Boetti, i detonatori del mondano

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Boetti è un duo che sembra un esercito: muri ritmici che arrivano al Cielo, chitarre telluriche puntate dritte verso il centro della Terra e peani generazionali intonati da muezzin solitari, in preda a deliri da peyote. Non vi basta questa ginsbergiana (e la scelta beat non è casuale) definizione del progetto dei due ragazzacci di Prato? Allora godetevi l’intervista che segue, e sparatevi in cuffia “Golden Boy”, il loro ultimo singolo. Ne vale la pena.

Ciao Boetti, e benvenuti su Indielife! Partiamo subito col botto: ma quanto vi siete arrabbiati, in “Golden Boy”?

Non sappiamo se “rabbia” sia il termine esatto, piuttosto diremmo “sarcasmo frustrato” o “scetticismo”. Quel che è vero è che questa non è una canzone a favore dei golden boy, anche se la scelta del “noi-lirico” in fase di scrittura ci ha per un attimo fatto temere che il testo potesse venire travisato.

Ci raccontate un po’ come è nato il brano? Il testo sembra essere un vero e proprio anatema contro una leva ben precisa di mutilati intellettivi, generazione di bestie da aperitivi e animali da riproduzione casuale (su Spotify, e non solo…).

È il risultato finale di un lungo ascolto interiore fatto durante questi anni di adolescenza e maturità giovane, nei week-end trascorsi nel centro storico di Prato, la città da dove veniamo. Crescere in provincia vuol dire tendenzialmente conoscere tutti, vedere, incontrare sempre tutti (cioè sempre gli stessi), frequentare gli stessi locali, innamorarsi delle stesse ragazze. Vuol dire essere socialmente catalogati: i figli dei ricchi da una parte, i fricchettoni dall’altra; gli appassionati di Fantacalcio in una via, chi va in discoteca nella parallela. Alla fine da tutto questo è sempre emersa, ogni notte tornando a casa, una certa insoddisfazione sopita e/o trascurata che ci ha fatto da spirito guida nel concepimento di “Golden boy”.

Ma alla fine, in qualche modo, non siamo un po’ tutti “Golden Boy”? Forse sta proprio in questa assenza di identità il quid della nostra generazione?

La non definizione identitaria sta alla base della società liquida e postmoderna. In questo particolare caso si tratta di un non tangibilità così marcata da risultare più che tangibile (il mondo, secondo T.S Eliot, finisce “non con uno schianto, ma con un sospiro”). Siamo tutti golden boy nella nostra precarietà, nel nostro bulimico ruolo di consumatori, nel perenne culto di noi stessi e della perfezione come attestato di autodeterminazione. Non c’è niente di male in tutto ciò, purché ciascuno sia almeno consapevole e in grado di interpretare, dosare e convivere con l’essere animali sociali.

La scelta musicale, poi, sembra essere quasi in controtendenza con il dilagante mainstream: chitarre arroganti e melodie spinte fino alle soglie dell’urlo per un contro-manifesto generazionale che sa di inno alla divergenza anche per la sua forma estetica. Non vi spaventa l’idea di essere “troppo rock” per il nuovo pubblico italiano?

Come diciamo spesso, è il pubblico a scegliere di seguire una musica, non la musica che sceglie di seguire un pubblico. Siamo gente che passa buona parte della giornata a suonare in casa o in sala prove e che da sempre ascolta band di rock indipendente e alternativo, sporco, gridato, terapeutico. Non disprezziamo affatto alcune forme di contemporaneità, anzi cerchiamo spesso di prendere spunto dal presente, e inoltre pensiamo che non sia possibile astenersi totalmente dalla premeditazione di una scelta stilistica in fase di arrangiamento o di fine produzione. Ma la radice essenziale delle canzoni deve essere quanto di più spontaneo possibile poiché scaturita da un’urgenza impulsiva. La nostra espressione non è invenzione, è cronaca a volte oggettiva ed esteriore, altre soggettiva e interiore.

Ma c’è qualcosa che, in fin dei conti, invidiate ai “Golden Boy”? Fosse anche solo l’inconsapevolezza e l’ignoranza della propria condizione, che talvolta si rivela essere viatico per la libertà.

Non è da noi invidiare qualcosa o qualcuno, anche perché non ci appartiene la visione di un mondo a compartimenti stagni. Per lo stesso motivo non crediamo nell’esistenza assoluta di golden boy, piuttosto di comportamenti/atteggiamenti da golden boy che si manifestano in tutti, nessuno escluso (seppur in percentuali diverse a seconda della persona). Non possiamo sapere quale dolore si possa nascondere dietro all’inconsapevolezza, alla spensieratezza forzata che diventa lobotomia di massa. Per questo ci viene naturale empatizzare e non considerarci mai estranei ai fatti.

Ci date qualche consiglio per gli ascolti? Cosa sta ascoltando Boetti, in questi giorni?

Più musica possibile e più diversa possibile. Giovanni Truppi e gli Alice In Chains, Machine Gun Kelly e i Transplants.

Lasciateci con un aforisma, una citazione o qualsiasi frase ad effetto utile per chiudere quest’intervista “generazionale”.

“A 26 anni, sono precipitato abbastanza presto, quasi senza rendermene conto, in quello che potrebbe essere definito “il vortice della mondanità”. Ma io non volevo essere semplicemente un mondano. Volevo diventare il re dei mondani, e ci sono riuscito. Io non volevo solo partecipare alle feste. Volevo avere il potere di farle fallire” (Jep Gambardella).

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