Valucre e le sue “Cose”

Author

Categories

Share

Dopo i primi due singoli, già sorprendentemente convincenti, “Libellule” e “Povero Massi”, torna Valucre, con la sua voce vellutata, delicatissima, quasi incerta, eppure intensa. Come è intenso il suo modo di narrare: lento e gentile, ma inesorabile. La giovanissima artista cagliaritana (Valentina Luiu, classe 2000) sembra raccontare la vita a partire dalle piccole cose, le quali sono talmente dense di significati che hanno dato il titolo al suo primo EP. 
Ogni traccia è associata ad una “cosa”, appunto, che rappresenta un preciso immaginario. I nessi non sono immediatamente chiari eppure, proprio in questa incertezza, è racchiusa tutta la poesia dell’artista. 

“Era ora” è il primo singolo estratto da “Cose”.


Il primo brano, “Tutto intorno” è associato a una “piantina” (nel senso di piccola pianta) e parla di attesa, spensieratezza e aspettative, piccoli sogni che mettono radici, come una pianta, appunto (“oramai so che ci sei e che hai messo radici”) e altri che corrono via a mezzanotte su una bici (“a mezzanotte qua scappiamo in bici”). Il suono di un ukulele si intreccia a una timida base elettronica, il tutto accompagnato dal vociare della città sullo sfondo che conduce l’ascoltatore in quel “tutto intorno” fatto di viali, parchi, strade e cortili.
La seconda traccia, “Chi se ne frega” è associata a una “macchina” (nel senso di automobile). Qui l’arrangiamento è un po’ più intenso, l’immaginario richiama sempre una città che brulica (“sole e palazzi, sorrisi addosso, gente che cerca il contatto visivo, forse davvero mi sento più vivo”). Qui i toni sono più sfacciati e meno infantili rispetto al brano precedente (“poi se la gente ci guarderà, non importa”) e lo si intuisce già dal titolo, del resto. Forse la macchina è il luogo in cui “ giocare un po’ con me”, seppur “giochi impacciati” perché “troppo stretta”, ma “chi se ne frega”, “corri e dimentica”, “siamo solo noi due qua”.
Il terzo pezzo è vivace e ritmato. Qui risuonano i temi della scelta, della volontà e dell’autodeterminazione (“io sono ancora qui”); c’è anche una certa rabbia per le cose che non vanno come dovrebbero andare (“andava dove non volevo io”) o non sono come ci si aspettava che fossero e per quello “che non basta mai”, come dice il titolo della canzone, associata a un “telecomando” come strumento per muoversi tra quello che si desidera e si può scegliere.
La quarta canzone ha come titolo un acronimo indecifrabile, C.N.S.V. e l’oggetto che la rappresenta è il “letto”. Il pezzo infatti è pigro e lento. Molto romantico e, in tutta la sua dolcezza, afferma una verità importantissima (che non si sa se sia rivolta a se stessi o ad altri), di una semplicità brutale, ma dall’impatto struggente: “non scordarti mai che non ti perdi finché io sono con te”. E’ la frase con cui i bambini vengono messi a letto da piccoli, con cui si addormentano tra le braccia dell’amato/a da grandi e che riaffiora sempre, in qualsiasi circostanza, come una carezza che spettina come il “vento della mia città tra i capelli”. Anche qui torna la città che “negli spazi verdi”, tra i tetti, tra i vicoli, dalla finestra accanto al letto, appunto, sorprende con “una vista mozzafiato”.
La traccia successiva è “Era ora” e richiama l’ “acqua” che più che una cosa è un elemento, dove tutto scorre, tutto si genera, tutto rinasce, tutto muta. E per quanto possa confondere, come solo le acque sanno fare (“queste parole non ci credo, ti giuro che sta volta me la bevo, tutta in un sorso sembra il mese scorso da quanto tempo è che non ti vedo”), rimane il luogo più trasparente dove specchiarsi, schiarirsi, perdersi e ritrovarsi: “dimmi alla fine come si fa a cancellare ogni cosa che non va, se cammino all’indietro magari funziona, tutto ritorna come era ora. Diciamo che alla fine il punto è questo, forse la risposta non ha senso, cosa dovrei fare si mi viene da affogare, un tuffo all’indietro forse è meglio, invece non so farlo e sono ancora qua, la ragione non la so e non si troverà, coi batuffoli nel cuore le matasse nel cervello, se piove non mi porto nemmeno un cazzo di ombrello”.
La penultima canzone è forse la più bella, “bella come in piena estate” che oltre ad essere una verso del ritornello, è anche il titolo della stessa (“Piena estate”), in questo caso, associata ad una “panchina”: il luogo per eccellenza dove trascorrere “queste serate”. Nel brano si riscontra tutta la raffinatezza e la cultura musicale dell’artista che riesce a mixare magistralmente una poetica intensa, ad arrangiamenti raffinati (in stile Lali Puna), in uno stile assolutamente contemporaneo e fresco.
E così si arriva alla fine dell’EP che è anche il suo inizio poiché il titolo dell’ultima traccia coincide con quello dell’intera raccolta. “Cose” è un viaggio tra gli oggetti, i feticci, i gesti con cui si cerca di colmare la paura del vuoto e il senso di effimero che accompagna l’esistenza. Eppure questo brano, che in qualche modo custodisce tutti i precedenti (come uno “zaino” che è l’oggetto associato alla canzone), racconta anche una sorta di liberazione dagli stessi: “ho perso tutte le mie cose, ma con questo zaino vuoto cammino più veloce”. E veloce procede l’ascolto dell’intero lavoro di un’artista giovane ed emergente, eppure, già con tanta saggezza sulle spalle che, come uno zaino, appunto, può appesantire e alleggerire a seconda delle circostanze: “oramai che importa, ti distruggi e poi ti dai una mano ogni volta, oramai che importa, se ti perdi ricominci da capo ogni volta”.

Valucre costruisce un racconto musicale dall’estetica naif, ma che, nella sua semplicità, racchiude tante cose, appunto, e tra queste spicca la più preziosa, lei stessa: “per una volta che sembro vera, guardami, guardami, io sono ancora qui” (“Che non basta mai”).

Author

Share