L’appeso e La Luna: gli arcani nascosti nell’ultimo brano dei The Zen Circus

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L’Appeso e La Luna sono, nella tradizione dei tarocchi, tra gli arcani maggiori più ambigui e densi di significati (a volte contrapposti).
Il primo indica, prima di tutto, impedimento, sacrificio, sospensione, passività e blocco, ma anche rivelazione, visione, rovesciamento, nuovo punto di vista, nuovo inizio dopo una lunga attesa (in qualche modo produttiva).
Il secondo, invece, apparentemente, parla di sogni, luce, magia, incanto e meraviglia, ma cela significati ambigui che hanno a che fare con l’inganno, l’illusione, l’errore e il pericolo.
In entrambi sono presenti il silenzio e l’attesa che precedono un’illuminazione, seppur distorta (o dalla posizione rovesciata o dal bagliore notturno), ma per questo, forse, ancor più rivelatrice.
Il nuovo singolo dei The Zen Circus sembra custodire i temi tipici dei due arcani che ne compongono il titolo: “Appesi alla luna”.

Un arpeggio malinconico apre la strada a parole che raccontano, da subito, una situazione che non è quel che è o quel che vorrebbe essere (La Luna: inganno, illusione, confusione): “sfreghi le mani invece di applaudire, mentre la vita è solo un grande bar”; “pensavi di non essere nessuno ma una finestra ricorda che sei sempre tu” e così fino al ritornello che rimane anch’esso sul paradosso dell’essenza (“siamo accendini senza sigarette”) che in qualche modo risulta mancante, contraddittoria, interrotta, sospesa (L’Appeso).
Il senso di sbandamento, tra ciò che è e ciò che si percepisce, cresce (attraverso un crescendo sia musicale che emotivo) durante la seconda strofa che si apre con uno dei versi più belli del brano: “il cielo è un tetto sopra le case quindi alla fine non usciamo mai” che, se da un lato, riporta immediatamente al senso di inquietudine e di schiacciamento sperimentato durante il lockdown, dall’altro restituisce anche un vago senso di protezione e un’idea di “casa” infinitamente più estesa. E anche qui si parla di volti che scompaiono e di occhi che sembravano sinceri (mentre nel video gli attori indossano maschere e costumi) e “di un mondo che capisci solo ora” pieno di “come se” e mai di come è.

Il testo è un saliscendi (“siamo dei gradini fra le salite e le discese di un milione di miliardi di destini, appesi alla luna”) tra tante domande, tante risposte che non si trovano o che a loro volta portano ad altri dubbi o a distorsioni della percezione.
E si dissolve così: nel canto dolce e prolungato, (non più verbale), distorto da un’eco profonda che si sovrappone al suo stesso suono e che assume l’aspetto di un lamento o di una ninna nanna. Il brano non perde mai, infatti, l’ambivalenza tra l’inquietudine e la tenerezza, tra lo smarrimento e lo stupore. Esattamente come gli arcani che ne compongono il titolo.

Fotogramma del video “Appesi alla luna”.


La canzone entra dentro come una cantilena, che lentamente culla: un po’ ipnotizza, un po’ incanta. Chi la ascolta ha bisogno di un po’ per farsi convincere (o forse farsi ammaliare) perché inizialmente sembra di entrare in qualcosa di fin troppo simile a molto altro materiale Zen, in una metrica un po’ zoppa, dentro un testo incerto, scandito da una batteria al ritmo di marcetta, già ascoltata in “L’amore è una dittatura”.
Eppure, sarà che la scoperta arriva sempre dopo una lunga e paziente ricerca (L’Appeso), sarà per quei suoni languidi e notturni (La Luna) o sarà semplicemente per il video ben fatto che accresce la poeticità del pezzo, ma alla fine il brano brilla, di una luce tutta sua: tra il blu e l’argento (come la cover che lo accompagna), cangiante e inafferrabile, ma certamente intensa.

(“Appesi alla luna” è un video di Ground’s Oranges + Cinepila REGIA | Zavvo Nicolosi + Giovanni Tomaselli; 05/10/2020).

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