“Come dal marmo” è il nuovo singolo di Giacomo Lariccia, un brano che mette al centro l’essenzialità e il valore della sottrazione. Il riferimento è alla celebre idea michelangiolesca della scultura “per forza di levare”: togliere dalla materia ciò che è in eccesso per far emergere la forma.
Il cantautore applica lo stesso principio alla scrittura e alla vita, cercando nelle parole ciò che resta quando viene eliminato il superfluo. Il singolo apre il percorso di “Canzoni nella tormenta”, il nuovo album realizzato con “Don” Antonio Gramentieri e il trio Trinidad.
“Come dal marmo” nasce dall’idea michelangiolesca del “levare”. Quando hai capito che questo principio artistico poteva diventare anche una chiave per raccontare il tuo modo di scrivere e di vivere?
Il concetto di essenzialità mi appartiene da diversi anni. È una riflessione che faccio in tanti ambiti della mia vita. L’idea che la nostra felicità dipenda da una rincorsa continua a possedere ciò che non abbiamo è una condanna senza fine, che ricorda il mito di Sisifo, costretto a spingere un masso in cima alla montagna per poi ricominciare da capo.
Non mi considero un pauperista, ma penso che la chiave per la felicità sia apprezzare quello che si ha senza desiderare continuamente di possedere altro. Non siamo felici perché “abbiamo”, ma perché “siamo”.
Da qui al concetto di levare ciò che è inutile, il passo è breve.
Ho poi il ricordo di mia nonna che, negli anni prima di morire, ha passato il tempo a regalare tutti gli oggetti della sua vita, in una sorta di distacco dal mondo materiale.
Questa idea del togliere, dell’arrivare alla forma essenziale, è presente in tutte le discipline artistiche: la scrittura, la musica, la pittura. Nella scultura ha un’evidenza plastica imprescindibile e meravigliosamente metaforica.
Il “togliere per moltiplicare” vale anche nello sport. Il mio amico Carlo Devoti, nazionale di pallavolo negli anni Settanta, mi ricorda che anche nelle discipline sportive, ai livelli più alti, c’è una tensione verso l’essenzialità del movimento e della concentrazione psicologica per ottenere la migliore prestazione.
Per non parlare di alcune discipline filosofiche e religiose tendenti all’ascetismo, dove si afferma chiaramente che tutto ciò che non è importante è solo un peso per la vita.
Quanto al mio blocco di marmo, la canzone, sono anni che lavoro per togliere dalla scrittura tutto ciò che non è essenziale. Con questo disco, di cui “Come dal marmo” è il primo singolo, penso di aver raggiunto un equilibrio soddisfacente.
Nel brano sostieni che l’espressività aumenta quando si elimina l’eccesso. Quanto è difficile, oggi, scegliere l’essenziale in un mondo – anche musicale – che sembra spingerci continuamente ad aggiungere?
Trovo che sia molto difficile, per due motivi. Nel mondo occidentale, quello che conosco meglio, c’è una spinta a produrre, accumulare, consumare.
Il secondo motivo riguarda le fragilità dell’animo umano, che tende a colmare il vuoto della propria esistenza riempiendola di cose inutili.
Nella creazione musicale, invece, vale il contrario. Un percorso intelligente nello studio della musica deve per forza passare per i concetti di “limite” e di “essenziale”. La musica è fatta di suoni e di assenze di suono, le pause. È una scuola di vita.
Nel videoclip la lavorazione del marmo nella bottega di Massimo Galleni dialoga con le immagini della tua esibizione al festival Guitares du Monde. Come avete costruito questo incontro tra dimensione artigianale e performance musicale?
Raccogliere la metafora del lavoro dello scultore e trasformarla in immagini per il videoclip mi è sembrata un’operazione necessaria e importante. Ho avuto la grande fortuna di incontrare Massimo Galleni che, oltre a essere un grande scultore, è anche un appassionato di musica e una persona aperta di spirito: ha accettato immediatamente di partecipare al videoclip.
Il legame tra queste due espressioni della creatività umana, la scultura e la canzone, mi è sembrato evidente, nonostante la canzone sia una forma d’arte molto più giovane della scultura. Pensa che a Pietrasanta, in Toscana, la città di Galleni, Michelangelo arrivò nel 1518 per cercare i marmi per la facciata della Basilica di San Lorenzo.
Ad agosto sono stato invitato a suonare con Trinidad in questo splendido festival nelle Ardenne, in Belgio. È un festival dedicato alle chitarre, che porta sul palco musicisti di ogni orizzonte davanti a un pubblico meraviglioso. Mi è sembrato naturale unire le immagini dell’ultimo concerto, in cui ho cantato “Come dal marmo”, a quelle di Galleni.
Vivi a Bruxelles e negli anni hai portato la tua musica in diversi Paesi, collaborando anche con artisti provenienti da culture differenti. Quanto questo continuo confronto con lingue, luoghi e pubblici diversi ha modificato il tuo modo di scrivere canzoni?
Immagino molto. Il contesto in cui vivo, le lingue che parlo, le culture che incontro sono la mia vita e quindi anche le mie canzoni. Anche senza considerare i viaggi, Bruxelles da questo punto di vista è una città ricchissima, che permette di incontrare persone di ogni provenienza.
Per questo i miei ascolti sono sempre stati molto vari dal punto di vista linguistico e culturale. Tra le mie canzoni preferite ce ne sono diverse in francese, inglese, ebraico, arabo, spagnolo. Sono tutte lingue che, in un momento o nell’altro, hanno accompagnato la mia vita e il mio girovagare per il mondo.
Sei stato tre volte finalista al Premio Tenco e i tuoi testi hanno ricevuto attenzione anche da parte dell’Accademia della Crusca. Che rapporto hai oggi con la parola e quanto lavoro c’è dietro la ricerca del termine giusto in una canzone?
Il testo è l’elemento della canzone che trovo più affascinante e che mi impegna di più. L’italiano, nonostante io viva fuori dall’Italia da più di due decenni, è la lingua che mi permette di assaporare le parole, di sentirne il peso, il colore. La parola è poi strettamente legata al ritmo, che in una canzone, come in una poesia, è fondamentale. Non si cerca quindi solo il “termine giusto”, ma anche la parola che abbia il ritmo giusto. E spesso il ritmo conta più della parola stessa.
“Come dal marmo” si inserisce nel percorso di “Canzoni nella tormenta”, un album in cui i tuoi brani incontrano anche la chanson française. Qual è il filo che lega questo singolo al resto del progetto e cosa dobbiamo aspettarci dai prossimi mesi?
“Canzoni nella tormenta” è un disco di cambiamento importante nella mia musica. Ho iniziato a lavorare con un nuovo produttore, “Don” Antonio Gramentieri, e con il suo trio Trinidad. Il disco ha un suono profondamente diverso dai miei precedenti: abbiamo registrato dal vivo, senza correzioni, aggiungendo solo alcuni colori in postproduzione. Tutto quello che sentite è il frutto di una delle due o tre take registrate in studio a Modigliana.
Nel disco troverete canzoni mie, come “Come dal marmo”, e canzoni in francese: brani importanti che rispecchiano la mia vita, come “Le Rital”, uscito prima dell’estate, o “Le Déserteur” di Boris Vian. Ci sono poi traduzioni (dall’arabo, per la canzone “Candela nell’oscurità”) e adattamenti (“Decalogo” di Gianni Rodari).
Sono tutti tasselli della mia ricerca di senso di questi anni e credo che, nel loro complesso, rispecchino anche il periodo storico che stiamo vivendo, la tempesta in cui ci troviamo tutti, sulla stessa barca.
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