Mettere la faccia – Da Grandi : un singolo per crescere insieme

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Mettere la faccia – Da Grandi: un singolo per crescere insieme

Paolo, in arte Da Grandi, è un compositore che ama mettere tutto se stesso non solo nelle note, ma anche nel testo. Ha iniziato quasi per gioco. Quando era bambino ha trovato in una scatola di cereali un software di composizione di musica elettronica. Da lì in poi è iniziato il suo percorso prima come DJ, arrivando a suonare nei locali più esclusivi di Roma, poi come interprete e compositore delle sue canzoni. Mettere la faccia di Da Grandi, è la sua nuova avventura. 

L’ho intervistato per parlarci della sua nuova canzone e non solo. 

Mettere la faccia – l’intervista

Ciao Paolo, innanzitutto grazie per questa intervista e benvenuto su Indielife. Oggi in questa intervista ci presenti il tuo ultimo lavoro dal titolo “mettere la faccia”. Si prefigura come un lavoro di introspezione perché ci racconti il tuo trascorso nella musica elettronica come DJ ad un genere radiofonico dove tu ti riscopri compositore e interprete dei tuoi testi. Mi racconti com’è nata questa tua canzone e cosa ti ha portato a fare questo tipo di percorso? 

Allora, prendo subito spunto da alcune cose che mi hai chiesto. Quando facevo il DJ e poi il compositore delle tracce che venivano suonate nelle discoteche, all’inizio era tutto molto bello. Poi ho sentito la mancanza di poter esprimere tutto quello che adesso racconto attraverso i testi che scrivo. Mi si è sbloccato un mondo di possibilità comunicative, grazie al fatto di poter mettere delle parole nella musica che compongo. 

Mettere la faccia…

Per quanto riguarda “mettere la faccia”, racconto come inizialmente, prima di diventare “Da Grandi”, non mettevo la faccia. Non comunicavo con la faccia. Tutte immagini di Da Grandi erano tagliate o erano nascoste. Non si capiva l’identità. Con questo singolo, ho voluto introdurre la mia identità, cioè mettere la mia musica in un modo piuttosto autoironico e sarcastico. Nel senso che sento l’esigenza di introdurre la mia faccia. Possiamo vederlo come un inno a prendersi le proprie responsabilità, quindi mettere la faccia appunto, sono proprio io. Con questo brano vorrei indicare tutti quelli come me, che per le proprie turbe mentali, hanno paura di esporsi e di essere contenti di ciò che si è. 

La canzone è molto leggera apparentemente, anche se poi approfondendo il testo non lo è così tanto, anche perché poi parlo dei miei periodi bui, del periodo di depressione, della mia vita, di tutte le cose che mi hanno portato ad essere insicuro di me. Può essere vista come una rivincita. 

Mettere la faccia – Da Grandi: Un lavoro molto introspettivo

Diciamo quindi che un lavoro molto introspettivo, che ti porta a dire “eccomi sono, qua”, però allo stesso tempo riesci ad esprimere tutto te stesso. Nella tua bio tra l’altro racconti che ti sei laureato in psicologia clinica. Come sei riuscito a portare questa tua esperienza di studio, sulla musica? 

Credo che sia impossibile, scrivere un testo, raccontare una storia senza esprimere delle emozioni e senza fare esperienza a quegli elementi psicologici che sono inevitabilmente sono dentro la storia stessa. La laurea oltre a darmi tutta una serie di chiavi per leggere me stesso, mi ha anche dato tutta una serie di chiavi per esprimere me stesso sia nella vita che nella musica. Credo che sia molto importante questo aspetto, per evitare di produrre testi “sole – cuore – amore”.

Il nome Da Grandi poi ha un significato molto importante per quello che riguarda la crescita e la maturità. Volutamente utilizzo le rime baciate. Mi dà quasi fastidio non utilizzarle nel mio testo e se non la trovo, mi metto a cercarla con il lucernino. Le rime baciate, mi ricordano le filastrocche di quando ero bambino. Il rischio è di cadere nel “sole – cuore – amore – fiore”. La psicologia, mi ha dato la possibilità di trovare dei sensi ulteriori, anche nella banalità. Perché non credo di utilizzare dei sensi aulici, Il doppio senso che c’è dietro è quello che mi dà questa ricchezza ed è anche grazie al percorso di studi che ho fatto. 

La sfida delle rime come poesia in musica

Si diciamo che è una sfida per te, perché fatto di usare queste rime baciate è un modo di essere poetico nella produzione musicale, ma al contempo senza sforare nella banalità, quindi nel “sole – cuore – amore”…

Io credo che anche la musica leggera non credo sia “leggerezza”, ma nella musica c’è anche tormento. Anche nel POP, apparentemente fresca e solare viene da tormenti, dal fuoco dentro. Vorrei riconoscere alla musica il fatto che non è una cosa leggera, dandogli tutto il senso che posso dargli impegnandomi anche a dare quella rima baciata e in quella poesia, ringraziando anche come si scrivono milioni di pagine in rima, scrivendo un capolavoro. 

L’inizio di un percorso

Torniamo un po’ indietro, raccontando chi era Paolo prima di diventare Da Grandi. Tu eri un DJ affermato che si è esibito nella discoteche più IN di Roma, partecipando anche al programma TOP DJ su Italia 1. Mi racconti un po’, cosa ti ha portato a fare musica elettronica? è il mondo con la quale ti sei approcciato per primo… 

Ho iniziato con il comporre musica elettronica, utilizzando un software di musica elettronica che avevo trovato da piccolo dentro una scatola di cereali. Quando l’ho provato per la prima volta, me ne sono innamorato. La mia prima musica è nata così. Non sono mai stato un tipo discotecaro, sebbene la mia effettiva presenza in questo ambiente. Però non ci andavo per ballare, per fare festa, per fare serata ecc. Ci andavo perché dovevo suonare o perché volevo sentire il DJ. Ascoltando cercavo di ascoltare, capire i segreti, a vedere come si muoveva e cosa faceva sulla consolle. Mi piaceva la musica elettronica, semplicemente perché era l’unica musica che sapevo fare allora, apparte il flauto dolce delle medie. 

Poi ho iniziato a suonare il pianoforte verso i 19 anni, quando già ero abbastanza dentro nelle discoteche. Questo studio del pianoforte classico, molto intenso devo dire, mi ha permesso di aggiungere la vena melodica alla musica elettronica che prima mancava. Questa è stata una prima evoluzione: dal puro Beat si è passati alla melodia e adesso è diventata Beat, melodia e testo. Adesso non so cosa diventerà. Sono curioso. 

Lo studio del pianoforte e l’inizio della ricerca

Lo studiare il pianoforte è stato un ponte tra il periodo della musica elettronica e quella che componi adesso… 

Si, è stato un ponte involontario. Non l’ho pensato. Mi sono detto: ho bisogno di imparare a suonare uno strumento per poter fare poi musica elettronica migliore al computer. Quello era il mio intento. Non ero ancora al passo di poter realizzare della musica melodica con testo. Non ci ero ancora arrivato a questo passaggio, è stata una scelta più “matura” che è avvenuta più avanti e precisamente un paio d’anni. Vale a dire scrivere i pezzi in toto, cantati. 

Possiamo dire che è stata una fase di ricerca, che non si è ancora fermata… 

Non si è fermata, perché io continuo a comprare strumenti ancora adesso. Ultimamente ho la passione per gli strumenti musicali da bambini. Ho comprato un glockenspiel e me ne sono innamorato. Ho comprato poi una pistola che fa lo strano verso della mucca e di tutti gli animali della fattoria. Il mio prossimo progetto sarebbe un piano toys con la produzione di quei rumori stile carillon. Non si è mai fermata la ricerca. 

Comporre musica con strumenti insoliti

Diciamo che adesso sei nella fase della sperimentazione. Il fatto che vuoi acquistare tutti questi strumenti, che in apparenza sono strani e che non vengono usati normalmente nella musica. Voglio dire, a nessuno verrebbe mai in mente di utilizzarli. Per te è come una sperimentazione… 

Lo è, ma io penso che sono nella fase della sperimentazione, ma credo che non finirà mai temo. Sarò sempre dannatamente curioso di trovare nuovi strumenti. Nel singolo che uscirà prossimamente, al posto di usare il charleston, userò il mio orsetto Bubu, a cui voglio tanto bene e che mi accompagna da quando sono nato. In questo orsetto è contenuto un sonaglino che ha un suono come di nacchere. 

Ho studiato tra l’altro come tecnico del suono. Mi è stato molto utile, perché oltre alla parte creativa ci metto tutta la parte tecnica, come il mixer, il master ecc. che poi è la parte più “pallosa”. Per quello che riguarda l’orsetto, senti come delle nacchere, ma dal vivo si sentirà come se fosse uno shaker, un piatto di batteria. L’ho messo nel mio nuovo singolo. L’importante è che abbia senso per me. Per fare un esempio, non mi metterei mai a suonare il corno inglese. Però un domani chissà, adesso preferisco suonare Bubu. 

L’infanzia e MTV

Sei molto legato all’infanzia, è bello che tu sia legato a strumenti “per bambini piccoli” piuttosto che peluches dai suoni particolari… provo a farti una domanda un po’ difficile. il tuo rapporto con la musica quando eri bambino com’era? 

Il rapporto con la musica quando ero bambino beh… suonavo il flauto. In realtà non era niente di che. Ascoltavo tanta musica quello sì. Poi quando ero piccolo c’era MTV, quella vera, non quella di adesso con 16 anni e incinta, Geordie Shore, non so se ti è capitato mai di vederli… io stavo incollato alla TV, a guardare i videoclip in rotazione. C’erano videoclip musicali a tutte le ore. Io sono cresciuto così. Poi non c’era YouTube, che ti ascolti la musica su richiesta o Spotify. Stavo lì incollato quando partiva la canzone che mi piaceva. La mia infanzia, è stata un accumulare conoscenza perché non sapevo suonare uno strumento. Non venivo da una famiglia artistica e creativa in nessun modo. Non avevo avuto l’opportunità di suonare. 

I Progetti nel futuro…

Mi accennato del tuo prossimo singolo. Me ne vuoi parlare? 

Il mio prossimo singolo… beh devo ancora decidere quale sarà tra quelli in programma. Devo ancora decidere se farò uscire prima l’album e poi il singolo o viceversa. Però non credo. Ho in programma di far uscire due o tre singoli, ma non so quale uscirà prima. Ho ben chiaro su cosa uscirà a dicembre. Ma chissà se cambierò idea. 

Grazie di tutto, è stata una bellissima intervista.

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