Le stratificazioni di Pietro Ruffo – Parte II

L’uomo e il suo rapporto con lo spazio

Come avrete notato dal titolo, questo articolo è la seconda parte dell’analisi del percorso artistico di Pietro Ruffo. Se vi siete persi la parte precedente, ecco il link.

Pietro Ruffo (1978) ha alle spalle una precisa formazione universitaria grazie alla quale ha sviluppato un interesse verso le carte geografiche: “Quando si è studenti di architettura, e architetti poi, la prima cosa che fai, quando devi progettare è prendere una planimetria del luogo o altri tipi di mappature. Quindi il progetto nasce proprio dalla carta geografica, dal territorio”.

Le carte geografiche, però, non sono mai strumenti oggettivi perché, in base a chi le ha disegnate o commissionate, contengono informazioni piuttosto che altre. L’esempio che l’artista ha fatto durante la nostra intervista chiarisce questo concetto perfettamente: “Se io sono l’ambasciatore francese e porto in dono all’imperatore del Giappone una carta geografica, sicuramente la Francia sarà bella grande al centro del mondo e, in qualche modo, metterò in valore quanto essa sia importante a livello mondiale”.

Sembrerà strano ma ciò persiste ancor oggi, poiché, nelle comuni carte geografiche, l’Europa è mostrata in posizione centrale e sembra molto più grande di quanto in realtà non sia. La proiezione solitamente utilizzata, quella di Mercatore, non mostra infatti le reciproche proporzioni tra i vari territori come invece farebbe ad esempio la proiezione di Peters.

Il problema di un’esatta riproduzione della Terra su una superficie piana ha da sempre spinto i cartografi a trovare soluzioni che limitassero il più possibile le inevitabili deformazioni. Nel corso dei secoli sono state perciò progettate mappe dalle forme più particolari, come la stella, il ventaglio, o un cerchio con due fori…

Pietro Ruffo ne ha scelte alcune per la sua serie Migrations in cui ha disegnato le popolazioni del mondo riprendendo il modo in cui erano rappresentate e catalogate nel passato e ha rialzato, con la sua tecnica di stratificazioni, i contorni dei continenti. È presente anche uno stormo di uccelli in volo come allusione alle migrazioni delle genti raffigurate ad inchiostro blu su sfondo bianco.

La scelta di disegnare i popoli secondo la distintiva tipizzazione iconografica ottocentesca, si ritrova anche in altre serie dell’artista tra cui quella degli Atlanti.

Un’opera, in particolare, mostra le varie etnie lungo la circonferenza situata attorno alla proiezione geografica usata in passato per calcolare le rotte marittime.
The Colours of Cultural Map, però, non è una semplice mappa perché permette anche di conoscere come un elemento basilare quale il colore, possa essere interpretato in modo differente a seconda delle culture.
Ispirandosi al cerchio cromatico di McCandless1, Ruffo riporta le sezioni colorate fissandole e rialzandole con gli spilli. In questo modo, rende visibile un tema attualissimo come la multiculturalità e invita a connettere le genti cercando le affinità che le accomunano piuttosto che le differenze che le dividono.
Ad esempio, si può scoprire che africani, cinesi ed europei orientali associano tutti il rosso al concetto di fortuna!

Le carte geografiche sono una costante nel lavoro dell’artista che afferma: “Ci appassionano perché con un’unica occhiata riusciamo a dominare superfici immense e abbiamo l’impressione di elevarci. Ci danno anche la possibilità di situarci dentro il mondo perché la prima cosa che ad esempio si fa su Google Maps è controllare se c’è casa nostra, come per dire: Se c’è, allora io esisto!”.

È solo da quando ha visitato la sala del Mappamondo2 a palazzo Farnese a Caprarola, che Ruffo ha introdotto, oltre alle carte geografiche, anche quelle della volta celeste. Racconta infatti: “Alzando la testa c’era un’altra mappa che conteneva disegni di navi, di balene, e quindi la mia prima reazione è stata quasi una derisione perché, rispetto alla mappa di un territorio, questa mi sembrava un po’ un divertissement da Wunderkammer. E invece manco per niente! Aveva la stessa identica dignità di una mappa terrestre perché entrambe si basano su codici inventati da noi e non ci sono codici più veri di altri, ma solo codici più condivisi di altri.

Le mappe della volta celeste, pur essendo legate al mito e quindi, essendo in qualche modo inesatte dal punto di vista scientifico, sono inossidabili, perché sono le uniche che, dagli antichi greci ad oggi, non sono mai cambiate (tutt’ora in astronomia la volta celeste viene suddivisa in 88 quadranti chiamati con il nome delle costellazioni).
Mi appassiona questa differenza tra i due tipi di cartografia: la terrestre, molto precisa ma inaffidabile perché cambia in base ai cambiamenti politici, mentre la celeste immutata. E quindi, paradossalmente, e in modo provocatorio, la seconda diventa quasi più affidabile rispetto alla prima.”.

Tutte queste considerazioni hanno portato alla creazione della serie Constellations in cui, alle carte terrestri sugli sfondi, sono sovrapposte tramite disegno, carte celesti intagliate e rialzate.

Le sagome ottenute dagli antichi unendo ‘i puntini luminosi’ corrispondenti a stelle lontanissime sono state associate ad animali fantastici e a figure mitologiche.

Nella serie di arazzi3 Sky walkers queste forme fanno da sfondo a singole figure di viandanti visibili anche al buio poiché realizzate in tessuto catarifrangente. I migranti sono qui definiti “camminatori celesti” perché spesso, nei loro lunghi tragitti verso un futuro migliore, si affidano alle stelle per orientarsi di notte nel deserto o in mare aperto.

Nella serie Moon walk, invece, sono mostrati dei veri e propri ‘camminatori celesti’: gli astronauti.
Si tratta di un progetto sugli anni Sessanta e su come veniva comunicato il desiderio di andare sulla Luna.
L’artista ha utilizzato come sfondi delle copertine di riviste scientifiche dell’epoca in cui c’erano visioni ‘paesaggistiche’ della superficie lunare prima ancora che gli uomini l’avessero raggiunta e quindi fotografata da vicino.

Sovrapposti a tali scatti fittizi, si trovano in posizione rialzata, dei poster propagandistici della corsa allo spazio.
Le principali nazioni coinvolte rappresentavano quelle missioni in modo differente a seconda delle ideologie politiche vigenti: nei poster sovietici l’uomo è in posizione preminente e dimostra la propria grandezza e forza lanciando egli stesso i razzi fino alla Luna, in quelli statunitensi sono protagoniste la tecnologia e la scienza in confronto alle quali la presenza umana è irrisoria, in quelli cinesi sono presenti simboli della patria come la bandiera o la grande muraglia.

Che si tratti di temi quali la guerra e la libertà, come nella prima parte dell’articolo, o l’uomo e il suo rapporto con lo spazio (sia fisico sia cosmico), come in questa seconda parte, Pietro Ruffo riesce sempre a trasmettere il suo variegato bagaglio di conoscenze e passioni e la sua sensibilità di artista e di uomo.

Link utili: sito dell’artista
profilo Instagram dell’artista

For the English version: Pietro Ruffo’s Layerings – Part II

Photo courtesy dell’artista


1 Le coordinate per leggere questa mappa antropo-psicologica sono: le lettere da A a J nel diametro per le aree del mondo, e i numeri da 1 a 84 lungo la circonferenza per i concetti astratti.

2 Sulle pareti sono rappresentati paesi, continenti e un planisfero (mancano però l’Australia e la Nuova Zelanda e la Groenlandia è unita al nord America) mentre nella mappa celeste sulla volta vi sono i dodici segni zodiacali e animali mitologici ripresi dall’astronomia antica.

3 In realtà non si tratta di veri e propri arazzi perché non c’è un telaio con i fili ma una tela in PVC intagliata con dietro una fodera catarifrangente.

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