituire emozioni autentiche, trasformando le fragilità in un punto di partenza e non in un limite.

    Abbiamo intervistato Kanestri per approfondire il significato del disco, il percorso che lo ha portato fin qui e la visione artistica che anima questo primo importante capitolo della sua carriera.

    “Difetti di fabbrica” è il tuo primo album e racconta un percorso di ricostruzione personale. In quale momento hai capito che queste canzoni non sarebbero rimaste solo per te, ma avrebbero formato un disco?
    Ciao ragazzi, è bello essere qui con voi oggi. Lo sto ancora elaborando e ho la netta sensazione che non arriverò mai ad una risposta, anche perchè non la sto nemmeno cercando. I miei fallimenti mi hanno reso così forte da concedermi un privilegio: il coraggio di mettermi a nudo davanti ad un microfono. Quando non hai più nulla da perdere, succede una cosa strana. Diventi invincibile.

    Nel progetto dici di aver scritto canzoni che ti hanno “salvato la vita”. Quanto è stato difficile trasformare esperienze così intime in musica senza perdere autenticità?
    E’ stato estremamente facile. Una terapia. La mia creatività è riuscita a trasformare tutta quell’energia negativa che avevo accumulato in qualcosa di nuovo, unico, personale. Una forza ignota e gigantesca. E’ riuscita a dare un senso alle mie delusioni. Ha proprio rimesso in moto la mia vita. Detto questo, come c@zzo fai a non essere autentico?

    Il titolo “Difetti di fabbrica” invita a guardare con occhi diversi le proprie fragilità. Oggi consideri quei “difetti” un limite oppure una parte fondamentale della tua identità artistica?
    Se c’è una cosa che non mi interessa è la mia identità artistica. Io sono questo. Lascio decidere agli altri cosa vogliono vedere e capire di me. Non combatto più guerre contro i fantasmi. E quei “difetti” di cui parli sono il nostro tesoro, la nostra bussola. Vanno accolti e compresi, smussati i confini dove serve. Creare ogni giorno un nuovo perimetro, nuove strade, conoscere nuovi vicini. Le nostre fragilità sono diamanti che ci contraddistinguono dagli altri, vorrei fosse un nuovo modo per innamorarsi. Quei “difetti” sono parte fondamentale della mia identità come persona.

    Il disco alterna energia e vulnerabilità, con un sound che unisce nuovo pop, indie e punk rock. Come hai lavorato per trovare un equilibrio tra impatto sonoro e intensità emotiva?
    Ho suonato tutto quello che avevo nella pancia e nel cuore, è uscito fuori questo disco. Niente analisi di mercato o scervellamenti vari. Vengo dal mondo punk rock, ascolto un po tutta la musica italiana e mi lascio contaminare con estremo piacere. Spero che venga fuori la mia voce come qualcosa di affine a molti ma diverso da tutto.

    La focus track “Me lo so aggiustare” sembra racchiudere il cuore del progetto. Cosa rappresenta questo brano all’interno del percorso narrativo dell’album?
    E’ solo una canzone, una banale canzone. Ho messo dentro le mie frustrazioni e i miei sogni. E quando dico “Io me lo so aggiustare l’amore” intendo proprio “in questo momento, mentre scrivo questa canzone”. Ecco, forse questa canzone è il cuore del progetto perchè mi ha insegnato un nuovo modo di amare.

    Arrivi da oltre quindici anni di musica, dalle prime band punk fino al percorso solista. C’è qualcosa di quel ragazzo che suonava nei piccoli locali di provincia che senti ancora molto presente nelle tue canzoni?
    Tutto. Quel ragazzo è qui dentro e dice la sua in ogni mossa. Con il tempo abbiamo messo su un bel gruppetto di amici e ognuno ha diritto di voto. Mi sento mosso da così tante forze che non ho più paura di fare scelte, tanto gli errori e le cazzate li mettiamo già in conto, faranno parte del viaggio e quasi li attendo alla porta con un calice di vino in mano.

    Il tuo motto è “scrivo canzoni per rimettere a posto i pezzi”. Dopo questo primo album, quali nuovi pezzi della tua storia senti di voler raccontare nei prossimi lavori?
    Non ho idea… ma credo di non aver ancora cominciato a raccontare il modo in cui vedo la vita, gli altri. Voglio lavorare sul mio sound, evolverlo e renderlo sempre più ingenuo nel suo percorso di crescita. Sono convinto che per dare il meglio di noi dobbiamo essere sinceri davanti allo specchio, azzerare le aspettative, viaggiare con la fantasia e creare dal niente scorciatoie per la felicità.

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