Gyotaku, la tecnica dei pescatori giapponesi diventa arte

Quando la fauna marina lascia la propria traccia

di Chiara Barbagallo

Il termine gyotaku significa letteralmente ‘impronta di pesce’ o ‘pesce strofinato’ e indica una tecnica di stampa nata in Giappone nella prima metà dell’Ottocento, verso la fine del periodo Edo (1600-1868).
Questa tecnica era diffusa tra i pescatori che la sfruttavano per immortalare le prede migliori annotandone caratteristiche e informazioni sulla cattura.

In un’epoca in cui la fotografia era ancora agli albori e in cui quindi non erano diffusi mezzi di foto-impressione, è stata creata una sorta di istantanea utilizzando fauna marina, carta di riso e inchiostro. Originariamente, infatti, i pesci erano inchiostrati e poi impressi tramite strofinamento su un supporto. Questo metodo, definito diretto, permetteva di produrre molteplici stampi da un unico animale e di ottenere realmente in modo istantaneo un’impronta speculare del pesce. Invece, il metodo indiretto prevedeva tempi di realizzazione più lunghi poiché utilizzava carta inumidita che veniva modellata sul pesce e poi tamponata con inchiostro ma che doveva asciugarsi prima di poter essere rimossa.

Entrambi i metodi della tecnica gyotaku non sono innovativi in quanto, procedimenti simili, esistevano in tutto il mondo già da millenni. La novità risiede nel materiale scelto per lasciare una traccia: sono sempre stati impiegati principalmente foglie e cortecce oppure manufatti metallici e lapidei con rilievi e incisioni ma raramente animali.
Questa grande innovazione ha influenzato la scelta degli inchiostri in quanto il pescato, dopo essere stato immortalato con questa tecnica, veniva cucinato e mangiato. Per questo motivo le sostanze inchiostranti dovevano essere commestibili.
La prima ad essere usata fu il sumi, a base di carbone, ma è adatto anche un colorante naturale come il nero di seppia.

Il supporto era solitamente cartaceo, talvolta però, a causa della sua fragilità si preferivano i tessuti; la seta, in particolare, permetteva di ‘catturare’ dettagli impercettibili donando anche un effetto cangiante che ricorda la mutevole lucidità della pelle degli animali marini.

Attualmente la tecnica gyotaku è ancora in uso anche se non più per l’originario scopo pratico-funzionale di catalogazione delle imprese di pesca; è infatti sfruttata in ambito artistico per la sua peculiarità e il suo valore estetico.

A livello globale, la maggior parte degli artisti attua una rifinitura finale inserendo particolari non imprimibili, come gli occhi o le ombre portate (nel caso di composizioni di gruppo), ma aventi un grande impatto nell’ottenere un effetto più realistico.

In Italia, Gyotaku Levante è forse la prima artista ad aver adottato questa tecnica e ad essersi addirittura specializzata nella realizzazione di banchi di acciughe, i pesci simbolo della sua natia Liguria. Talvolta anche lei applica delle aggiunte a mano ma predilige lasciare i gyotaku grezzi perché apprezza le imperfezioni: i vuoti dovuti alle rientranze e le macchie causate da eccessi di inchiostro, oltre ad evidenziare le differenze tra le varie superfici dei corpi animali, mostrano l’artigianalità di queste stampe manuali. In questo modo si scongiura l’interferenza delle convenzioni rappresentative umane permettendo alla fauna marina di lasciare la propria traccia in tutta la sua semplice e perfetta purezza.

Gyotaku Levante mostra come realizzare un gyotaku con metodo diretto

Link utili: sito di Gyotaku Levante https://gyotakulevante.com/

Photo e video courtesy di Gyotaku Levante

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