PABLONOREX, un rapper sudamericano in Trentino

Music Factory
La prima piattaforma di Project Management Musicale ti aspetta! Scopri di più

PABLONOREX è un rapper attivo dagli anni ’90. Nato nel 1979 in Uruguay, nella capitale Montevideo, è cresciuto a Rovereto, in Trentino, dove, durante le scuole superiori, si è appassionato all’hip hop.

Dopo tanti anni di carriera, con militanza in gruppi e varie collaborazioni all’attivo, finalmente quest’anno è arrivato, anticipato da tre singoli, il suo primo album solista, “L’insostenibile leggerezza del rapper”, titolo che parafrasa quello del noto romanzo di Milan Kundera.

Il disco è appena uscito per l’etichetta La CROCE, ha le produzioni musicali di Menevolt e vari ospiti come Drimer, Ciopi, Eta Freeghy, Scream, Lukas Fronza, Lord Hazy, Corvo Rupert e DJ Slego. Si tratta di rap con le influenze classiche, blues, jazz e funk, e un flow che arriva, appunto, dalla scuola degli anni ’90.

Lo stile, insomma, va in controtendenza al mercato attuale, dominato da trap, drill e incroci tra rap e pop, ma questa realtà parallela merita un approfondimento. Per questo abbiamo fatto qualche domanda a PABLONOREX.

Innanzi tutto ti chiediamo di presentarti in breve: per esempio come è nata la tua passione per il rap e da quanto tempo lo fai?

Se devo pensare al momento esatto in cui mi è scattata la scintilla e ho pensato che avrei voluto imparare a rappare e salire su un palco per poter esprimere liberamente quello che avevo in testa, mi vengono in mente subito gli Zonablu. Credo sia stato nel ’95. Li vidi rappare durante un contest di skate, organizzato nella rampa che frequentavo (non c’era uno skatepark a Rovereto, solo una rampa).

Io, ETA FREEGHY, Lord Hazy ed Ega siamo coetanei e conoscevo quest’ultimo dalle scuole medie. Eravamo in seconda superiore, lo avevo perso di vista da un annetto o due. Quando li ho sentiti rappare nella mia testa c’era solo una frase: “Anch’io!”.

Raccontatolo poi al mio migliore amico, ETA FREEGHY, mi disse che anche lui li aveva conosciuti da non molto al liceo che tutti e tre frequentavano, aveva parlato di musica con Lord Hazy e che gli era venuta voglia di provare a capire come funzionava questa cosa del rap e così è stato.

Abbiamo legato coi ragazzi della Zonablu e fondato con loro la crew ALTROPIANETA formata dalle due band, noi ci chiamavamo “SLS” (Smuovi La Scena). Alla lunga poi è stato naturale tenere solo ALTROPIANETA e diventare un gruppo unico.


Il primo demo “Spinti dall’Istinto” però l’ho fatto con ETA FREEGHY e dj Vlad come “SLS” verso la fine del 1997. Uscì con il supporto e la collaborazione di Netcrew di cui facevamo parte praticamente dalla nascita, ma soprattutto con l’aiuto dei Zonablu che, da buoni amici, ci misero a disposizione beat e studio di registrazione.

Visto che sei originario dell’Uruguay, segui anche il rap sudamericano? In Italia non se ne parla mai, ma magari tu puoi farci qualche nome interessante…

Non avevo molte notizie di rap sudamericano fino a qualche mese fa. Sapevo che in Sud America, ovviamente, c’era del rap, ma non l’ho mai seguito tanto da conoscere dei nomi da proporre a qualcuno. Negli ultimi mesi, dopo l’uscita del primo singolo diciamo, sono stato invitato in un paio di chat di artisti underground di lingua spagnola e sono stato bombardato di musica da tutto il mondo, tanta sudamericana.

Finita la promozione del disco voglio iniziare a concepire qualcosa di nuovo e quindi ho bisogno di leggere tanto, ma soprattutto ascoltare tanta musica, cose che non ho potuto fare molto nell’ultimo anno perché, lavorando tutto il giorno, il poco tempo libero l’ho dedicato a questo disco. Appena avrò qualche nome interessante sottomano ve lo farò sicuramente sapere, restiamo in contatto…

Perché per il tuo nuovo disco hai scelto un titolo che parafrasa quello del noto romanzo di Milan Kundera? Cosa ti ha colpito di quel libro?

In realtà il titolo l’ho scelto dopo aver capito che album volevo fare. Ho scelto di fare un concept album perché avevo la forte esigenza di scrivere, ma non mi andava di buttare giù pezzi tanto per fare scrittura fine a se stessa.

Assieme a Mirko (ETA FREEGHY) cercavo da un po’ di tempo un filo conduttore per una serie di argomenti che volevamo trattare, ma volevo un concetto e una struttura che potesse dare coerenza al progetto lasciando al contempo una certa libertà nell’avvicinare temi distanti tra loro.


In quel periodo ho dovuto traslocare e mentre riempivo gli scatoloni mi è capitato per le mani il libro di Kundera che avevo letto anni prima. Non me lo ricordavo benissimo e l’ho sfogliato per cercare di recuperarne il ricordo. Hanno attirato subito la mia attenzione la legenda e i titoli dei capitoli. Togliendo il primo e il secondo (che poi si ripetono) sembravano titoli di canzoni, come a formare la tracklist di un disco, cosa che avevo pensato anche anni prima.

Nei giorni successivi ho riletto il libro e cercato in internet trattati e approfondimenti. Trovando più di un punto di contatto con alcune idee che avevo in testa, ho provato a rielaborarle in quella chiave di romanzo-saggio usata da Kundera e mi è sembrato un percorso interessante per distaccarmi dal classico modo di concepire un disco Hip-Hop.

Ma senza allontanarmi dalla freschezza del linguaggio diretto che il rap ha naturalmente per nascita. Non volevo fare un trattato sui rapper dall’alto di un piedistallo, ma volevo comunque approfondire la loro (nostra) parte umana come se il disco lo fosse.


Giusto per fare qualche piccolo esempio di quello che intendo per punti di contatto: la tendenza dei personaggi all’autoanalisi critica mi è più che familiare come artista. La storia d’amore (o le…) complicata sia dalle personalità dei protagonisti, che dal contesto politico-sociale mi ricordava molto del rapporto che spesso i rapper (underground soprattutto, ma non solo) hanno con la propria musica.

Trovato il concept, ho parafrasato il titolo del libro, iniziato a concepire i primi tre pezzi con ETA FREEGHY e poi da lì ho continuato.

Nell’album hai deciso di raccontare l’uomo che sta dietro all’artista: quanto è un sacrificio e quanto una gioia, da artista underground, portare avanti la tua passione per il rap?

Fare musica è sempre una gioia, non è tanto per dire, sono veramente i momenti in cui io mi sento più centrato, più in armonia con me stesso e di conseguenza anche col resto del mondo. La musica in ogni sua forma mi ha sempre sorretto nei momenti più complicati, fare la Mia è un energetico incredibile, più del mate! 🙂 . Tutto questo però è in contrapposizione col resto dell’universo creato, vedi società, lavoro, famiglia, amici ecc.


Io ho militato nell’underground in anni in cui non venivi preso sul serio neanche da chi ti voleva veramente bene. Ora sembra faccia più figo, però non so se la cosa è poi cambiata tanto. Tutto il tempo e le energie che devi ritagliarti per fare la tua musica viene inevitabilmente a mancare agli affetti. Contando poi che la maggior parte degli artisti underground, per forza di cose, ha anche un lavoro “principale” (come lo chiamano) per sostentarsi, che qualche ora la devi dormire, rimane ben poco tempo a disposizione.

Inevitabile è che lo spazio per la musica lo devi sottrarre a quello che dedicheresti a qualche altra parte della tua vita. Sono scelte, ma è anche spessissimo un continuo gioco di equilibri, di incastri con gli impegni della vita quotidiana, di sensi di colpa, di frustrazioni, di attesa del momento in cui finalmente ti ci puoi dedicare. Questo solo parlando di trovare il tempo, le risorse e le forze per potersi dedicare a fare musica.

I sacrifici sono decisamente tanti. Quando però arrivi lì, si cancella tutto. Finisci una canzone (o anche solo di scrivere una strofa) che ti soddisfa, esci dallo studio di registrazione preso bene per quello che hai prodotto, provi il live che porterai in giro, scendi dal palco dopo il live… quei momenti ripagano tutto!

O almeno per me è ancora così. La scrittura poi è un’esigenza che mi viene dal profondo delle viscere, anche nei momenti di “inattività” sento il bisogno fisico di scrivere e una parte del mio cervello immagazzina informazioni, sensazioni e immagini per quando andrò a scrivere. Quando tutto questo non troverà più equilibrio, semplicemente smetterò…

Quale brano del disco pensi possa rappresentarlo meglio degli altri e perché?

Mah! Diciamo così: ogni brano è come uno dei pilastri di un ponte, pensato innanzitutto per “auto-sostenersi”, ma con lo scopo di sorreggere anche la struttura per cui è progettato. Non ce n’è uno che rappresenti meglio il concept del disco, ciascuno ne è un tassello. Forse il pezzo che fa da intro, “L’insostenibile leggerezza del rapper”, fa un po’ da amalgama al tutto, dà idea dei presupposti che ci sono dietro a quello che poi in fila ascolterai.

Questo è anche il motivo per cui ha lo stesso titolo dell’album, ma ne è unicamente la prefazione. Il consiglio (e l’augurio) sarebbe di ascoltarlo tutto e affezionarsi a quello che si sente più vicino al proprio mood 😉

Iscriviti alla nostra newsletter

Iscriviti per rimanere aggiornato su tutte le nuove uscite e per non perderti nemmeno un articolo dei nostri autori! Basta solo la tua mail!

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui

Music Factory
La prima piattaforma di Project Management Musicale ti aspetta! Scopri di più