Un altro Dio: il monito cinico de I Cani

Un altro Dio è il nuovo singolo dei cani

Dal nulla, con nessun preavviso, sono tornati I Cani. Un altro Dio è un singolo che squarcia l’estate discografica italiana con atmosfere tetre che stonano col caldo delle città sempre più vuote man mano che la gente va in vacanza. Mai banali né per testi né per musica, Contessa e soci si rivelano ancora una volta una delle realtà musicali più interessanti della penisola.

Ode distorta a Milano

Scrivere pezzi che poi più che cantati sono parlati sta sempre più diventando un format discografico consolidato: non è più una pratica underground, portata avanti dalle retrovie post-punk da gruppi come Offlaga Disco Pax (oggi Spartiti) o Massimo Volume. Dopo Lo Stato Sociale, anche I Cani si impadroniscono di questo stile, e lo fanno a modo loro. Su una base slow rock, ipnotica e cullante, una voce distorta al limite del disturbante (un po’ alla Naip, tra l’altro) recita la sua litania.
Il soggetto di Un altro Dio è Milano, nuovo emblema, simulacro di una nuova divinità che guida le coscienze e le persone: il denaro. Milano è il luogo dove ogni meccanismo del sistema capitalista si muove precisamente, perfettamente oliato e scorrevole:

A Milano, il gioco di ruolo della società occidentale funziona davvero
Il creativo fa il creativo, la modella fa la modella
Il tassista ti fa pagare il giusto
Nel resto d’Italia il sole del Mediterraneo
E il peso schiacciante della storia
Provocano una sorta di torpore
Che spegne ogni progetto

Milano, invece, sostiene il vento del progresso
E il lavoro non si ferma mai
Scandendo il ritmo della vita cittadina
Ventiquattr’ore su ventiquattro
Monopolizzando la conversazione
Di giorno e notte

Lo spaccato della modernità che segue queste folgoranti prime due strofe ci racconta un mondo folgorante, in cui il Duomo e le luci del capoluogo lombardo incarnano la nuova religiosità postindustriale in cui tutto è bello e tutto è consumabile.
La religione viene meno, si svuota di significato (e le chiese di fedeli): contano solo le banconote in tasca ed il culto di sé.

Una sola ragione per tornare in chiesa

In questo scenario folgorante, raccontato in modo crudo e preciso dalla voce di Contessa, c’è una sola situazione in cui il Dio cristiano ha ancora un valore: la morte.

Di fronte alla morte ci rivolgiamo ancora ad un rituale primitivo
Basato sul ritorno del corpo alla terra
E dell’anima al cielo

Perché tornare al sacro in senso tradizionale, se il mondo capitalista è così accogliente, fulgido e rassicurante?
La risposta, secondo I Cani, è che:

La civilità moderna non sa inventare un’alternativa convincente
Perché si occupa del lato luminoso dell’esistenza
Ignorando del tutto quello oscuro

Sembra di leggere La coscienza di Zeno, di Italo Svevo: annichilito dalla cieca fiducia nel progresso, l’umanità ha disimparato il disordine connaturato all’esistenza. Non c’è più nulla, nella contemporaneità, che ricordi all’uomo che, in quanto uomo, si soffre. La stessa arte ormai non ha che il valore di essere un distrattore dalla consapevolezza che vivere è anche patire e, in conclusione, morire.

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