Con “A mente scalza”, Rita Zingariello affronta il tema del cambiamento e del rapporto con il proprio passato, attraverso otto canzoni che raccontano esperienze, emozioni e momenti di vita. Al centro dell’album c’è soprattutto l’accettazione, intesa come capacità di riconoscere ciò che non possiamo controllare, senza continuare a cercare risposte a ogni domanda.
Dopo quasi vent’anni di percorso artistico, la cantautrice sceglie una scrittura più essenziale, lasciando spazio anche alle fragilità e alle contraddizioni. Il titolo stesso richiama il desiderio di abbandonare le difese e guardare con maggiore sincerità a ciò che si è vissuto. Un percorso che attraversa il tempo, le relazioni, la fiducia e la necessità, a volte, di lasciare andare.
“A mente scalza” restituisce così il ritratto di un’artista che, con il passare degli anni, ha imparato a dare un valore diverso alle proprie esperienze, trovando nella musica uno spazio in cui accogliere anche ciò che resta irrisolto.
“A mente scalza” arriva dopo un percorso artistico di quasi vent’anni. In quale momento hai capito che queste otto canzoni stavano diventando un nuovo album e quale esigenza le ha tenute insieme?
Credo di averlo capito quando mi sono accorta che, pur essendo nate in momenti e situazioni diverse, tutte queste canzoni stavano facendo le stesse domande. Parlavano del tempo, delle scelte, della paura, dell’amore, della fiducia, delle cadute e della necessità di lasciare andare.
Non avevo deciso a tavolino di costruire un concept album. È stato il disco a rivelarsi poco alla volta, mentre scrivevo. Mi sono accorta che c’era un filo che teneva insieme quelle storie: il bisogno di guardare quello che avevo vissuto senza cercare continuamente di correggerlo o di addomesticarlo.
È questa, forse, l’esigenza che ha tenuto insieme le otto tracce: provare a fare silenzio intorno alle risposte già pronte e tornare alle domande che contano davvero.
Nel disco attraversi il tempo, le relazioni, la fiducia, le fragilità e il cambiamento. C’è un tema che senti più vicino alla Rita di oggi rispetto a quella dei tuoi lavori precedenti?
Sicuramente il tema dell’accettazione. Non intesa come passività, ma come capacità di riconoscere ciò che non posso controllare e, soprattutto, ciò che non posso cambiare.
È un tema che attraversa molte delle canzoni. In “Le balene di notte” riguarda il tempo e i pensieri che non posso trattenere; in “Scivola” diventa la necessità di lasciare andare qualcosa che non posso più riparare; in “Fidarsi” passa attraverso il coraggio di smettere di considerare la paura un rifugio.
Forse nei lavori precedenti cercavo maggiormente delle risposte. Oggi mi interessa di più imparare a stare dentro alle domande. Credo sia una differenza importante, che ha molto a che fare con il tempo e con le cose che ho vissuto.
Il titolo “A mente scalza” richiama l’idea di liberarsi dalle difese e dalle risposte già pronte. Quanto è stato difficile, nella scrittura, arrivare a questa forma di essenzialità?
È stato difficile proprio perché l’essenzialità richiede di togliere, e togliere spesso significa rinunciare a qualcosa che pensavi fosse indispensabile.
Con il tempo ho capito che non tutto quello che scrivo deve necessariamente dimostrare qualcosa. Una canzone non deve spiegare tutto. Può lasciare uno spazio vuoto, una domanda, un’immagine.
“A mente scalza” è nata anche da questo: dalla volontà di abbandonare le parole utilizzate per proteggermi, quelle che magari servono a costruire un’immagine di noi ma non sempre raccontano quello che siamo davvero.
Per me essere essenziale significa arrivare alla parte più vera di una storia, anche quando è fragile o scomoda. È come togliere le scarpe e sentire finalmente il terreno sotto i piedi: non hai più quella distanza, senti tutto un po’ di più.
“Le balene di notte”, il singolo che ha anticipato l’album, nasce dai pensieri che diventano presenze enormi e difficili da governare. Perché hai scelto proprio questo brano per presentare il nuovo progetto?
Perché è una sorta di dichiarazione d’intenti. Dentro “Le balene di notte” ci sono già molti degli elementi che attraversano tutto l’album: il tempo, la memoria, il dubbio, la difficoltà di accettare ciò che non possiamo cambiare.
È anche una canzone che racconta molto bene il momento in cui mi trovo oggi. A poco più di quarant’anni mi capita naturalmente di guardare indietro e chiedermi cosa avrei potuto fare diversamente. Ma allo stesso tempo sto imparando che non tutto può essere governato.
Le balene sono diventate l’immagine di questi pensieri enormi e silenziosi. Non puoi fermarle, puoi soltanto osservarle mentre attraversano il tuo mare.
Mi sembrava quindi il modo più sincero per aprire una porta su questo nuovo lavoro.
Nel disco convivono canzone d’autore, dimensione acustica e sensibilità jazz. Come hai lavorato agli arrangiamenti per trovare un equilibrio tra questi diversi linguaggi musicali?
La canzone e il testo sono sempre stati il punto di partenza. Prima di pensare a quale linguaggio musicale utilizzare, ho cercato di capire di cosa avesse bisogno ogni brano.
Con Vincenzo Cristallo abbiamo lavorato agli arrangiamenti cercando di non imporre un’unica direzione a tutte le canzoni. Alcuni brani chiedevano maggiore essenzialità, altri avevano bisogno di aprirsi, di lasciare spazio all’improvvisazione o al colore degli strumenti.
La sensibilità jazz, in questo senso, mi interessa molto perché permette alla musica di respirare. Ma non volevo che diventasse un esercizio di stile. Doveva rimanere al servizio della storia.
Anche la dimensione acustica ha avuto un ruolo importante proprio perché conserva una certa vicinanza, quasi fisica, con la voce. Il risultato è un disco nel quale linguaggi diversi possono convivere senza perdere l’intimità della scrittura.
In “A mente scalza” compaiono musicisti come Ferruccio Spinetti, Ernesto Marciante e Fabrizio Bosso, oltre ai Flowing Chords e a Valter Sivilotti. In che modo questi incontri hanno modificato o arricchito le canzoni rispetto a come le avevi immaginate inizialmente?
Ogni volta che una canzone passa nelle mani di un altro musicista, smette di essere completamente tua. Ed è una cosa bellissima.
Ferruccio Spinetti, Ernesto Marciante e Fabrizio Bosso hanno portato nei rispettivi brani una sensibilità che non potevo semplicemente prevedere sulla carta. Lo stesso è accaduto con i Flowing Chords, grazie al lavoro di Margherita Flore, e con Valter Sivilotti nella parte di archi di “Scivola”.
Mi piace molto questo momento del processo: quando quello che hai scritto comincia a vivere attraverso l’interpretazione di qualcun altro. Non si tratta soltanto di aggiungere uno strumento o una voce, ma di scoprire una possibilità che prima non esisteva.
In alcuni casi il brano si è avvicinato all’idea che avevo inizialmente, in altri se ne è allontanato. Ma proprio questo arricchisce il lavoro: la musica, quando è condivisa, continua a trasformarsi.
Questo album ha una dimensione particolarmente intima e raccolta. Come immagini “A mente scalza” dal vivo e quali saranno i prossimi appuntamenti per presentarlo al pubblico?
Lo immagino in una dimensione raccolta, dove le parole possano avere lo stesso peso della musica. Mi piacerebbe creare concerti nei quali non ci sia una distanza eccessiva tra chi suona e chi ascolta, quasi come se il pubblico potesse entrare dentro il piccolo mondo delle canzoni.
“A mente scalza” ha una componente molto teatrale e narrativa e vorrei che anche dal vivo questa caratteristica potesse emergere. Non mi interessa semplicemente riprodurre il disco: vorrei che i brani potessero respirare e cambiare attraverso i musicisti e attraverso la relazione con il pubblico.
L’album sarà disponibile dal 9 ottobre 2026, in vinile e sulle piattaforme digitali, mentre “Le balene di notte” è arrivata in radio e sulle piattaforme dal 2 ottobre. Da lì partirà il lavoro per portare il disco dal vivo e incontrare chi vorrà ascoltarlo.
Dopo tanti mesi, passati a scrivere, arrangiare e registrare, la cosa che desidero di più è proprio questa: smettere per un momento di stare dentro al mio mondo e condividerlo con le persone.
