Valeria Pusceddu; Stand Up Comedy è indipendenza.

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Cultura indipendente,

per spiegare il perché di questa intervista bisogna necessariamente partire dal significato di queste due parole. O meglio del significato, tra i tanti che possono assumere, di ciò che è per me cultura indipendente. Ho scelto di avventurarmi nel mondo della Stand Up Comedy proprio perché credo, che insieme alla musica, al cinema e a l’arte in generale, possa esserne un esempio abbastanza esplicativo. Sono andato alla ricerca dunque di idee, di concetti, di capacità espressive, che non dipendessero necessariamente da canoni prestabiliti. Che non dipendessero di fatti da una morale “main stream” o da un gusto del buon costume globale e globalizzato.

Farò qualche domanda alla giovanissima Valeria Pusceddu, che sta già raggiungendo risultati importanti nel mondo della Stand Up Comedy e non solo. Lei ci aiuterà a capire cosa vuol dire fare Stand Up Comedy, e cosa significa per lei essere indipendenti.

Dunque eccomi qua, armato di cellulare e buoni propositi per cercare di fare domande interessanti, e mentre mi preparo a prendere appunti parte la chiamata…

Ciao Valeria, intanto ti ringrazio del tempo che ci stai dedicando. Inizio con il chiederti che musica ascolti? E quale genere musicale potrebbe essere secondo te associato alla disciplina che interpreti con abnegazione?

Lei sembra pensarci un po’ sopra, tipo sfogliasse un catalogo mentale, giusto qualche secondo prima di rispondere:  

Ascolto un bel po’ di roba Swing e Electro Swing. Amo Romina Falconi e Immanuel Casto e in generale molto indie. Mi piace anche il Rap, con il quale trovo molte affinità con la Stand Up comedy.

In che senso? Ed ecco che mi sembra quasi sentirla ragionarci su, per cercare di dare forma alle mille idee che le frullane nella testa.

Allora provo a spiegartelo per come ci riesco: Tra le due discipline ci riscontro un modo simile di strutturare i testi, con capacità di sintesi e di impatto. Mi spiego meglio; sia un testo rap che un monologo hanno delle tempistiche ben specifiche da cui far emergere dei contenuti. In più la scelta delle parole, dei termini, è fondamentale per la buona riuscita di una rima o una battuta. Un altro fattore in comune molto importante è quello del non scadere nella faciloneria…

Eh? Ride.

Per faciloneria intendo una rima o una battuta banale o superficiale, ma che per qualche motivo a me ignoto funziona comunque. Faccio un’esempio.

Grazie. Ride ancora.

Qualche tempo fa ho assistito ad un Tecniche Perfette a Cagliari (Importante manifestazione nazionale in cui i rapper si sfidano in una disciplina chiamata freestyle, basata sull’improvvisazione di testi in metrica ndr) ed ho notato che sono stati messi dei limiti, per dar spazio all’originalità creativa. Le uscite sessiste, la misoginia, l’offesa personale sterile, sono purtroppo inflazionatissime/diffusissime, per far ridere o da mettere in rima, e quindi al di là delle implicazioni etiche , diventano noiose. Posso dire dunque che in entrambi gli ambienti si è aperto il dibattito sul sessismo, che li arricchisce rendendoli sempre più stimolanti. Spero di essermi fatta capire.

Alla perfezione, dunque passo alla prossima domanda. Il luogo di origine, l’ambiente di provenienza, forma per forza di cosa un individuo, dunque anche il comico che diventerà, e in Italia ne abbiamo avuto esempi lampanti. Al di là della musicalità nei dialetti, cosa credi che cambi al giorno d’oggi tra i comici geograficamente parlando? Nel tuo caso cosa vuol dire essere una ambiziosa ragazza sarda?

Allora intanto inizio con il parlare di me, e di cosa vuol dire per me essere sarda. Ho sempre pensato che noi avessimo una maniera tutta nostra, in chiave sarcastica oserei dire, di affrontare la quotidianità. E questo chiaramente influenza la formulazione di battute…

Dici si capisce?

Perfettamente, continua pure.

Ecco, mi viene in mente che di questo appunto ne parlai con un grande della Stand Up Comedy italiana. Non molto tempo fa Daniele Fabbri, comico romano che apprezzo tanto, mi ha confermato che anche lui ha notato questa caratteristica in noi sardi; e lui è uno di quelli che di teatri ne ha girati parecchio e di persone ne ha conosciute tante in lungo e in largo per tutta l’Italia.

Pausa per riprendere fiato, sospiro di ammirazione e si riparte…

Per quello che riguarda in generale invece, credo che ad oggi l’utilizzo del personaggio geograficamente stereotipato sia abbastanza passato, soprattutto nei più giovani. Penso che la caratterizzazione più forte si ha non tanto nella maniera di interpretare un monologo, uno spettacolo o quel che sia, ma nell’essenza stessa di ciò che quel monologo o quello spettacolo contengono.

Ehm… cioè? Gentilmente mi viene in contro con invidiabile pazienza. 

Nel senso, credo che la provenienza geografica porti anche inconsciamente a tendere ad affrontare determinate problematiche, rispetto ad altre. Si tende a farsi carico della responsabilità di denunciare, in un certo senso, ciò che non va nel luogo da cui provieni.

E dopo aver assimilato bene la risposta continuo con le mie domande; Pur essendo molto giovane approfondendo i tuoi monologhi, per altro molto divertenti, una cosa che mi ha colpito è che sembri trattare sempre temi a te affini, che conosci e che si notano essere ragionati. Come scrivi i tuoi spettacoli? Da cosa parti davanti ad un foglio vuoto da riempire sempre in chiave ironica.

Allora guarda, inizio con il dirti che qualsiasi mio monologo parte sempre da due sentimenti ben precisi, che mi spingono a ragionare e poi a scrivere; la rabbia e lo stupore. Delle volte l’ironia è un metodo per esorcizzare la rabbia, altre per sviscerare uno stupore. Però se dovessi spiegarlo a parole userei queste due: Rabbia e stupore.

Per il resto prendo ispirazione osservando quello che mi succede attorno a me; sono una ventitreenne sarda, universitaria, palesemente femminista e con una gattona invadente. Direi che di materiale c’è abbastanza da cui partire.

Questa volta devo ammettere che ridiamo insieme, al che continuo cercando di darmi un tono; Un tema che ti ho sentito affrontare, tra gli altri, è quello del femminismo. Cosa vuol dire dunque trattare certe tematiche? Capita di essere fraintesa?

Allora… partiamo dal presupposto che io mi reputo femminista nel senso più “puro” del termine, credo genuinamente nella parità di genere. Detto questo mi viene abbastanza facile ironizzare sull’estremismo misandrico. Questo a mio avviso è una distorsione quasi nociva per un movimento basato sull’indipendenza e l’emancipazione.

In più credo che non bisogna confondere una posizione di ideali con una necessità intrinseca di aggregazione. Dando un occhio alla piramide dei bisogni di Maslow è facile capire poi da che cosa derivino tutte queste faide interne al femminismo stesso. Penso ci sia più bisogno di fare un grande, vario e aperto fronte comune contro le ingiustizie, che chiudersi ermeticamente in correnti e correntine. Dunque si, capita di essere fraintese, ma cerco sempre di riderci su.

E dopo aver, con grande vergogna e umiltà, cercato informazioni riguardo la piramide di Maslow, ho fatto la mia domanda successiva; Ti chiedo una curiosità, con tanto tempo passato a cercar di far divertire gli altri, cosa fa ridere te? Hai degli idoli a cui ti ispiri? 

Intanto direi che ci sono tantissimi comici e comiche. Ad esempio Katherine Ryan, Sarah Silverman, John Mulaney. Poi sicuramente direi Daniel Sloss, che nell’ultimo spettacolo su HBO tratta in maniera magistrale e divertentissima il tema della mascolinità tossica. Per quanto riguarda gli italiani invece direi Filippo Giardina, Luca Ravenna, grandissima persona dentro e fuori il palco. Ma anche Clara Campi, Michela Giraud, o la Lalli, che dieci anni fa ha dovuto affrontare un pubblico ben più difficile/tosto di quello di oggi… penso più me ne vengono in mente.

Per ciò che fa ridere me invece direi la Observational comedy; adoro lo studio di piccole cose della vita quotidiana a cui in genere non si fa caso, ma che con le giuste competenze una volta messe al microscopio diventano divertentissime.

Come affronti una platea che non ride ad una tua battuta? E che consigli daresti ad un aspirante comico?

Devo dire che la mia piccola carriera inizia con i vari Open mic, in cui ho avuto l’occasione di mettermi in gioco. Ricordo che il primo è andato fortunatamente o sfortunatamente molto bene, il secondo invece un totale disastro; complice anche la febbre alta. Fatto sta che ho già da subito ho dovuto imparare la differenza tra ciò che fa ridere solo me, o magari un ristretto gruppo di amici, e ciò che invece può essere adatto ad un palcoscenico.

Mi è capitato un’altra volta di aver scritto cinque minuti di monologo i cui primi tre totalmente da buttare, ma è solo con l’esperienza che si impara a poter gestire determinate situazioni. Sicuramente il consiglio più sincero che posso dare è di essere il più genuini possibili e una volta sul palco di mettersi l’armatura e andare avanti con entusiasmo ed energia; il pubblico è attento (I’aggettivo usato non era propriamente attento ndr) e si accorge di tutto.

Bisogna poi imparare ad essere obbiettivi, di fare la giusta autocritica sia in positivo che in negativo, quello è molto importante per la crescita artistica e non.

Ora dopo una piccolissima interruzione dovuta all’arrivo del corriere, e a qualche incontrollato moto d’affetto del gattone di Valeria, faccio la mia ultima domanda; Riallacciandomi al ragionamento di apertura, ti chiedo cosa vuol dire per te essere indipendenti? Al di là di fare musica o arte in generale indipendente. Al di là dell’espressione dell’indipendenza, cosa può voler dire puntare a vivere una vita indipendente?

Io credo che il tutto stia nell’accettare che non si può piacere a tutti. Nel cercare di scendere a meno compromessi possibili nel vivere e produrre la tua arte. Nel non sprecare energie utili a rincorrere la velleità di piacere per forza a qualcuno, e delle volte di riuscire a spingerti più in là del piacere persino a te stesso.

Augurandoti un enorme in bocca al lupo per la tua già brillante carriera colgo l’occasione per complimentarmi con te per i ragionamenti che ci sono dietro a ciò che esponi. Per il motore che muove la penna che scrive i tuoi monologhi. Ricordaci però prima che cosa ti riserba il futuro…

Per quel che riguarda il mio futuro, a Febbraio sarò a Milano il 14 e San Valentino lo festeggio sul palco, mentre il 17 sarò a Parma. Intanto cerco di sopravvivere alla prima ufficiale del mio spettacolo il 20 Marzo a Cagliari. In cui calcherò il palco per un’ora con il nuovo spettacolo che ho praticamente ultimato. Sul palco sarò solo io, il pubblico e il mio Ukulele, che già solo a dirlo mi sale l’ansia,

E ride, del suo ridere contagioso.

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