I ‘pezzi’ d’arte di LABADANzky

Da materiali di scarto a sculture vere e proprie

Spesso gli artisti si creano degli alter ego per mantenere separata la vita privata da quella pubblica. Tra questi c’è anche LABADANzky, il quale, sebbene non faccia della propria identità anagrafica un gran segreto e scherzando affermi “non sono Batman“, preferisce non collegarla alla propria produzione artistica.

Lo pseudonimo LABADANzky deriva dalla storpiatura di un soprannome che l’artista aveva da ragazzo. Essendo un neologismo, egli si è anche riservato il diritto di sceglierne l’ortografia optando quindi per una parte in lettere maiuscole e una in minuscole.
Inoltre, definisce se stesso Unpolite art machine perché sfrutta canali non sempre convenzionali per la creazione dei suoi lavori o comunque veicola messaggi meno popolari nel panorama della Street art e dell’Arte relazionale a cui egli afferisce. Già la scelta di definirsi ‘scorretto’ utilizzando un termine scorretto o per lo meno obsoleto – attualmente, nella lingua inglese la giusta scrittura del vocabolo è impolite – è indicativa della volontà dell’artista di liberarsi dalle convenzioni.

In realtà, forse, si possono definire unpolite anche i suoi lavori, in quanto sono realizzati con materiali di scarto e quindi non più adatti agli occhi della nostra società. L’artista stesso dice: “Sono degli abomini tecnologici, non ho la pretesa di pensare che siano belli per tutti“.

La scelta di recuperare oggetti, pezzi di cartone e lamiere può essere collegata alla sensibilizzazione verso problematiche quali l’inquinamento del pianeta, il consumismo, l’obsolescenza programmata…
Questi messaggi, riscontrabili nelle opere di LABADANzky, sono presenti non perché l’artista abbia voluto mostrarli, quanto piuttosto perché, come egli afferma: “E’ sempre facile trovare intorno a noi dei rifiuti o del cartone; io ci ho ricavato grandi sculture“.

I lavori di LABADANzky inizialmente venivano posizionati tra le vie delle città essendo spesso costituiti da semafori, telecamere di controllo o segnali stradali; poi sono assurti a vere e proprie opere d’arte quando, nel 2018, è stata allestita nella Sala Dogana di Palazzo Ducale a Genova la mostra Rest in Pieces.

Il titolo dell’esposizione giocava sull’assonanza tra peace[1] e pieces per indicare che i rottami recuperati ed utilizzati come materiale artistico potessero riposare in pace, seppur in pezzi, negli spazi museali. In questo modo le opere erano protette da atti vandalici, intemperie e giudizi negativi dei passanti.
Le pose di queste sculture simili ad androidi mimavano atteggiamenti umani in modo talmente realistico che sembrava provassero malinconia, noia e stanchezza. LABADANzky, infatti, cerca sempre di dare un aspetto il più possibile empatico o amichevole alle sue ‘macchine’ dotandole di grandi occhi o di piedoni; alcune però, essendo più imponenti di altre, possono sembrare minacciose.

L’artista crea anche sculture e pannelli dipinti ispirati al mondo dell’arte e della letteratura.
Ad esempio, inserisce riferimenti al David di Michelangelo, alla lattina di zuppa Campbell’s di Warhol, al Pensatore di Rodin e alle stampe giapponesi del periodo tra il XVII e il XX secolo.

Tra i protagonisti della letteratura, LABADANzky ha riprodotto Dante e Virgilio rispettivamente in occasione dell’evento Dante Plus 2019 e del Subsidenze Street Art Festival 2020.

Il sommo poeta si riconosce per il rosso dell’abito e per la corona d’alloro; il riferimento a Virgilio, invece, è meno didascalico in quanto, oltre ad essere vestito d’azzurro come nell’iconografia classica e ad avere la propria veste-carrozzeria ricoperta da citazioni tratte dalla Divina Commedia, è rappresentato come un veicolo. Virgilio è una sorta di poltrona mossa da grandi gambe robotiche perché la sua funzione nel poema dantesco è quella di accompagnare Dante aiutandolo a compiere, in questo caso proprio fisicamente, il suo percorso.

In generale le sculture di LABADANzky si ispirano ai primi giocattoli robotici entrati in commercio negli anni Ottanta, quando lui era bambino. In quel periodo la fantascienza per ragazzi era ancora agli albori e veniva quindi trattata con quella che l’artista definisce “una superficialità confortante“. E’ proprio questo aspetto un po’ acerbo e immaturo della tecnologia futuristica di quegli anni che lo affascina e ispira tuttora.

LABADANzky ha sicuramente attualizzato quelle influenze ma è anche riuscito a superare i pregiudizi legati alla Street art trasformando dei veri e propri rottami in ‘pezzi’ d’arte esteticamente godibili e con tanto da trasmettere.


[1] La locuzione inglese Rest in Peace, spesso abbreviata in R.I.P., è utilizzata per augurare un riposo pacifico ai defunti e perciò si ritrova sulle lapidi.

In questi giorni si tiene una mostra personale online di LABADANzky. Per maggiori informazioni cliccate qui.

Link utili: sito web dell’artista
profilo Instagram dell’artista

For the English version: Art ‘pieces’ by LABADANzky

Photo credits: Silvia Cerrati (per l’immagine di copertina); @xnart0 (per la scultura con il semaforo e per quella con la lattina di zuppa Campbell’s), Marco Miccoli @bonobolabo (per Dante), Benedetta Pezzi @benedettapezzii (per Virgil). Tutte le altre immagini sono di LABADANzky Studio.

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