“Oplà”, e il resto scompare (playlist comprese): la resistenza gioiosa dei MOCA

Potete dire quello che volete, ma di certo è una grande bugia che la musica italiana non sia più musica alla moda (cit.); anzi, ultimamente nel panorama nazionale musicale stanno affacciandosi e fiorendo splendidi e giovani arbusti che paiono già possedere la tempra della quercia, che Spotify se ne accorga o meno: sogno un mondo in cui il Bene e il Male non siano più distinti da affaristi di turno e ragionieri della musica, ma da un pubblico riattivato, finalmente, e consapevole di dover fare la propria parte per permettere, a ciò che lo meriti sul campo, di emergere senza affidarsi più alle selezioni fatte da altri e a “riproduzioni casuali” che altro non possono generare che “figli scemi” (sono polemico? Sì, sono polemico – ma ho anche dei difetti). 

Sognare è gratis, a differenza di tanti sogni di gloria e facile successo che sembrano essere sempre più in vendita: il tempo (e magari qualche pennivendolo più arrabbiato di me) darà le sue risposte sui nuovi veleni della discografia, intanto sta a noi provarci a svegliare da questo torpore atavico che sembra averci ormai ridotto a pacchetti di ascolti da smistare comodamente sulla playlist di turno, per far godere del proprio quarto d’ora di gloria fittizia e virtuale il primo povero improvvisato di turno (e dietro le scrivanie, i vecchi signori col sigaro di cui parlava Frank Zappa continuano a sorridere con le facce tese da botulini che non riescono più a coprire le crepe della loro ipocrisia, mentre giocano a briscola con il futuro di milioni di artisti e ascoltatori spesso fin troppo ingenui). 

Che cos’è l’arte senza artigianato? Si può parlare una lingua senza averla imparata? Che senso hanno milioni di stream su contatori fasulli se poi ai concerti c’è gente sui palchi che non sa nemmeno rendersi conto di cosa voglia dire, “stare su un palco”? A che cosa servono le scorciatoie, se nemmeno s’impara più a camminare? Per quale motivo e in quale momento abbiamo deciso di prendere il nostro intelletto musicale e metterlo nelle mani di qualcuno che scegliesse per noi (ma con che titolo, poi?) la musica del futuro, rifiutando con pigrizia ogni forma di reazione emotiva in nome di un appiattimento generale e generalistico dei sentimenti prima ancora che delle canzoni? 

Ecco, oggi mi sono svegliato con tre certezze:

  • che i Moca sono una delle band più ispirate e camaleontiche del momento, capaci di rivoluzionarsi nell’arco di un anno solare (alla faccia di chi, dopo il primo disco, è già diventato il cover man di sé stesso) facendo della propria meravigliosa incoerenza il fulcro di un lavoro sfaccettato, sfacciato e tremendamente “cool”, da far tremare i polsi a chiunque non abbia le orecchie lesionate (ma sono sicuro che certe vibrazioni si avvertano allo stomaco a prescindere dal proprio personale livello di sordità);
  • che “Oplà Vol. 2” – il secondo disco dei Moca e lato B di un primo volume altrettanto eterogeneo (di cui avevamo parlato anche qui su Indielife) uscito la scorsa estate – è in effetti qualcosa che mancava da tempo alla scena nazionale, nel suo tram scollegato da ogni emulazione di qualcosa che già esiste e nel suo ostinarsi tenacemente a preferire la ricerca (musicale, autorale e quindi umana e personale) a qualsiasi comodo posizionamento in cataloghi di sorta;
  • che se credi di sapere cosa esca di bello in Italia solo perché segui Indie Italia, Scuola Indie o Novità Pop allora sei (anche) tu il vero responsabile di tutto lo schifo che sta uccidendo l’entusiasmo e la fantasia di una scena che merita di essere tutelata, difesa e incoraggiata ad esistere al di fuori degli interessi di sorta di banchieri della musica e sugar daddy della canzone.

Dobbiamo pensarci noi ascoltatori a riprenderci la musica, perché ai Signori della Guerra poco importa chi cade i battaglia: l’importante è mandare uomini e donne, idee e passioni al macello danaroso della trincea; e di sciocchi volontari che con l’entusiasmo del boy scout si avviano spontaneamente al massacro ce ne sono così tanti che vien da pensare che alla fine, questa guerra tra poveri scemi, ci piaccia da morire. 

Insomma, il disco dei Moca è come la loro Liguria: se ne bate er belin (a differenza mia, che invece mi incavolo e non poco quando mi accorgo che oggi fare un disco bello non basti più – ed evviva l’ovvietà tragica di questa asserzione) fondendo canzone d’autore e soul, sonorità itpop e psichedelia, urban 2.0 a sezioni di fiati che più sixty non si può; e lo fa con un gusto e una naturalezza che non troverete altrove. Di certo, non nelle quattro mura claustrofobiche e autoreferenziali delle quattro o cinque maledettissime playlist a cui continuiamo a dare credibilità quasi oracolare. 

Oggi, in effetti, mi sono svegliato polemico.

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