LO ZIO ARTHUR

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Lo zio Arthur aveva un detto “Uccidili tutti e lascia che sia Dio a giudicarti” sfortunatamente una fredda mattina di dicembre lo fece davvero. Ma devo partire dall’inizio, altrimenti non capireste chi era lo zio Arthur.

Arthur Gein era il fratello di mia madre, nato e cresciuto a Plainfield in Wisconsin e non si è mai mosso da lì tranne quando lo Zio Sam lo chiamò per andare a fare la guerra in Europa. A sentire mia madre, non ebbe un’infanzia tranquilla.

Era il fratello maggiore e l’unico maschio, si subì tutti i rudi insegnamenti di mio nonno sul lavorare la terra e allevare il bestiame. Avevano una grande casa con molto terreno poco fuori la cittadina, passavano tutto il giorno a lavorare la terra ed accudire i tanti animali. La scuola era un peso che lo zio si lasciò a dieci anni, il nonno era convinto che non gli serviva a nulla. Lui era cresciuto senza ed era venuto su benissimo.

Fortunatamente la nonna riuscì ad imporsi sull’istruzione delle due bambine, la mamma e la zia. La mamma diventò chimica, mentre la zia riuscì a studiare letteratura ed ora è una scrittrice affermata e vive a New York. Ci manda sempre una copia dei suoi romanzi per posta, con tanto di dedica. Tutt’altra storia fu la crescita dello Zio. Il nonno lo svegliava alle cinque della mattina, aveva dei modi rudi e la totale mancanza d’affetto.

Lo buttava letteralmente giù dal letto, gli concedeva qualche fetta di bacon con uova e un succo d’arancio per colazione e poi se lo portava in mezzo ai campi. All’ora di pranzo, nelle giornate tranquille, aveva già arato non so quanti ettari di terreno e sistemato il bestiame. Gli animali del nonno consistevano in cento mucche da latte, cinquanta pecore e non so quanti altri piccoli animali come tacchini, conigli etc. Insomma un bel da fare per il nonno e per lo zio che non ebbe mai il tempo di farsi degli amici o uscire con delle ragazze quando entrò nell’adolescenza.

Non staccava mai, quel tipo di lavoro non aveva ferie o giorni di riposo e la sera era troppo stanco per fare qualsiasi cosa. L’unica attività che gli concedevano era la messa domenicale. La nonna li portava ogni domenica a messa, presso una chiesa luterana poco vicino al centro. Veniva anche il nonno, la religione era l’unico potere concesso a sua moglie, per tutto il resto era lui il capo e decideva lui. Il nonno aveva un corpo massiccio, il fisico piegato ed irrobustito da anni di lavoro e per finire il quadro, i modi rudi e la gentilezza sotto le scarpe.

Suo padre era partito a vent’anni da Dublino per rifarsi una vita in America e dopo anni di duro lavoro aveva comprato quel pezzo di terra nel Wisconsin dove costruì tutto. La nonna era cresciuta a Plaintfield, in una famiglia molto simile a quella che avrebbe creato con il nonno. Anche suo padre era padrone e quando la nonna conobbe e successivamente si sposò con il nonno, gli venne naturale assecondare tutte le richieste di suo marito e trasformarsi in una serva.

All’epoca le donne non avevano molti diritti, come non li avevano le persone di colore o altre etnie e piccole comunità. Ma dentro lo zio Arthur stava crescendo un pericoloso demone, il buio si stava impadronendo della sua mente provata dalla dura vita e la mancanza di affetto. La svolta in negativo venne quando lo zio uscì per la prima e l’ultima volta dal Wisconsin, aveva vent’anni e lo stato aveva bisogno di tutti i ragazzi maschi giovani perché si era cacciata in grosso pasticcio in Europa che noi tutti conosciamo, la Seconda Guerra Mondiale. Quello che vide lì, fece avanzare quel tremendo buio. Quando tornò, verso la fine del 1945, il suo comportamento peggiorò drasticamente. Divenne sempre più silenzioso e nel poco tempo libero, si isolava per molte ore. Scoprirono successivamente che il tempo in solitudine, lo passava a torturare dei poveri animali.

L’esercito gli diede due medaglie al valore per aver completato delle missioni pericolose e segretissime. Ma non menzionarono tutte le torture sadiche che lo zio praticava ai prigionieri per farli parlare. Non dissero nemmeno della luce nei suoi occhi sadici che aveva ogni volta che veniva chiamato per far parlare un prigioniero tedesco. Era il migliore nel suo campo. Sotto i suoi metodi, nessuno riusciva a resistere. Lui però li finiva sempre, anche dopo che avevano parlato e si divertiva a farlo nei modi più disparati. Godeva letteralmente nel sentire il dolore altrui.

Aveva scoperto completamente il vaso di pandora, il buio aveva preso completamente possesso della sua mente e non poteva più tornare indietro. Una fredda mattina di dicembre, verso la fine del ‘47, ci fu il capitolo finale. Quella mattina, la mamma e la zia erano fuori. Andavano al college e vivevano a circa cinquanta chilometri dalla loro casa. Avevano scelto entrambi lo stesso college, la zia frequentava la facoltà di letteratura, mentre la mamma aveva scelto quella di chimica. Rispetto alla zia Jennifer, la mamma era da sempre più brava con i numeri.

Lo zio Arthur, che non aveva una carriera scolastica a cui pensare, aveva sempre le stesse giornate davanti ai suoi occhi. Quella mattina mancavano esattamente quindici giorni al natale, il nonno tormentava ancora di più lo zio. Faceva freddo, la neve era già alta un metro per le strade e gli animali soffrivano il doppio. Ogni bestia che moriva di freddo, erano soldi che il nonno perdeva. Anche se Arthur era ormai grande, il nonno continuava a tormentarlo ed a picchiarlo con bastoni, quando lo vedeva fare qualcosa di sbagliato.

Non ricordo molto bene qual è stato il fattore scatenante, i racconti della mamma e della zia su quel giorno, sono molto confusi e dispersivi. Si nascondono entrambe dietro al fatto che non c’erano ma la realtà è che tutta la famiglia si vergogna di quello che è successo. Secondo i dati in mio possesso, cioè secondo i racconti dei vicini di Plaifield che hanno risposto alle mie lettere, il nonno vide fare allo zio un movimento totalmente sbagliato che portò alla morte di un vitello. Quel vitello morto scatenò la rabbia del nonno che inveii contro lo zio nel peggiore dei modi. Parolacce mai dette prima, schiaffi e percosse con tutti gli oggetti che aveva a portata di mano, si abbatterono contro Arthur che non si ribellò mai.

La nonna, sentendo il trambusto, uscì di casa per calmare suo marito che, malato di cuore, poteva subire un coccolone da un momento all’altro. Quella del cuore fu una scusa per difendere il suo povero figlio maschio. Stranamente il nonno ascoltò i consigli di sua moglie, ordinò allo zio di tagliare un po’ di legna e andò dentro per riposarsi qualche minuto sulla poltrona in salotto.

Arthur si recò dritto dietro alla casa dove c’era la montagna di legna da spaccare. Non disse nulla per tutto il tempo, com’era nel suo stile ma a differenza degli altri anni, aveva uno sguardo diverso. Aspettò che il nonno si addormentasse sulla poltrona, la nonna era uscita per fare delle commissioni e lo salutò portandogli una tazza di caffè.

Era il momento perfetto per attuare il suo diabolico piano. Si portò l’accetta nella mano sinistra, era mancino e su quel braccio aveva più forza, entrò in casa senza fare rumore e si fermò qualche secondo proprio dietro al nonno che russava rumorosamente. La testa, in gran parte nuda per via della calvizie, attirò l’attenzione dello zio per qualche minuto. Un sorriso sadico si disegnò sul volto provato da anni di soprusi, poi le mani si mossero con l’accetta ben ferma e un colpo secco divise in due la testa del nonno. Il sangue e altro materiale organico schizzò fino al soffitto, lo zio iniziò a ridere senza smettere nemmeno un momento.

Aveva avuto la sua vendetta, dopo anni passati peggio che in carcere, aveva eliminato la persona che gli aveva rovinato la vita. Ma questo non bastò ad Arthur che in preda ad un euforica pazzia, prese il fucile da caccia del nonno, un numero enorme di cartucce e si recò con la macchina nella piazza centrale di Plainfield.

Lì c’era un edificio più grande degli altri che ospitava un supermercato e l’emporio del vecchio David, amico del nonno e di tutta la famiglia. Salì sul tetto usando le scale antincendio e iniziò a sparare a tutti i passanti che in quel periodo camminavano per le strade della città, in preda allo shopping natalizio. Si scatenò il panico immediatamente, prima dell’arrivo delle forze dell’ordine lo zio uccise venti persone nei primi venti minuti.

Non so quanti poliziotti ci vollero per fermarlo, aveva una buona mira e sotto il suo fucile ci finirono anche quattro o cinque di loro. Alla fine venne colpito da un tiratore scelto della Guardia Nazionale. La tragedia finì su tutti i giornali statali e su qualcuno nazionale, la cittadina divenne famosa e tutt’ora molti turisti si recano lì per guardare da vicino la terrazza dove mio zio sparò. Perché ho deciso di scrivere questa storia? Perché per me lo zio Arthur è un idolo.

Sono un pazzo? Sì probabilmente. Mia mamma ha sempre capito che in me scorrevano i geni malati dello zio, fin da bambino mi ha fatto visitare dai migliori medici e mi ha rinchiuso in diversi istituti dopo che, per gioco, all’età di dieci anni ho tagliato la pancia ad un mio compagno di classe. Per sua fortuna non è morto, la maestra intervenne in tempo. Entrò di corsa in bagno dopo aver sentito le urla strazianti del mio amico.

Alla domanda “perché lo hai fatto?” risposi semplicemente che volevo studiare il corpo umano da vicino. Ma ora nell’istituto psichiatrico dove vivo, si è scatenata una rivolta ed io ho deciso di raccontare questa storia per emulare il mio eroe. Fuori c’è un gran trambusto, io sono salito sul tetto, il sole è alto ed è una giornata primaverile. Ho preso questo quaderno ed una penna dall’ufficio del direttore ed ho iniziato a scrivere.

Sotto di me ci sono molte persone, parecchi giornalisti locali e qualche parente preoccupato. Ho sempre avuto il sogno di eguagliare lo zio Arthur, volevo renderlo fiero ma non sapevo come fare. Negli istituti come questo siamo perennemente sotto osservazione ed è difficile attuare qualsiasi piano. Così mi ci è voluto molto tempo ed ho dovuto pianificare tutto.

La parte più difficile è stata rimediare un’arma da fuoco, l’occasione è avvenuta quando il mio compagno di cella mi ha detto che il nostro direttore è appassionato di caccia ed ha una collezione di fucili nella sua casa, proprio di fronte all’istituto di cui è anche il proprietario. Non restava che alimentare la rabbia degli ospiti fino all’epilogo di oggi, quando ho finto di essere stato aggredito da un’inserviente senza motivo.

Erano mesi che facevo circolare le voci che ci picchiavano senza ragione e soprattutto che volevano venderci ad una società che sarebbe stata peggio del nostro direttore. Feci leva sui nostri diritti e altre stronzate simili, siamo tutti pazzi qui dentro ma non del tutto scemi. Approfittai del casino e mi recai, senza essere visto da nessuno, nell’ufficio del direttore dove presi le chiavi per aprire la bacheca con tutti i fucili che teneva in garage.

Ora sono arrivato alla fine del piccolo quaderno, spero di aver illuminato la memoria di mio zio con questo racconto e di renderlo orgoglioso con quello che sto per fare. Ho già caricato il fucile con le cartucce che di solito si usano per gli uccelli migratori, penso che il primo a cadere sarà quel giornalista ciccione che sta mangiando avidamente il suo sandwich mentre tutt’intorno a lui si sta scatenando il finimondo. Ci vediamo all’inferno ciccione!

Clementi Simone

Immagini prese da Google Immagini

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