Ho ascoltato Cristiana Verardo il 2 aprile al Monk, ospite di Spaghetti Unplugged. Tra i brani ha portato Addio con Carmine Tundo (La Municipàl), uno spettacolo di dolcezza di cui non potrete più fare a meno. Cristiana Verardo, cantautrice e chitarrista salentina ha una voce d’altri tempi, arriva dagli anni 60, indossa cappelli e veline, racconta della cosa più contemporanea e antica dell’universo: l’amore.
Abbiamo scoperto Cristiana Verardo…
nel 2023, tra gli otto vincitori di Musicultura. L’anno successivo si è esibita al Festival della Canzone Italiana di Parigi e ha portato la sua musica in tournée in Giappone. Dopo le collaborazioni con Tosca, Vinicio Capossela, Ferruccio Spinetti, Moni Ovadia, Gnut, Erica Mou, Davide Shorty, Carmine Tundo e La Municipàl, le partecipazioni a programmi Rai e l’ingresso nella resident band di Tonica, poi il terzo album in studio, L’Avversaria, anticipato dai singoli Amore neve e Innamorarsi piano.
L’Avversaria è un disco? un diario? un viaggio? Qual è il suo volto?

Ti direi che è tutte e tre le cose, ma l’aspetto più profondo riguarda proprio il suo volto. Prima e durante la scrittura dell’album, immaginavo L’Avversaria come una figura esterna, quasi una presenza supponente e snob che mi giudicava dall’alto, un ostacolo da superare.
Poi, man mano che le canzoni prendevano forma e dopo l’uscita del disco, è successo che quella che credevo una nemica si è trasformata, in un’alleata.
Ho capito che non dovevo combatterla, ma accoglierla. Alla fine di questo percorso, quell’avversaria ha smesso di farmi paura e ha assunto finalmente il mio volto, diventando la parte più sincera e integrata di me.
Hai definito questo album una “virata radicale“. C’è qualcosa che hai dovuto lasciare indietro, anche musicalmente, per arrivare a questo risultato?
Ho dovuto abbandonare una certa idea di comfort. Ho dovuto lasciare indietro la paura di sbagliare o di risultare “troppo” qualcosa. Musicalmente ho potato i rami più rassicuranti per far spazio a suoni più spigolosi e diretti. È stato un esercizio di sottrazione doloroso ma necessario per far emergere l’essenza delle canzoni.
Nei tuoi brani convivono una scrittura molto poetica e sonorità che alternano strumenti acustici ed elettronica. Lavori per mantenere un equilibrio tra questi mondi?
Più che cercare un equilibrio, cerco una convivenza e mi piace che si avverta il loro contrasto. Gli strumenti acustici danno il calore, l’elettronica dà lo spazio e il movimento; lavorano insieme proprio perché sono diversi.
Con Carmine Tundo avete condiviso un percorso che è andato oltre il featuring. Come cambia il rapporto con una canzone quando la si vive insieme in momenti artistici così diversi?
Il mio legame con Carmine, sia umano che lavorativo, ha radici profonde: nasce nel 2017, quando per un’estate ho fatto parte de La Municipàl. Da allora abbiamo collaborato tantissime volte negli anni, cementando un’unione e un’intesa artistica davvero rara. In questo percorso, il brano Addio ha rappresentato un momento di svolta fondamentale. È stato il momento in cui abbiamo preso piena consapevolezza del fatto che, musicalmente, ci compensiamo in modo perfetto e siamo estremamente allineati. Dal giorno in cui l’ho cantata insieme a lui, quella traccia ha smesso di essere solo mia.
Quali sono le tue collaborazioni da “sogno nel cassetto”?
Il mio sogno più grande si chiama Carmen Consoli. Non è solo per la sua storia incredibile o per il fatto di essere, tra virgolette, la madre di tutte noi cantautrici, ma per qualcosa di molto più profondo: la sua integrità morale. In un mondo e in un mercato musicale spesso fatti di compromessi, ha dimostrato negli anni di saper rimanere sempre fedele a se stessa. Questa coerenza così rara, è per me una fonte di ispirazione immensa. Un altro artista con cui mi piacerebbe moltissimo collaborare è Dimartino.
Il 22 luglio sarai protagonista di Luglio nel Chiostro, una rassegna che mette al centro la musica d’autore in una cornice raccolta e suggestiva. Che tipo di atmosfera immagini possa nascere dall’incontro tra L’Avversaria e un luogo così intimo?
Per chi scrive, non c’è posto migliore del silenzio e dell’ascolto vero. Da un festival che mette al centro la canzone d’autore mi aspetto semplicemente di stare bene e di condividere le mie canzoni a tu per tu con la gente.

Il Salento non è solo il luogo da cui provieni, ma anche un paesaggio emotivo che attraversa le tue canzoni. Negli ultimi anni hai portato la tua musica anche in Europa e in Giappone: quanto è cambiato il tuo rapporto con la tua terra dopo queste esperienze? E c’è un incontro o un momento vissuto all’estero che custodisci ancora con particolare emozione?
Mi piace pensare di avere delle radici elastiche: si allungano per lasciarmi andare ovunque, ma poi mi riportano sempre a casa, nel mio Salento appunto. Viaggiare in Europa o in Giappone non ha significato allontanarsi, ma “andare a prendere” per poi portare a casa. Un ricordo che conservo è stato proprio in Giappone. Alla fine di un concerto un ragazzo si è avvicinato per dirmi che si era commosso, anche se avevo cantato in italiano e lui non capiva le parole, questa cosa oltre che farmi piacere mi ha fatto riflettere sulla potenza della musica che non ha evidentemente bisogno di dizionari per emozionare.
Se tra dieci anni riascolterai questo disco, cosa speri che ti restituisca della Cristiana Verardo di oggi?
Spero che mi restituisca, prima di tutto, una fotografia autentica di quella che sono oggi. Vorrei che la Cristiana di domani, riascoltando queste canzoni, possa dire: “Sì, in quel momento ero esattamente così”.
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