IL PRIMO CADAVERE NON SI SCORDA MAI

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La stanza è piccola e fredda, come tutte le camere all’interno di un manicomio criminale. Qui ci sono rinchiusi i casi più pericolosi, gli uomini definiti pazzi e malvagi. C’è gente che ha commesso i crimini più atroci, che fanno accapponare la pelle al solo pensiero. Per me è un luogo di lavoro, un posto di caccia per i miei saggi di settore. Ho sempre avuto la passione per la mente umana, questa membrana molliccia che nasconde la nostra vera essenza, rivelandola solo per brevi istanti. Da bambino passavo le giornate a chiedermi perché le persone agivano in un determinato modo, perché avevano quei particolari atteggiamenti. Le osservavo affascinato, come una donna davanti alla vetrina di un negozio.

All’università, dopo la laurea in psicologia, decisi che avrei dedicato la mia vita a quelle persone che hanno il male radicato dentro di loro. Decisi di studiare le menti dei serial killer, per capire come poteva una persona, apparentemente normale, macchiarsi di crimini così disumani. Ora ho quarant’anni, con una carriera che ormai sfiora i venti. Ho visitato molte persone e studiato molti casi. Mi sono trovato davanti gli uomini e le donne più squilibrate della terra.

Nei cinque libri che ho scritto, potete trovare le storie più assurde e terrificanti. Gli aspetti più paurosi, secondo il mio modesto parere, non sono i dettagli macabri degli efferati omicidi che queste persone hanno commesso, sono i loro occhi quando mi danno le motivazioni più assurde alla domanda “Perché l’hai fatto?”. Ho ascoltato gente che ha squartato per gelosia, strangolato persone innocenti perché vestivano in maniera stravagante. Vi ricorderete senz’altro di Jeffrey, il pazzo che viaggiava da solo ed uccideva le persone che gli capitavano senza motivo? Iniziò con una coppia mentre stava scappando dalla moglie. Quando mi chiamarono per visitarlo, ero molto contento.

Era una caso molto interessante e quando ci parlai e riuscii a fargli delle domande, lui rispose con educazione e rispetto. Era diverso da tutti gli altri, era colto e parlava in maniera molto forbita. Mi dissero che era l’unico in tutto il braccio dove è stato rinchiuso, a leggere in maniera ossessiva. Legge solo fumetti e thriller tascabili. Una volta mi disse che lui non odiava le persone che aveva ucciso, semplicemente gli avevano mancato di rispetto. Mi raccontò della sua vita e di come era stato succube delle due donne che gli avevano rovinato la vita e i sogni, la madre e la moglie. Non si definiva cattivo, aveva fatto quello che aveva fatto perché era stato il padre a suggerirglielo.

Ora sono all’apice della mia carriera e sto per coronare il mio sogno. Dopo anni ed anni di richieste, hanno finalmente accettato e potrò intervistare il peggior serial killer di tutti i tempi. Lo hanno chiamato Lucifero, perché solo il Signore dell’inferno può arrivare ad avere tanta cattiveria. Ho inseguito questo caso fin da giovane, quando lo presero dopo anni ed anni di ricerche ed arresti a vuoto. Dick Dillon, un omone di centoquaranta chili per due metri e venti. Nato e cresciuto a Wentworth Ohio, crebbe in una normale famiglia di contadini e allevatori, ultimo di quattro fratelli.

Fin da subito dimostrò di non essere un bambino come tutti gli altri. Prediligeva la solitudine alla compagnia dei fratelli. Non aveva amici e non li cercò mai. Amava vagare per le strade della cittadina, raccogliere i cadaveri delle povere creature morte che trovava per strada, per poi seviziare i corpi nel suo nascondiglio. Verso i dodici anni iniziò a prendere gusto all’attività e passò dagli animali morti a quelli vivi. Uno dei suoi fratelli, l’unico che accettò il mio invito a fargli qualche domanda, mi disse che la loro mamma era convinta che Dick è l’incarnazione stessa del diavolo. La spiegazione si troverebbe in una strana voglia che suo figlio avrebbe sulla mano sinistra. Ha la forma di un forcone, proprio quello che Lucifero porta in alcune sue rappresentazioni.

Ovviamente nessuno ha mai creduto a quella leggenda, ma la storia sembra dargli ragione. Dick ha sempre manifestato comportamenti malvagi. Il primo a trovare il suo nascondiglio e ha scoprire la macabra passione di suo fratello fu Kobe il terzo figlio. Lo seguì un pomeriggio estivo e quello che vide lo sconvolse per molti anni. In una modesta casa di legno abbandonata nel bosco, Dick conservava cadaveri smembrati, pezzi di animali perfettamente conservati ed oggetti derivati dai loro scheletri e teschi. Negli anni seguenti i genitori hanno cercato di far visitare il loro figlio da molti esperti, ma Dick è molto furbo ed intelligente oltre che malvagio.

Nessun dottore ha mai riscontrato comportamenti strani e il povero Kobe è passato per bugiardo. Ovviamente Dick, fece sparire tutte le prove dei suoi crimini. Un genio del male, una persona con un quoziente intellettivo fuori dal comune. Ci sono voluti anni prima di poterlo arrestare, anni in cui Dick si è macchiato dei peggiori crimini, facendo quello che da bambino faceva agli animali, alle persone comuni senza un nesso logico. Molti pensano, ed io sono tra questi, che Dick si è fatto prendere dopo tanto tempo passato ad uccidere, perché si era annoiato della sua vita e voleva cambiare. Ho studiato molto il suo caso, per me è come il Santo Graal. Le ultime persone che ha ucciso, ha lasciato sul campo dei piccoli dettagli.

Ha sfidato le autorità ed ha perso quando si è stancato. Ora ha settant’anni e non gli è rimasto molto da vivere, gli hanno scoperto un tumore ai polmoni proprio un anno fa. Anche per questo mi hanno concesso l’intervista. Sarà il capitolo più bello del mio prossimo libro. Sento dei passi, aprono la porta e vedo un uomo apparentemente distinto, la malattia lo sta divorando ma è ancora alto. Barba e capelli lunghi bianchissimi e molto curati.

Molto secco, tanto che il pigiama arancione che ha indosso gli va molto largo. I due poliziotti che lo hanno accompagnato, lo ammanettano al tavolo e se ne vanno.

Rimangono fuori dalla porta. Guardo i suoi occhi e sento un brivido scorrermi dietro la schiena. Ha gli occhi di ghiaccio, nonostante la sofferenza dovuta agli anni e alla malattia, ha ancora uno sguardo gelido come i venti che soffiano al polo sud d’inverno. Non parla, è entrato già da un quarto d’ora e non ha ancora detto una sola parola. Non ha nulla da dire ed è abituato a vivere da solo. Dovrò tirare fuori tutta la mia bravura di psicologo per farmi dire qualcosa d’interessante. Tiro fuori il mio porta tabacco e inizio a girarmi una sigaretta, con tutta la calma che posso.

Se lui studia me, io studio lui. Noto subito un cambiamento nei suoi occhi, ha spostato lo sguardo appena ho tirato fuori il mio pacchetto nero. Prima guardava me, ora guarda le mie mani che girano la cartina con dentro il tabacco. Probabilmente è un fumatore, ha smesso per via del tumore ma gli sono rimasti i baffi e le dita di colore giallo. Provo a rompere il ghiaccio, non ci siamo ancora presentati ma in questi contesti poco importa.

<< Gradisce una sigaretta? >>

lui ritorna a guardarmi negli occhi, i suoi congelano l’anima di chiunque ha la sfortuna d’incrociarli.

<< Non dovrei, ho un tumore ai polmoni>>

<< Allora come non detto. Ne giro una soltanto>>

<< Non ho detto che non voglio, ho detto non dovrei. Sono tante le cose non dovevo fare ma le ho fatte ugualmente, non sarà una sigaretta il problema>>

<< Sono d’accordo con lei>> mi limito a rispondere, mi metto la mia sigaretta tra le labbra senza accenderla e ne faccio un’altra per lui. Mentre mi sporgo per mettergliela in bocca, mi presento. Mi sembra giusto farlo.

<< Buongiorno Signor Dillon, mi chiamo Jeames Cook e sono uno psichiatra>> Allungo la mano con lo zippo e accendo le sigarette.

<< Lo so chi è lei, ho letto i suoi libri ed è molto bravo. Posso anche immaginare cosa ci facciamo in questa stanza>>

Quell’affermazione mi spiazza di parecchio, non pensavo che leggesse i miei libri. Continua a guardarmi mentre aspira una boccata di fumo e tossisce subito dopo. Mi sta studiando, sembro io il paziente e lui lo psicologo. Mi ero preparato tutto un discorso, pensavo di prenderla alla larga per poi arrivare al punto cruciale, alla domanda che avrebbe infiammato il mio capitolo. Ma la sua affermazione ha rovinato ogni mio piano. Non posso tergiversare, butterei al cesso l’unica possibilità che ho di intervistare il mio cliente più prezioso. So che lui si aspetta questo, che io sia diretto e senza preamboli.

Mi ha studiato attraverso i miei libri, probabilmente qualcuno gli ha detto di questa mia visita e si è preparato per l’occasione. Come chi noleggia un vestito elegante per non fare brutta figura ad una festa importante.

Altre boccate di entrambi, le sue seguite da brutti colpi di tosse. La mia ultima boccata è stata profonda, quasi a cercare nel fumo la spinta necessaria. Spengo la cicca nel posacenere precedentemente posto sopra il nostro tavolo e parto diretto.

<< Sei un uomo brillante, hai un intelligenza fuori dal comune, cosa ti ha spinto ad uccidere le persone e nella maniera più spietata? Non dirmi che sei veramente legato a Satana come dicono tutti? >> ho preso forse troppo coraggio, le parole mi sono uscite senza freni. Una parte di me si è già pentita. Pazienza, quel che è fatto è fatto. Lui finisce la sua sigaretta, non sembra sorpreso della domanda, sicuramente l’aveva calcolata. Forse non si aspettava che gliela facessi così direttamente, ma non sembra turbarlo. Sembra rielaborare le idee, si prende il suo tempo. Io attendo pazientemente, nel frattempo chiedo ad uno dei poliziotti se può portarci due caffè. Dick annuisce in segno di gradimento, poi parla per la seconda volta in più di mezz’ora.

<<La prima volta avevo ventitré anni e frequentavo ancora il Collage, non mi scorderò mai quel momento. Non facevo più esperimenti con gli animali da ormai molti anni, mi comportavo bene a tal punto che la mia famiglia pensava fossi guarito. Mio padre disse che i soldi che aveva speso per farmi visitare, furono parecchi ma non spesi inutilmente. Invece non sapevano che ero come un vulcano dormiente. Aspettavo solamente l’occasione giusta. Ed arrivò come un regalo durante il mio ventitreesimo compleanno.

La mia apparente normalità e il fatto che aiutavo, di tanto in tanto, alcuni miei coetanei con gli studi e i compiti, mi aveva procurato molti amici. Decisi di festeggiare in un pub poco vicino il campus con tutti loro. Ci fu un bel casino quella sera, la mia vera natura ancora dormiva beatamente in un angolo nascosto della mia mente. Poi ci fu qualcosa che cambiò radicalmente la mia vita. Non so dirti esattamente perché, sta di fatto che intorno al tavolo eravamo circa una trentina di ragazzi, tutti ubriachi persi. Facevamo un bel casino, in tutto il locale si sentivano solo le nostre urla. Finché non venne il proprietario a dirci che dovevamo smetterla, altrimenti avrebbe chiamato la polizia.

Era un uomo baffuto, non tanto alto e con la pancia tipica di chi beve molta birra e mangia molti hamburger. Molti dei miei amici si alzarono con fare da sfida, pronti ad una rissa. Io li calmai, mi alzai e chiesi scusa al proprietario. Dissi che aveva ragione e che avremmo lasciato il locale non appena pagato il conto.

Pagai tutto io, com’era giusto e andammo a continuare la festa al campus. Molti dei miei amici mi prendevano in giro, dicevano che non avevo le palle, che dovevo farmi rispettare al pub. Era pur sempre il mio fottuto compleanno. Non capivano invece che qualcosa era cambiato quella sera. Qualcosa si era svegliato dopo un lungo sonno.

Alcuni di loro lo capirono mesi dopo, pagando con la loro vita. Ma questa è un’altra storia. Passarono due giorni da quella festa, i dolori da post-sbornia passarono e così tornai nuovamente al pub.

Mi sedetti al bancone e pagai due birre, una per me ed una per il proprietario. Mi scusai nuovamente e facemmo un brindisi al mio compleanno oramai passato. Non c’era molto movimento quella sera, le poche persone che sedevano intorno ai tavoli, avevano gli occhi fissi sulle finali NBA che stavano trasmettendo in televisione. Ne approfittai per scambiare due chiacchiere con l’uomo baffuto che aveva invitato me e i miei amici ad andare via dal suo locale. Tra un sorso e l’altro, appresi che si chiamava Alex Deaver era originario del Mississippi, si era trasferito con sua moglie Jennifer circa dieci anni prima. Aveva venduto la fattoria di famiglia e con i soldi ricavati, aveva aperto il pub a Chicago.

Dopo anni di lamentele, aveva assecondato sua moglie che non sopportava più la vita di provincia, desiderava vivere in città. Avevano solamente un figlio maschio di undici anni, tra risate e ammiccamenti, giuravano che ci stavano provando ad avere una femminuccia. Io risi con lui. Non viaggiava mai con la macchina di sera, ci vedeva poco e preferiva prendere i mezzi pubblici. Abitava a quattro isolati, così mi offrii di dargli un passaggio. Mio padre mi regalò una Cadillac usata quando venni promosso. Lui accettò il passaggio a patto che smettessi di bere altre birre, era un po’ apprensivo come tipo.

Gli feci una promessa solenne, mi scolai l’ultima che avevo ancora in mano ed attesi pazientemente che finisse di pulire il locale. Buttai uno sguardo al televisore, i Lakers avevano vinto di nuovo con una tripla proprio sulla sirena e si erano portati in vantaggio. Ora conducevano le finali per 3 partite a 2. In macchina la radio trasmetteva una cover rock di un vecchio pezzo blues.

Alex sembrò apprezzare molto, d’altronde era un uomo di colore cresciuto nel Mississippi, era la musica della sua infanzia. Il quartiere dove abitava era molto tranquillo e residenziale. Abitava in un palazzo non molto alto, al secondo piano. Ci salutammo calorosamente con una stretta di mano. Mi disse che era dispiaciuto per l’altra sera e di come ci aveva trattato. “Sei un bravo ragazzo” aggiunse poco prima di scendere dalla mia macchina. Io ringraziai, lo vidi aprire il portone prima di ripartire lentamente. Il grande giorno arrivò una settimana dopo. Continuai a frequentare il pub e instaurammo un buon rapporto. Quella sera sapevo che sarebbe rimasto chiuso, lui e sua moglie erano da soli.

Il bambino era andato dagli zii e loro volevano una serata tutta per loro. Così comprai un dolce ed una bottiglia di vino italiano e mi presentai a casa sua introno alle dieci di sera con la scusa di portare i migliori auguri di pronta guarigione alla signora che non stava molto bene. Alex ne fu emozionato, nessuno degli altri clienti aveva avuto un atteggiamento così gentile nei suoi confronti, nemmeno i clienti che frequentavano il pub da dieci anni.

Mi fece entrare e mi presentò a sua moglie che sedeva febbricitante sul divano con una coperta addosso. La pregai di rimanere seduta, di non scomodarsi e così fece. Alex portò i miei doni in cucina ed iniziò a tagliare il dolce. Tornò qualche minuto più tardi con un piccolo vassoio a rotelle. Su di esso c’erano tre piccoli piatti e tre bicchieri con il vino. Mangiammo tutti il dolce e assaggiammo il vino. Io feci finta di bere, al contrario di Alex e Jennifer che fecero un bel sorso.

Attesi che il potente sonnifero fece effetto, poi andai in cucina e con un coltello e del sale iniziai il mio divertimento. Certamente legai prima i miei preziosi amici e li imbavagliai per non farli urlare. Erano talmente contenti della sorpresa che gli avevo fatto, da non notare che non mi ero mai tolto i guanti. Lo stupore mischiato al dolore, quando iniziai a praticare piccoli tagli sul corpo di Alex, fu per me una goduria estrema.

Hai presente la sensazione che provi quando la donna che ti piace, accetta il tuo invito e finalmente a fine serata si spoglia nuda davanti a te prima di farlo? Quella era la sensazione che provai quella sera e tutte le volte che mettevo fine alla vita di una persona. L’inesperienza e l’eccitazione mi fecero commettere un piccolo errore. Soprattutto con Jennifer. Volevo divertirmi mettendo del sale sul sangue, ma non sapevo ancora praticare le ferite giuste, così praticai dei tagli troppo profondi e morirono dissanguati prima di avere il tempo di divertirmi un po’.

In futuro non commisi mai più quegli errori. Ricordo una delle ultime vittime, riuscii a scuoiarlo per metà che ancora era vivo. Fu un capolavoro. Però le sensazioni che provai la prima volta che uccisi, non le dimenticherò mai. Il primo cadavere non si scorda mai, un po’ come l’amore>>

finisce il suo raccapricciante racconto e mi guarda compiaciuto, come se avesse raccontato una barzelletta ed io avessi riso di cuore. Sinceramente non so come continuare, mi ha spiazzato. Non è la prima volta che ascolto il delirio di questi pazzi, ma nessuno aveva gli occhi divertiti come i suoi. A questo punto non credo sia opportuno continuare la conversazione. Ho tutti gli elementi necessari per scrivere il mio capitolo ed ho bisogno di aria fresca. Credo che andrò in vacanza al mare per terminare il libro. Mi alzo e faccio segno alle guardie che la conversazione è finita.

Abbiamo finito entrambi il caffè, lui si fa ammanettare senza problemi e con fatica segue i passi delle guardie che lo stanno riaccompagnando in cella. Io ringrazio personalmente il direttore per questa opportunità che mi ha dato esco e mi godo l’aria fresca e il sole. Stavo letteralmente soffocando in quel posto. Prendo la macchina e torno a casa a studiare gli appunti che ho preso.

Sono passati due mesi da quando ho intervistato Dick Dillon, ho finito il libro e dopo una settimana dalla pubblicazione, hanno già esaurito la prima edizione e mandato in stampa la seconda. Il direttore del manicomio criminale mi ha chiamato questa mattina, Dick è morto nella notte. Sono partito per raggiungere i miei genitori, ho una copia del mio libro e voglio lasciarlo a loro. Non ho mai lasciato i miei libri sulle loro tombe, ma questo è un libro importante per me e per loro. Ho davanti i loro nomi: Alex e Jennifer Deaver.

<< Ciao papà, ciao mamma. Scusatemi, lo so che non ci vediamo da tempo, ma dovevo finire il libro. Sta andando molto bene, vi ho portato una copia per voi. Mi hanno chiamato questa mattina, finalmente è morto. A quest’ora la sua anima starà bruciando all’inferno insieme al suo amico Satana. Ora spero di riuscire a dormire bene, dopo tanti anni me lo merito. Questa notte per la prima volta dopo tanto tempo, non ho sognato quella tremenda notte. Volevo dormire dallo zio Michael, volevo giocare con Jim. Dopo un po’ di capricci vi ho convinto e dopo la cena sono andato via con gli zii. Le vostre ultime parole sono state “Non far arrabbiare lo zio, altrimenti quando torni le prendi”. Ora vado, devo andare a New York per presentare il libro. Vi voglio bene.

Clementi Simone

Immagini prese da Google Immagini

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