AMORE, MORTE E ROCK ‘N’ ROLL: il nuovo libro di Ezio Guaitamacchi – Intervista

Amore, morte e rock’n’roll è il nuovo avvincente romanzo noir di Ezio Guaitamacchi. Senza troppi giri di parole, si parla delle ultime ore di 50 rockstar, con tanto di retroscena e misteri. Raccontate con piglio giornalistico, sono storie che commuovono e sono inoltre raggruppate per tipologia di “crimine”.

Ora, l’intervista allo “Sherlock Holmes” del rock è la seguente, ma vi avviso (e non dite che non ve l’avevo detto) che diventa un vero e proprio confronto riguardo la rotta della musica attuale. E non mancano gli accenni al mondo calcistico.  

Intervista ad Ezio Guaitamacchi

Dunque, quest’opera letteraria, musicale, antropologica è frutto di un’attenta ricostruzione dei fatti accaduti. Com’è avvenuto il processo di ricerca delle fonti?

È avvenuto perché per fortuna sono più o meno quarant’anni che mi occupo professionalmente di musica. Ho fatto tanti incontri, tante interviste, ho ricevuto tante confessioni, riflessioni, aneddoti, ricordi. Da una parte sono fonti “di prima mano”. In più ci sono consultazioni di una ricca bibliografia e tanta ricerca online per dare un senso di attualità dove necessario. Ho cercato di essere puntuale anche negli aggiornamenti e non basarmi solo su cose dettami 25 anni fa. L’idea è quella di raccontare di artisti straordinari, che hanno composto opere straordinarie, le cui fini hanno avuto a loro volta punte di straordinarietà. Sono storie appassionate e spero appassionanti.

La ricostruzione

La narrazione è efficace ed evocativa. Emotivamente, è stato difficile ricostruire le vicende?

No. La risposta che sto per darti spiega un po’ anche la ragione della parola amore nel titolo. Non vuole riecheggiare la sacra triade degli anni ’70, sex, drugs and rock ‘n’ roll. Una grande artista, Laurie Anderson, compagna di Lou Reed, circa cinque anni fa, nel corso di una lunga conversazione, a un certo punto mi disse una cosa. Secondo lei la morte era anche una sorta di presa di coscienza di quanto amore noi abbiamo dato alla persona scomparsa. Questa cosa mi ha fatto riflettere. È un modo quasi consolatorio di vedere la fine, che è parte della vita stessa. E poi nel momento in cui muoiono delle icone diventano automaticamente più vicine a noi, comuni mortali. La loro immortalità è data dalle loro opere.

Come si vede nel libro, proprio la fine di alcuni grandi personaggi ha delineato la forza dei loro legami più stretti, decisivi anche per la loro stessa arte. Ma è vero anche il contrario, cioè che l’assenza di amore, dunque il senso di vuoto cosmico e di solitudine, possono risultare “complici” della morte stessa. Questo è lo spirito generale del libro.

Genio e follia, amore e maledizione, ma che significa?

Spesso nell’immaginario comune potrebbe emergere una sorta di legame fra “genio e follia”. Secondo lei, c’è un punto d’incontro tra genialità, talento e condizioni psichiche naturalmente fragili?

Enrico Ruggieri nella prima prefazione approfondisce, in quanto artista, una parte di questi concetti. Lui parla di fragilità dell’artista, che può essere dovuta ad una sensibilità superiore. Senza entrare nella retorica. Il successo quando arriva può risultare frastornante, soprattutto se arriva ad un’età in cui non si è ancora pronti, come maturità e saggezza. Ci si lascia travolgere. Sorge l’inquietudine e la paura che quel qualcosa possa svanire, repentinamente come è arrivato. Se vogliamo invece considerare la questione genio e sregolatezza, non necessariamente valida come equazione. Dipende.

Prendiamo il caso di Maradona, di attualità. J. Guardiola, allenatore del Manchester City, sostiene che a noi non deve interessare la sua vita privata bensì la vita che ha fatto vivere a noi pubblico. Dunque, la sregolatezza nella sfera privata, o addirittura la follia, intesa come fragilità psicologica, deve essere distinta dalla vita pubblica.

Enrico Ruggieri parla di trionfo e abisso, tra il successo pubblico e i fallimenti privati. Ma della vita privata non dovrebbe interessarci più di tanto. Dovremmo guardare le loro opere, che sono ciò che aiuta tutti noi a vivere meglio. Come gli artisti di cui parlo nel libro…

Ma una rockstar, per essere considerata tale, deve avere necessariamente una sfumatura di maledizione?

Anche qui, secondo me, c’è molta retorica. Gli artisti di cui parlo sono accomunati dall’atteggiamento ribelle ed estroso, caratterizzante la storia della musica rock, nata contro un certo tipo di pensiero comune, che oggi definiamo mainstream. Negli anni ’70 io ero un ragazzino, ma per la mia generazione quella musica era una forma identitaria; si diventava amici in base allo stesso gusto musicale. Magari non capivamo un c**o di inglese, però il messaggio della musica era un dogma. Spesso capita che di un artista ci si dimentichi che anche un atteggiamento biasimevole sia volto alla creazione di musica. È egoistico ma anche altruistico per certi versi.

La sfumatura di maledizione è molto più letteraria che reale. In passato poi non c’era neanche la percezione che alcune cose fossero pericolose. Poi le cose sono cambiate, adesso una morte di overdose fa solo incazzare.

C’è un punto di uscita?

Qual è il confine tra l’abisso e il trionfo, che trasforma la crisi in opportunità? C’è un punto di uscita?

Un punto di uscita necessario ma talvolta non sufficiente è la maturità. Se si legge la storia i Lou Reed che ha cantato i reietti della vita neyorkese ma poi inizia a cambiare registro, parla della morte. Magic and loss. Una storia d’amore con Laurie lo fa crescere intellettualmente e artisticamente. Quindi la svolta è la maturità, ma non legata all’età anagrafica necessariamente. È questione di esperienza, di vissuto ma anche di chi si ha vicino. Si prenda l’esempio di Yoko Ono e John Lennon.

Con l’avvento dei social e dunque del digitale, come cambia il rapporto artista e pubblico?

Il ruolo identitario della musica, che secondo me sussisteva fino al nuovo millennio. Tra gli artisti e fruitori il rapporto era straordinariamente simbiotico. C’era un sistema di valori in cui ti identificavi. La tua vita era legata profondamente alla musica che ascoltavi. Il rock lifestyle usato come marketing claim nei giorni nostri, all’epoca era un modo di vivere.  Le cose sono cambiate non solo perché la storia della musica rock è in declino dopo circa sessant’anni, ma perché la “musica popular” non ha più la stessa funzione. Attualmente la musica in cui il fruitore si immerge nel messaggio è la trap. Fino ad oggi, almeno. Perché sta diventando mainstream. La trap è in vetta alle classifiche. Il punk rock della fine degli anni ‘70 fu accolto con la stessa contrarietà, ma anche nei momenti di successo, non è diventata mainstream. Ecco il motivo per cui la musica punk è più longeva. Ha avuto trasformazioni, diramazioni, come il grunge. Ma si pensi ai Green Day. Mantengono lo spirito “contrario”.

E quindi?

La musica, al di là del genere, ha due grandi categorie: la musica fatta per scopi prevalentemente artistici e l’altra è fatta per scopi prevalentemente commerciali. Il successo si può tenere a modo proprio, come cantava Frank Sinatra. Gli artisti di cui parlo nel libro, anche se facevano cose apparentemente commerciali, avevano lo stesso spirito “contrario”.

Il cambiamento del paradigma dell’ascolto

Com’è cambiato il paradigma dell’ascolto nel passaggio dall’analogico al digitale?

Ancora oggi, a partire dal 1910, la musica registrata ha lo stesso tipo di fruizione. La dimensione live dovrebbe sorprendere. Il periodo d’oro della musica un tempo aveva come simbolo l’impianto stereo. In quel contesto, un nuovo album dei Led Zeppelin era una cosa straordinaria. Prendevi il disco, ascoltavi il lato A di circa 20 minuti; giravi il disco e ascoltavi il lato B. Poi ripetevi approfondivi, cercavi i testi, guardavi le copertine. Le informazioni erano poche. Era come una caccia al tesoro. La musica non può essere un sottofondo. È un’altra cosa. L’attenzione è ridotta. Ecco perché non funzionano gli album.

Gli album sono come dei film. Ci vuole tempo e voglia per essere disposti all’immaginazione. La musica ha cambiato funzione. Adesso è meno rilevante, sta perdendo il ruolo di guida. Adesso siamo beni non essenziali? Cosa c’è di più “nutriente” di bearsi di una cosa bella come la musica? 

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