Pete Jersey torna con “Storie D’Annate”, il nuovo EP che mette al centro le relazioni e la dipendenza affettiva. Partendo anche da esperienze personali, l’artista racconta fragilità, solitudine e legami familiari, soffermandosi su quanto possa essere difficile distinguere l’amore dal bisogno dell’altro. Un progetto che guarda al passato per comprendere meglio il presente e trovare una nuova consapevolezza.
“Storie D’annate” parla molto di relazioni e dipendenza affettiva. Quanto c’è della tua esperienza personale nelle storie che racconti?
Ogni brano contiene esperienze e sensazioni emotive strettamente personali. Aver vissuto sulla propria pelle la dipendenza affettiva è stato il primo passo che ha dato vita a questo immaginario, prima individuale poi collettivo, osservando e realizzando che tutte queste ferite risiedono nell’animo della mia intera generazione.
Nell’EP emerge spesso la difficoltà di distinguere ciò che desideriamo da ciò che una persona è realmente. Ti è capitato di idealizzare qualcuno e accorgerti solo dopo di aver costruito un’immagine che non corrispondeva alla realtà?
Diciamo di si. Il panorama virtuale è un po’ il nostro secondo mondo, in cui sarebbe impossibile non crearsi un’idea non solo degli altri, ma anche di noi stessi, costruendo una comfort-zone talmente appetibile, per quanto apparente e fugace, da non sentire nemmeno il bisogno di confrontarla con la realtà.
Hai detto che questo EP racconta anche la tua generazione, sempre connessa ma spesso più sola. È una contraddizione che vivi anche tu nella quotidianità?
Assolutamente. La sensazione di solitudine interiore è una delle colonne portanti di questo mio mondo musicale, intrinsecamente connessa alle dinamiche dei rapporti interpersonali. Per esempio: al giorno d’oggi tutti possono sapere tutto di ciò che si condivide sui social, ma nessuno sa delle debolezze e dei dettagli che non vengono condivisi, che meriterebbero una vera mano sulla spalla, piuttosto che un like sull’ultimo post.
Alla base di “Storie D’annate” ci sono anche ferite e dinamiche familiari che arrivano dal passato. Quanto è stato difficile trasformare temi così intimi in canzoni senza sentirti troppo esposto?
Ammetto che il disagio di sentirsi esposti, con tematiche così sottili, purtroppo c’è. Quando si parla di dinamiche familiari complicate, spiego soprattutto il senso del titolo dell’EP, in quanto
“D’annate” si riferisce anche a generazioni passate, con disfunzioni familiari tali da portare agli stessi problemi che viviamo anche oggi, sommandoli all’odierno problema del distacco virtuale.
“Splendida” sceglie l’ironia per raccontare un incontro sbagliato. Nella tua vita l’ironia è anche un modo per affrontare delusioni e momenti più complicati?
Mi piace l’dea di affrontare momenti spiacevoli con un pizzico di ironia o autoironia. Solo toccando l’abisso capisci che i problemi superflui non ti danno il diritto di togliere il sorriso a chi ti circonda, così che tu possa affrontare le tue battaglie dentro di te, trasformando le emozioni in qualsiasi cosa tu voglia, come nel mio caso con la musica.
Nel progetto ritorna l’idea della consapevolezza come possibilità di liberarsi da certi meccanismi. Che cosa hai capito di te stesso lavorando a questo EP che prima non riuscivi a vedere con la stessa chiarezza?
Mi verrebbe da dire come Socrate: “So di non sapere”. Mentre tutti cercano di dare una sentenza su cosa sia l’amore, io ho capito di dover fare un passo indietro e ammettere di non sapere del tutto cosa sia, entrando in simbiosi con la mia musica per fare domande e dare risposte, per me stesso e per tutti gli altri, come una coscienza collettiva in continua evoluzione, verso la ricerca della piena consapevolezza di ciascuno di noi. Dei consigli più convenzionali che posso dare, però, sono di trovare la forza di chiedere aiuto e dedicarti a ciò che più riesce a scavare dentro te stesso, trasformandoti in qualcosa di migliore. Anche questo è ciò che la mia musica trasmette in modo velato.
