Tra supereroi e Leonard Cohen: a tu per tu con Emanuele Nidi

In occasione dell’uscita del suo ultimo album “Silver Surfer”, abbiamo fatto qualche domanda al cantautore Emanuele Nidi; abbiamo parlato di musica, di consumismo, di fumetti e di nuova canzone d’autore. Insomma, un simposio a 360 gradi che merita di essere letto!

Ciao Emanuele, è un piacere averti qui su Indielife. Ti ho scoperto con “Nessuno lo sa”, ora “Silver Surfer” regala all’ascoltatore l’occasione di scoprire una nuova declinazione del tuo scrivere, forse ancor più malinconica e “autunnale”. Ma è vero che hai scritto i dieci brani del tuo nuovo album in soli quattordici giorni?


Quasi…In due settimane ne ho scritti otto su dieci. Non è male, contando che la mia media è più o meno di una canzone al mese. “Silver Surfer” nasce da un processo creativo molto determinato nel tempo (e anche nello spazio, visto che a causa delle restrizioni sanitarie ero praticamente sempre in casa). Mi piace pensare che abbia un suono abbastanza compatto, e che ciò derivi anche dalla velocità con cui ho scritto e arrangiato i pezzi.


Ecco, parto subito dalle domande importanti. Oggi siamo abituati a digerire singoli dal consumo a “breve termine”; il disco sembra essere diventato una sfida che in pochi raccolgono. Tu, invece, ne hai già pubblicati due: “Silver Surfer” si prende il tempo di dieci canzoni per analizzare e “vivisezionare” un legame. L’avverti mai questa “pressione” alla velocità e alla “produzione massiva”? Come ci si salva, da tutto questo “produrre” che il mercato sembra imporci?

Hai ragione, in questo momento storico realizzare un album (specialmente quando non si hanno alle spalle potenti etichette discografiche) è per molti versi anacronistico. Per il momento io e il mercato ci siamo ignorati abbastanza serenamente, ma il problema rimane. E, allargando lo sguardo, la contraddizione tra mercato e creatività mi pare evidente in tutti gli ambiti di lavoro, non solo in quello “dello spettacolo”. Difficile immaginare una soluzione sul piano individuale. Ci si salverà rovesciando quella logica perversa, con il sistema che la genera. 

Come nasce e perché, tra i titoli, proprio “Silver Surfer”.

Avevo bisogno di un titolo che riuscisse a sollevare queste canzoni, che percepivo molto “terrestri” nella loro dimensione volutamente scarna ed essenziale, fino a dare loro un carattere più etereo. Silver Surfer è un personaggio dei fumetti Marvel, un alieno che vola (come suggerisce il suo nome) su una sorta di tavoletta da surf spaziale. Mi piaceva l’idea di legare il suo nome a una canzone folk.

Nel disco, dissemini citazioni che collegano mondi diversi, dal fumetto al cinema. Un cantautorato, il tuo, che in questo sembra ricordare la scrittura dei grandi autori filtrata attraverso l’esperienza della prima scena indipendente. Tu a quale mondo ti senti di appartenere, e che rapporto vivi con le altre forme d’arte da cui “prendi spunto”?

La canzone è il mio strumento d’espressione e per ora non sento il bisogno di fare incursioni in mondi diversi. Ma rubo, e tanto, dal cinema e dalla letteratura. Lo faccio molto liberamente, senza aver paura di decontestualizzare. Frasi, espressioni o concetti estratti da un film o da un romanzo spesso costituiscono i punti di partenza per canzoni che poi manterranno un legame molto flebile con la loro ispirazione originaria. Credo in ogni caso che, al di là delle mie intenzioni, ogni riferimento porti con sé un carico di significati che poi rimane sottotraccia. Personalmente è un metodo di scrittura che trovo stimolante, quando ne riconosco l’impronta nelle canzoni che ascolto.

Tra l’altro, tu hai lavorato con tante realtà diverse: il tuo curriculum è importante, e impone una domanda sulla falsariga della precedente; che connessione c’è tra l’Emanuele che scrive e arrangia per il teatro e quello che invece, con Bon Iver e Niccolò Fabi nelle corde, canta “Silver Surfer”? Quali sono le differenze tra le due attività compositive e quanto si somigliano?

Credo siano due tipi di lavoro ben distinti. La differenza principale sta nel fatto che scrivere canzoni rappresenta in qualche modo un’attività raccolta in sé stessa. Una canzone ha generalmente una sua autonomia, può stare sulle sue gambe senza bisogno di un contesto particolare. La musica per il teatro si basa sulle relazioni che si costruiscono tra le note e il palcoscenico, in modo particolare per quanto riguarda l’interazione con gli attori. Un brano splendido può risultare totalmente fuori posto in un determinato momento teatrale, e un altro, magari musicalmente poco significativo, può al contrario determinare il successo di una scena chiave. 

Prima ti ho fatto una domanda inerente al modo in cui il mercato finisce con il manipolare il nostro rapporto con l’arte. Oggi, in effetti, le produzioni musicali sembrano tutte votate ad una “saturazione” che fa suonare tutto uguale. Tu, invece, hai prediletto la via dell’intimismo, della voce sola accompagnata da pochi orpelli, o perlopiù da una chitarra. Quali sono gli ingredienti principali del tuo modo di pensare la canzone? La tua “filosofia estetica” raccontata in pochi, concisi punti.

Gli arrangiamenti devono far emergere il nucleo della canzone, senza orpelli inutili. Questo non vuol dire che non si possano pensare produzioni anche molto articolate e ambiziose. Ma c’è una differenza tra ricercare una ricchezza sonora e il provare a nascondere con artifici timbrici quelle che si teme possano essere le debolezze di un brano. Nel momento in cui decido di pubblicare una canzone cerco di darle fiducia, per così dire. 

Esistono ancora storie da raccontare, nell’era in cui chiunque crede di aver già sentito tutto? Cosa vuol dire, oggi, essere un cantastorie e provare a fare il cantautore?

Devo dire che, a differenza di tanti autori bravissimi nello scrivere canzoni di impianto narrativo,sempre più di rado mi approccio alla scrittura pensando ad una storia che vorrei raccontare. Quindi non so se sono la persona giusta per rispondere ad una domanda di questo tipo. In ogni caso ogni canzone, a modo suo, racconta qualcosa, se non altro del suo autore e del contesto che l’ha vista nascere. In questo senso ha un’ambizione comunicativa che può essere frustrata ma mai completamente neutralizzata.

Regalaci un pensiero che ci faccia stare bene.

Per citare Leonard Cohen, we are ugly but we have the music.

Ma ti vedremo dal vivo, quest’estate? Hai qualcosa in programma?

Ho presentato dal vivo il mio disco a Parma e non vedo l’ora di organizzare altre date.Certamente per tutto l’anno prossimo sarò impegnato nel portare “Silver Surfer” sul palco, da solo e con altri musicisti. Credo che l’incontro con il pubblico costituisca sempre un momento fondamentale nella crescita delle canzoni (che continua anche – e soprattutto- dopo la pubblicazione!).

Salutaci facendoci una promessa che già sai che non manterrai.

Mi vedrete presto in TV!

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