Pagelle Sanremo 2021: vincono i Maneskin, benissimo l’indie

I Maneskin vincono Sanremo 2021: le pagelle di Indielife

È stato un Festival strano, senza pubblico e con un cantante in quarantena (Irama), ma è stato anche il solito Festival tra le canzoni e le gag non sempre esilaranti di Fiorello, l’icona Achille Lauro, l’umorismo slavo-svedese di Ibrahimovic, le gaffe sulle differenze di genere… Insomma, è stato Sanremo. E lo hanno vinto i Maneskin.
Un trionfo, quello della band uscita seconda da X factor, che compensa con gli interessi lo smacco al talent di qualche anno fa e li porta a vincere davanti alla coppia Fedez-Michielin e ad Ermal Meta.
La nostra redazione aveva gli occhi puntati sui tanti nomi indie presenti tra i partecipanti della kermesse, e bisogna dire che i fan di questo genere non hanno ragione di essere delusi. Willie Peyote poteva tranquillamente arrivare sul podio, non fosse stato per il pubblico da casa, mentre Colapesce e Dimartino sono arrivati a un passo dalla top-3, il che non è affatto male.
Ecco le nostre pagelle del Festival 2021, indie ma non solo.

Le pagelle di (alcuni) Campioni:


Maneskin: 10

Chi vince ha ragione, e loro hanno sfruttato la propria carriera quasi solo televisiva per portarsi a casa un premio ambitissimo.
Hanno portato sul palco un po’ di sano rock’n’roll e già questo è un 8 per le nostre pagelle. Il pezzo, Zitti e buoni, è pure bello, anche se suona piuttosto già sentito soprattutto oltremanica e oltreoceano.
Il duetto con Manuel Agnelli sulle note di Amandoti dei CCCP, mercoledì sera, è stata una gran prova; la consegna dei fiori al direttore d’orchestra, nella serata finale, come ringraziamento simbolico a tutti i musicisti del Festival è un tocco di classe.
Conquistano anche il pubblico, tanto da giocarsi la finale col duo Fedez-Francesca Michielin ed Ermal Meta e risultarne vincitori. Battere un ex vincitore e una delle coppie più girate in radio degli ultimi 10 anni non è cosa da poco, soprattutto sevai in scena con basso, chitarra, batteria, voce e un aplomb da rockstar anni ’90.
La vittoria dei Maneskin arriva da lontano, da quando Agnelli insegnava al frontman Damiano come dominare il palco facendo ruotare il microfono, a X Factor; passa attraverso un’immagine solidissima fondata su buona musica ed edonismo e arriva facendo alzare il volume al pubblico (da casa) sanremese. Il rock vince in Liguria e questo è un piccolo grande passo per la musica italiana e per la competizione stessa, che negli ultimi vent’anni ci aveva abituati a triturare gli artisti che si allontanano dal copione “nenia amorosa”.
Mai più che stanotte non si può che dire: “Belli, bravi, bis” e grazie di aver rotto lo schema.

Fulminacci: 6,5

La classifica non lo premia particolarmente (è sedicesimo), e Santa Marinella non è un capolavoro, né qualcosa di mai sentito prima. Resta comunque un brano che non tradisce l’autore e non risente del famigerato “effetto Sanremo” di cui si parlava sopra.
Potrebbero esserci altre occasioni, ma forse l’Ariston non è la sede giusta per la consacrazione della poetica di Fulminacci.

Colapesce e Dimartino: 7,5

Musica leggerissima ha un testo interessante ed un ritornello ballabile. Ci si aspettava che facessero bene e così hanno fatto, portando uno dei brani più radiofonici della kermesse ligure di quest’anno.
Favoriti dai bookmakers in apertura hanno concluso al quarto posto, il che è un ottimo piazzamento, e vincono il premio “Lucio Dalla” assegnato dalla giuria.

Orietta Berti: 9

Non è indie, ma ci fa ricordare che Sanremo un tempo era davvero il Festival della canzone italiana. Voce, un testo non profondo ma nemmeno banale e sonorità che ricordano le grandi edizioni del passato, Quando ti sei innamorato è un brano da Ariston dei bei tempi andati, e cantata dalla Berti fa un figurone.
Al di là della classifica, che la vede nona, questa è la storia di Sanremo.

Willie Peyote: 8,5

Non si snatura, fa rap e tira frecciatine alla malagestione della pandemia da covid; il tutto dal palco più importante d’Italia.
Fedele alla linea, il rapper torinese è tutt’altro che un intruso e la sua Mai dire mai (la locura) è uno dei pezzi migliori del Festival, tant’è che serata dopo serata rimonta in classifica facendo quinto, terzo, secondo e chiudendo sesto per il televoto.
Si consola con il premio della Critica “Mia Martini”.


Madame: 10

Considerato che ha fatto a Sanremo la seconda, la terza, la quarta e la quinta apparizione in televisione (la prima a X Factor 2020), la cantante di Voce ha dimostrato di padroneggiare perfettamente la situazione e di fare ben più del compitino che ci si poteva aspettare. Il brano, prodotto da Dardust, funziona benissimo e le radio saranno ben contente di accoglierlo in rotazione.
Decisamente una delle realtà più belle del Festival 2021, l’ottavo posto è basso ma non drammatico, e il premio per il miglior testo è un giusto riconoscimento a una cantante che ha tantissimo da dire.

La rappresentante di lista: 5,5

Amare non è una canzone particolarmente bella, forse perché troppo in cerca di un compromesso tra Sanremo e il pop. La voce di Veronica Lucchesi lo rende gradevole all’ascolto, lei è veramente brava, ma nell’economia della competizione il brano non dice granché.
Poco male, data l’undicesima piazza finale, ma comunque non bene.

Coma_Cose: 8

Arrivavano da perfetti sconosciuti ai più, ma gli addetti ai lavori sapevano che c’era da aspettarsi faville. E infatti, Fuoco e fiamme è un pezzo orecchiabile, leggero e che si fa riascoltare volentieri. Inoltre, la chimica tra i due membri del duo è qualcosa di fantastico, rendendoli irresistibili anche live.
Poco importa il piazzamento (sono ventesimi): la campagna ligure dei Coma_Cose è un successo e le nostre pagelle premiano questo percorso più che il risultato.

Lo Stato Sociale: 7

Lo Stato Sociale vede Sanremo e diventa super commerciale. Combat Pop è la logica prosecuzione di Una vita in vacanza (portata all’Ariston nel 2018) e lancia il multi-Ep Attentato alla musica italiana, che raccoglie 5 tracce per ognuno dei 5 componenti del gruppo bolognese.
Un po’ estemporanei nel contesto della kermesse, sono coerenti con sé stessi e le radio ringraziano.
Il piazzamento è onesto: tredicesimi.

Aiello: 3

La nota dolente del movimento indie a Sanremo, per noi la più dolorosa tra le pagelle di questo 71esimo Festival.
Ultimo fino all’ultima serata, non entra mai nella logica della competizione e la prestazione negativa della prima serata gli pregiudica le simpatie del pubblico. La sua canzone, Ora, non dice molto e il verdetto delle diverse giurie lo conferma.
Peccato, perché è un passo falso inatteso. Chiude penultimo, davanti solo a Random.

Le pagelle del resto del Festival

Zlatan Ibrahimovic: 6,5

Da buona punta di qualità, finalizza il poco che gli arriva dal Festival: c’entra poco ma capitalizza vendendo l’immagine del campione inarrivabile ed intransigente che si è costruito negli anni.
La coppia comica con Amadeus funziona sì e no, ma guadagna la sufficienza con la battuta su Achille Lauro guardiano del garage della sua villa ideale (per via di Rolls Royce e Cadillac) e col passaggio in moto verso Sanremo racimolato nella terza serata, quando un incidente lo aveva bloccato nel traffico autostradale di ritorno da Milano.

Achille Lauro: 6

C’è della genialità, ma in questo Festival i cinque quadri sonori di Lauro non sono risultati particolarmente incisivi.
Tra lunghi discorsi al popolo della musica e i consueti costumi audaci, l’autore di C’est la vie ha mostrato di essere un avanguardista, ma questo si sapeva già. Ora servirebbe capire cosa ci sia in fondo al percorso, verso dove porti questo progressismo.
Era lecito aspettarsi qualcosa di più; è il fardello di chi è avanti.

Il format: 2

Chiudiamo con una nota dolente, putroppo.
Nonostante il folklore e l’attenzione di pubblico che il Festival di Sanremo attira su di sé, è ormai cronico il problema delle “nottate all’Ariston”: le serate durano troppo, il pubblico si stufa ed i musicisti spesso si trovano a cantare all’alba delle 2.
Certo, 26 concorrenti sono tanti, ma questo nel complesso si accetta: è una manifestazione musicale, è normale che si ascoltino tanti artisti.
Il resto però è troppo. Troppi momenti comici che così tanto divertenti non sono, troppo Fiorello (non ce ne voglia), troppo servilismo al main sponsor (Tim), troppi ospiti che non si capisce bene cosa c’entrino, (ancora) troppi inciampi sessisti qua e là, troppo tutto. Fare cinque/sei ore di televisione è devastante per chi guarda o ascolta in radio, ma anche per i musicisti stessi, costretti ad orari terrificanti.
O si ripensa e si accorcia la scaletta, oppure Sanremo rischia di essere una lunga agonia notturna tra musica non sempre eccelsa ed una matassa di interventi estemporanei noiosi e poco comprensibili.


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