Wowdrugo e la ricerca di una forma nuova: belvedere sullo spazio

Incontrare wowdrugo significa entrare in uno spazio in movimento, dove le cose non sono mai completamente ferme né definitive. Un luogo fatto di relazioni, trasformazioni e possibilità, in cui anche un disco già pubblicato continua a cambiare insieme a chi lo ha scritto. Nel suo primo album, uscito il 19 giugno 2026, “belvedere sullo spazio”, wowdrugo ci racconta un percorso personale fatto di incontri, mancanze e ricerca di una propria forma. Non un’identità da fissare una volta per tutte, ma qualcosa che continua a trasformarsi attraverso le esperienze e le persone che attraversano la vita.

“Siamo tantissimo le persone che incontriamo e le cose che facciamo. È difficile definirmi al di fuori di un contesto umano. Essere in relazione con qualcuno o qualcosa secondo me è la chiave della vita. Quello che sono oggi è fatto molto più dalle persone che ho incontrato che da qualcosa che viene prima”.

Un album nato dal bisogno di dare una forma alle cose

“belvedere sullo spazio” arriva dopo un percorso lungo. Molte delle canzoni che lo compongono sono nate anni prima, in momenti diversi della sua vita, e solo successivamente hanno trovato una direzione comune. Per molto tempo la musica è rimasta in una dimensione privata: idee, frammenti, registrazioni, brani fatti ascoltare agli amici ma mai davvero conclusi.

Pubblicare il disco significa quindi affrontare un passaggio importante: lasciare andare qualcosa che fino a quel momento era rimasto personale. “Mettere fuori queste canzoni vuol dire al mondo: questa cosa la faccio. Poi magari arriverà a qualcuno oppure no, ma intanto esiste”.

La sindrome dell’impostore: quando fare musica non basta per sentirsi artisti

Uno dei temi più curiosi del percorso di wowdrugo è il rapporto con la sindrome dell’impostore. Non è tanto la paura di non avere qualcosa da dire, quanto la difficoltà di sentirsi davvero autorizzato a occupare quello spazio. Il suo percorso musicale nasce senza una formazione tradizionale. Quando arriva all’Officina Pasolini a Roma, si trova accanto a persone con esperienze molto diverse dalla sua: musicisti che avevano già pubblicato album, studiato al conservatorio o costruito percorsi artistici strutturati. Il confronto alimenta una sensazione di distanza. “Mi sembrava sempre che quello che facevo non fosse abbastanza”.

La sindrome dell’impostore, però, nel suo racconto non riguarda il talento, ma il riconoscimento di sé. Per molto tempo fare musica e sentirsi musicista sono state due cose separate. Pubblicare il disco diventa allora un passaggio fondamentale. “Mi serviva dire: questa cosa la faccio”. Non è la certezza di essere arrivato, ma la scelta di smettere di aspettare il momento perfetto!

“Sarò contento”: il valore del tentativo

Questa consapevolezza arriva anche attraverso uno dei brani più importanti del disco: Sarò contento. La canzone nasce proprio dal rapporto con l’errore, con il fallimento e con l’idea che il valore di un percorso non dipenda soltanto dal risultato finale. “Spesso siamo portati a valutare le cose solo nel momento in cui accadono e ci dimentichiamo da dove siamo partiti. Invece il percorso ha un valore”. Per wowdrugo il fallimento può diventare una forma di vittoria quando nasce dal tentativo: “Vale tantissimo il fatto di averci provato”.

Il disco diventa così anche un modo per riconoscere il proprio percorso e accettare di essere diventato qualcosa che prima sembrava difficile immaginare.

Lasciare andare per creare spazio

Un altro tema centrale dell’album è quello del lasciare andare. Non come perdita, ma come possibilità di creare spazio per qualcosa di nuovo. “Ci sono cose che vorremmo trattenere sempre, ma alcune bisogna lasciarle andare”. Questo concetto ritorna in Traccia nuvola, il brano più recente arrivato nel disco.

“Quando spingi una nuvola stai creando uno spazio. Quello spazio può essere riempito da qualcosa di nuovo, oppure può anche semplicemente restare lì”. L’album diventa quindi una fotografia di un momento preciso, ma non un punto definitivo. “Questo disco per me è un punto di arrivo, ma soprattutto un punto di partenza”.

La musica prima delle parole: come nasce una canzone

Per wowdrugo la canzone nasce prima di tutto dalla musica. Le parole sono fondamentali, ma arrivano dentro un movimento più grande. “La musica vince sempre sui testi. Le persone spesso ricordano un motivetto prima ancora di ricordare cosa dicesse una canzone”. Il suo processo creativo parte spesso dall’istinto.

“Molte canzoni nascono da me che prendo la chitarra e faccio delle cose senza avere piena coscienza di quello che sto facendo”. A volte nasce una melodia, altre volte una frase, altre ancora una sensazione. “Succede qualcosa e poi provo a capire cosa significa”. Questa dimensione spontanea è qualcosa che promette di non perdere anche mentre continua a studiare e ad ampliare le proprie possibilità musicali.

Crescere senza perdere la propria identità

Il futuro per wowdrugo sembra essere quello dell’esplorazione: nuovi strumenti, nuove possibilità, un rapporto più consapevole con la musica. Studiare, per lui, non significa correggere quello che è stato fatto prima, ma avere più possibilità espressive. “Voglio avere più strumenti, ma senza perdere quella parte istintiva che mi porta a seguire il cuore prima ancora della tecnica”.

La sfida è trasformarsi senza diventare qualcun altro. “L’unica mia prerogativa è che nel diventare qualcos’altro io rimanga me stesso”. Perché il percorso artistico, prima ancora di essere una ricerca di perfezione, è un movimento continuo. Un viaggio fatto di incontri, errori, intuizioni e nuove forme.


Un album che profuma di speranza

Dopo aver attraversato mancanze, dubbi e trasformazioni, il disco lascia una sensazione precisa: quella di un lavoro che nonostante tutto guarda avanti. L’album ha un buon sapore. È gentile. Profuma di speranza. Una definizione che parte da una contraddizione: nell’album la parola che ritorna più spesso è forse proprio quella della mancanza, ma il modo in cui viene raccontata non è mai definitivo.

Le canzoni non sembrano fermarsi su ciò che è perduto, ma cercano uno spazio nuovo. Si percepisce un desiderio di guardare oltre. Ed è forse questa la tensione più forte del disco di wowdrugo: partire da ciò che manca per arrivare alla possibilità di qualcosa che ancora deve accadere… buon ascolto!


belvedere sullo spazio
TESTI E MUSICHE: WOWDRUGO (IL TESTO DI “PAO PAO” È TRATTO DALL’OMONIMO LIBRO DI PIER VITTORIO TONDELLI)
PRODUZIONE E ARRANGIAMENTI: MATTEO RUPERTO
SEZIONE RITMICA: FILIPPO CORNAGLIA
REGISTRATO PRESSO: LOAD – LIBERATION OF ARTS DISTRICT

L’Avversaria, la storia di Cristiana Verardo

Ho ascoltato Cristiana Verardo il 2 aprile al Monk, ospite di Spaghetti Unplugged. Tra i brani ha portato Addio con Carmine Tundo (La Municipàl), uno spettacolo di dolcezza di cui non potrete più fare a meno. Cristiana Verardo, cantautrice e chitarrista salentina ha una voce d’altri tempi, arriva dagli anni 60, indossa cappelli e veline, racconta della cosa più contemporanea e antica dell’universo: l’amore.

Abbiamo scoperto Cristiana Verardo…

nel 2023, tra gli otto vincitori di Musicultura. L’anno successivo si è esibita al Festival della Canzone Italiana di Parigi e ha portato la sua musica in tournée in Giappone. Dopo le collaborazioni con Tosca, Vinicio Capossela, Ferruccio Spinetti, Moni Ovadia, Gnut, Erica Mou, Davide Shorty, Carmine Tundo e La Municipàl, le partecipazioni a programmi Rai e l’ingresso nella resident band di Tonica, poi il terzo album in studio, L’Avversaria, anticipato dai singoli Amore neve e Innamorarsi piano.

L’Avversaria è un disco? un diario? un viaggio? Qual è il suo volto?

Ti direi che è tutte e tre le cose, ma l’aspetto più profondo riguarda proprio il suo volto. Prima e durante la scrittura dell’album, immaginavo L’Avversaria come una figura esterna, quasi una presenza supponente e snob che mi giudicava dall’alto, un ostacolo da superare.

Poi, man mano che le canzoni prendevano forma e dopo l’uscita del disco, è successo che quella che credevo una nemica si è trasformata, in un’alleata.

Ho capito che non dovevo combatterla, ma accoglierla. Alla fine di questo percorso, quell’avversaria ha smesso di farmi paura e ha assunto finalmente il mio volto, diventando la parte più sincera e integrata di me.

Hai definito questo album una “virata radicale“. C’è qualcosa che hai dovuto lasciare indietro, anche musicalmente, per arrivare a questo risultato?

Ho dovuto abbandonare una certa idea di comfort. Ho dovuto lasciare indietro la paura di sbagliare o di risultare “troppo” qualcosa. Musicalmente ho potato i rami più rassicuranti per far spazio a suoni più spigolosi e diretti. È stato un esercizio di sottrazione doloroso ma necessario per far emergere l’essenza delle canzoni.

Nei tuoi brani convivono una scrittura molto poetica e sonorità che alternano strumenti acustici ed elettronica. Lavori per mantenere un equilibrio tra questi mondi?

Più che cercare un equilibrio, cerco una convivenza e mi piace che si avverta il loro contrasto. Gli strumenti acustici danno il calore, l’elettronica dà lo spazio e il movimento; lavorano insieme proprio perché sono diversi.

Con Carmine Tundo avete condiviso un percorso che è andato oltre il featuring. Come cambia il rapporto con una canzone quando la si vive insieme in momenti artistici così diversi?

Il mio legame con Carmine, sia umano che lavorativo, ha radici profonde: nasce nel 2017, quando per un’estate ho fatto parte de La Municipàl. Da allora abbiamo collaborato tantissime volte negli anni, cementando un’unione e un’intesa artistica davvero rara. In questo percorso, il brano Addio ha rappresentato un momento di svolta fondamentale. È stato il momento in cui abbiamo preso piena consapevolezza del fatto che, musicalmente, ci compensiamo in modo perfetto e siamo estremamente allineati. Dal giorno in cui l’ho cantata insieme a lui, quella traccia ha smesso di essere solo mia.

Quali sono le tue collaborazioni da “sogno nel cassetto”?

Il mio sogno più grande si chiama Carmen Consoli. Non è solo per la sua storia incredibile o per il fatto di essere, tra virgolette, la madre di tutte noi cantautrici, ma per qualcosa di molto più profondo: la sua integrità morale. In un mondo e in un mercato musicale spesso fatti di compromessi, ha dimostrato negli anni di saper rimanere sempre fedele a se stessa. Questa coerenza così rara, è per me una fonte di ispirazione immensa. Un altro artista con cui mi piacerebbe moltissimo collaborare è Dimartino.

Il 22 luglio sarai protagonista di Luglio nel Chiostro, una rassegna che mette al centro la musica d’autore in una cornice raccolta e suggestiva. Che tipo di atmosfera immagini possa nascere dall’incontro tra L’Avversaria e un luogo così intimo?

Per chi scrive, non c’è posto migliore del silenzio e dell’ascolto vero. Da un festival che mette al centro la canzone d’autore mi aspetto semplicemente di stare bene e di condividere le mie canzoni a tu per tu con la gente.

Il Salento non è solo il luogo da cui provieni, ma anche un paesaggio emotivo che attraversa le tue canzoni. Negli ultimi anni hai portato la tua musica anche in Europa e in Giappone: quanto è cambiato il tuo rapporto con la tua terra dopo queste esperienze? E c’è un incontro o un momento vissuto all’estero che custodisci ancora con particolare emozione?

Mi piace pensare di avere delle radici elastiche: si allungano per lasciarmi andare ovunque, ma poi mi riportano sempre a casa, nel mio Salento appunto. Viaggiare in Europa o in Giappone non ha significato allontanarsi, ma “andare a prendere” per poi portare a casa. Un ricordo che conservo è stato proprio in Giappone. Alla fine di un concerto un ragazzo si è avvicinato per dirmi che si era commosso, anche se avevo cantato in italiano e lui non capiva le parole, questa cosa oltre che farmi piacere mi ha fatto riflettere sulla potenza della musica che non ha evidentemente bisogno di dizionari per emozionare.

Se tra dieci anni riascolterai questo disco, cosa speri che ti restituisca della Cristiana Verardo di oggi?

Spero che mi restituisca, prima di tutto, una fotografia autentica di quella che sono oggi. Vorrei che la Cristiana di domani, riascoltando queste canzoni, possa dire: “Sì, in quel momento ero esattamente così”.

Ascolta L’Avversaria su
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LazioSound 2026, una nuova “Brezza” per la musica del futuro

Lo scorso 15 Luglio è concluso al Castello di Santa Severa il lungo percorso di LAZIOSound 2026, il programma delle Politiche Giovanili della Regione Lazio e LAZIOcrea, fortemente voluto dall’Assessore Simona Renata Baldassarre, nato per supportare i giovani nel trasformare la passione musicale in una professione, sotto la direzione artistica di Paolo Vita.

A ottenere il gradino più alto il cantautore Brezza, accompagnato dalla sua band che si è aggiudicato così il supporto alla produzione, alla promozione e alla distribuzione discografica di un intero album, distribuito e promosso per due mesi. Inoltre il cantante di Latina avrà la possibilità di partecipare di diritto come concorrente al San Marino Song Contest, che viaggia parallelamente a Sanremo e trasmesso sulle reti Rai.

Quel che ha più la convinto la giuria è stata la sua musica intima e sincera, capace di celebrare la vulnerabilità come punto di forza. Non a caso il nome “Brezza” richiama il vento leggero del mare, proprio quello che gli ha dato modo di allontanare il difficile periodo segnato da problemi di salute per ritrova la luce necessaria sotto forma di strofe. Un assaggio l’avevamo già potuto fare con l’album uscito lo scorso 18 Maggio intitolato proprio “Imparare a respirare”, sotto etichetta “Rosa dei Venti”, che ne aveva anticipato le sfumature che ora, a maggior ragione, otterranno una visibilità ulteriore.

In attesa dell’album ecco i suoi singoli:

Oltre la “Brezza vincente”: la “wild card” dei finalisti

Il cantautore classe 2001 ha prevalso sugli altri cinque artisti vincitori delle finali di categoria del contest di cui avevamo parlato in precedenza: Melissa Salvino per la categoria “interpreti”, il Duo Rugani – Sabatini per la categoria “classica”, Fedele per la categoria “urban”, Ronette per la categoria “elettronica” e il Fast line trio per la categoria “jazz”.

Ai 6 vincitori di categoria verrà data l’occasione di esibirsi live in un importante evento regionale o italiano per il genere musicale di competenza, e durante la settimana del Festival di Sanremo 2027 all’evento LAZIOSound per CASA SANREMO.

Giuliano Crupi torna a suonare nella sua “Meravigliosa” Roma

Un opening speciale attende Giuliano Crupi questa sera. Poco prima del live di Luca Dirisio a Testaccio Estate, il cantautore romano si appresta a portare in scena la sua poetica romantica che accompagna da mesi le aperture degli Zero Assoluto.

Si tratta per lui di un altro processo di crescita, sulle ali di una semifinale del Premio De Andrè ottenuta a Settembre 2025 e di tanti altri piccoli traguardi locali che lo stanno man mano facendo crescere.

La storia di Giuliano Crupi tra collaborazioni e impegni umanitari

Lui che si muove ufficialmente nella musica dal 2014, grazie al sodalizio artistico con Maurizio Filardo che gli ha permesso di realizzare il suo primo album “Possibilmente guardo il cielo”, da cui furono estratti “La principessa e il rospo”, “Merito più di te” assieme a Lucci dei BrokenSpeakers e “Questa strana giostra”. Un esordio dopo anni di studio fra canto, chitarra e pianoforte che lo porterà a concorrere per il Premio De Andrè, ma anche in eventi collaterali come il “Festival Internazionale dei Tulipani di Seta Nera” e il “Festival Internazionale Inventa un film” che si è aggiudicato nel 2025. Di pari passo le produzioni assieme a Stefano Calabrese con cui si esibì anche all’Earth Day Italia nel 2017 e Francesco Valente dal 2021, con cui crea “Luce”, grazie al progetto NUOVO IMAIE nel 2023.

Ma quel che più emerge dalla storia artistica di Giuliano Crupi è la sua sensibilità verso l’umanità, testimoniata da singoli dedicati all’autismo (“Luce” nel 2023), aiuti umanitari (“Come bimbi fra le onde”, per l’ospedale di Haiti) e donazione del sangue (col videoclip di “L’Amore è inopportuno”) che lo confermano tra gli artisti emergenti più impegnati in questi anni.

La hit “Meravigliosa” che sentiremo a Testaccio Estate

A chiudere il cerchio poetico è arrivata pochi mesi fa l’ultimo singolo intitolato “Meravigliosa”. Una canzone, uscita venerdì 17 Aprile, che nasce dal dolore, ma non si ferma lì. È il racconto interiore di un’anima in convalescenza che sceglie di non spegnersi, compiendo un atto di volontà, prima ancora che un gesto artistico: riaprire il cuore, rimetterlo in cammino, anche quando fa male. “Meravigliosa” funge da invito da parte di Giuliano Crupi a non avere paura della fragilità, ma a riconoscerla come una forma di grazia, divenendo così abbraccio universale, preghiera laica, delicata e rispettosa dove sentirsi meno soli, anche nei momenti più difficili grazie a un forte grado di empatia.
Siete pronti a sentirla live stasera?

I Zebra.sys resettano il “sistema” con il loro album d’esordio

“Shutdown your system”: un invito radicale per imporsi sulla scena musicale da parte dei Zebra.sys. Attraverso il loro omonimo album d’esordio uscito lo scorso 12 Giugno, il duo electro/industrial romano vorrebbe davvero ripartire da “zero”, spegnendo quel programma che ci sta tenendo bloccati. Per farlo, c’è bisogno di drum machine pesanti, synth aggressivi e vocoder con un’anima rock analogica, capaci di trasformare l’ansia e burnout in un viaggio liberatorio pensato per i club.

Il primo che ne ha vissuto l’essenza è il “CD International” a Roma, dove lo scorso 12 Luglio c’è stato il release party speciale. Un momento clou, diviso in due set esclusivi, per gli Zebra.sys, che hanno presentato in un atmosfera tipicamente noir il loro repertorio tra cui CTRL+Z, dove si evince la chiave fondamentale di questo percorso: il riscatto.

Una strada fatta a tappe: la tracklist di “Shutdown your system”

Ma questa strada vive tappe che si traducono in pezzi. Brani come Wild Night e Catch Me raccontano ad esempio la prima esplosione di libertà e la fuga dalle aspettative, mentre Drop the Bomb mette in scena la decisione radicale di tagliare con il passato. Al centro del lavoro si collocano la traccia manifesto CTRL+Z, incentrata sul desiderio di un reset impossibile ma necessario, l’inno di identità collettiva Zebras, e le discese introspettive di Giant Squid e Mayday, dove ammettere la propria fragilità diventa il primo passo per salvarsi. Il cerchio si chiude con l’evasione finale di Jailbreak, in cui il protagonista si trasforma in un virus nel sistema per rivendicare il proprio diritto a correre. 

Insomma gli Zebra.sys si prendono letteralmente gli ambienti notturni, trovando lo snodo cruciale che ci divide dalla tecnologia e ne rivendica il nostro istinto naturale. Sono un’identità fuori dal coro, pronti a portare in musica la nostra unicità nascosta.

Tu vuoi farne parte del processo? Ascoltali qui!

Under Fest 12: Danno, Rancore, Brother Ali e altri dal vivo in spiaggia!

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La dodicesima edizione di Under Fest, il festival hip hop con la direzione artistica del rapper Moder, si svolgerà al Bagno Peter Pan di Marina di Ravenna (RA) dal 22 al 24 luglio 2026. Tutti gli eventi in programma saranno a ingresso gratuito.

Quest’anno la spiaggia di Marina di Ravenna dove storicamente si svolge Under Fest vedrà esibirsi dal vivo vari rapper di rilievo nazionale.

Gli artisti in cartellone

La prima giornata, mercoledì 22 luglio, vedrà sul palco un pilastro del rap italiano come Danno, accompagnato da DJ Craim, produttore musicale del suo primo e acclamato album solista, “Aka Danno” (2026).

Prima del live i due artisti parteciperanno a un talk con il giornalista Damir Ivic e il content creator Camicia Variopinta. Ad aprire la serata dei live ci sarà, invece, Toni Zeno, rapper underground siciliano sempre più quotato che quest’anno ha pubblicato l’album “Truvatura”.

Il main artist della seconda serata, in programma giovedì 23 luglio, sarà Rancore, rapper che è riuscito a farsi apprezzare da un pubblico che va ben oltre il rap. Anche lui è fresco reduce dalla pubblicazione di un album, “Tarek da colorare”.

Prima del suo live si esibirà il direttore artistico di Under Fest, Moder, che per la prima volta porta sul palco del festival un suo live solista. Il suo ultimo album, “Poco dopo mezzanotte”, è uscito a fine ottobre del 2025.

Entrambe le serate saranno aperte da uno dei tratti distintivi del festival, il cypher. Si tratta di un momento che unisce sul palco rapper provenienti da ogni parte d’Italia, di diverse generazioni e con stili differenti.

Quest’anno a passarsi il microfono ci saranno Pierin, Kiki, Trais, Michael Sorriso & Roy Zen, Brattini, Tibe, Trama e, ai piatti, in entrambe le serate, ci sarà DJ Dima.

La terza e ultima giornata del festival, quella di venerdì 24 luglio, vedrà l’esibizione del rapper statunitense Brother Ali, autore di vari album acclamati dalla critica per etichette di culto come Rhymesayers e Mello Music Group. L’artista classe 1977 originario del Wisconsin è noto per i testi consapevoli e il suo costante impegno per la giustizia sociale.

Nella stessa giornata sarà co-protagonista un altro appuntamento che sta diventando un classico di Under Fest, l’Under Battle, una battle di freestyle che, quest’anno, avrà come teste di serie Higher, Sacco, Gabs, Keies e in giuria Dank, John Durrell e ThePurista. Ai piatti ancora una volta ci sarà DJ Dima e a fare da host invece toccherà a Kenzie.

Moder racconta il programma di quest’anno:

“Questa dodicesima edizione di Under Fest vuole rimettere al centro la ricchezza stilistica che fiorisce nella scena rap di oggi. Se ci guardiamo intorno, il rap è ovunque, sono anni incredibili, in bilico tra effetto nostalgia e l’ossessione del nuovo.

Anni con risultati impensabili: stadi, dischi di diamante, tour sold out ecc. Eppure, sembra non esserci spazio per festival dedicati al rap dove si possano sperimentare formule nuove, dove mettere insieme tutta questa ricchezza.

Noi di Under sentiamo la responsabilità di fare una fotografia di quello che sta succedendo, con la speranza di catturare le ombre di quello che succederà.

Così, da direttore artistico, nelle tre serate ho cercato di rappresentare più anime: nella prima il rap più hardcore, nella seconda il rap di scrittura, nella terza l’hip hop come cultura in varie sue forme (grazie alla presenza di un rapper che arriva dal Paese dove tutto è nato, grazie alla jam di graffiti e alla gara di freestyle).

Riguardo al freestyle, i “muretti” ormai hanno investito ogni città d’Italia e vedere la crescita di questo movimento fa sperare per il futuro perché il rap nasce per riappropriarsi degli spazi e dell’identità collettiva.

Anche quest’anno Under Fest sarà prima di tutto una grande festa tra spiaggia, musica e sport, dove tutte/i sono benvenute/i, contro ogni razzismo, ogni violenza e ogni prevaricazione”.

PROGRAMMA COMPLETO
UNDER FEST 12
22 – 24 LUGLIO 2026

@ Bagno Peter Pan – Viale delle Nazioni, 260
Marina di Ravenna (RA)
INGRESSO GRATUITO

MERCOLEDÌ 22 LUGLIO

ore 18 Talk: Danno e DJ Craim in dialogo con Damir Ivic e Camicia Variopinta

ore 20.45 Cypher

Pierin, Kiki, Trais, DJ Dima

A seguire Live

Toni Zeno

Danno & DJ Craim

GIOVEDÌ 23 LUGLIO

ore 18 Talk: Matteo Zanotto, David di Kick in the door, Barrette, Keso from Let’s talk bars

conduce ThePurista

ore 20.45 Cypher

Michael sorriso & Roy Zen, Brattini, Tibe, Trama, DJ Dima

A seguire Live

Moder

Rancore

VENERDÌ 24 LUGLIO

dalle ore 15: Graffiti Live Jam

ore 18: 3 Point Contest

h 19: Selezioni Battle Freestyle

ore 21

Under Battle

Con

Teste di serie

Higher, Sacco, Gabs, Keies

Giuria

Dank, John Durrell, ThePurista

DJ

Dima

Host

Kenzie

A seguire Live

Brother Ali

Under Fest 12 è realizzato con il contributo di Comune di Ravenna e Regione Emilia-Romagna.

Kanestri con “Difetti di fabbrica” un esordio che trasforma le fragilità in forza

Ci sono dischi che nascono dalla voglia di raccontarsi e altri che diventano una vera necessità. Difetti di fabbrica, album d’esordio di Kanestri, appartiene a questa seconda categoria: un lavoro sincero, diretto e senza filtri, in cui esperienze personali, cadute e ripartenze prendono forma attraverso un linguaggio che fonde nuovo pop, indie e radici punk rock. Un progetto che non cerca di costruire un’immagine, ma di restituire emozioni autentiche, trasformando le fragilità in un punto di partenza e non in un limite.

Abbiamo intervistato Kanestri per approfondire il significato del disco, il percorso che lo ha portato fin qui e la visione artistica che anima questo primo importante capitolo della sua carriera.

“Difetti di fabbrica” è il tuo primo album e racconta un percorso di ricostruzione personale. In quale momento hai capito che queste canzoni non sarebbero rimaste solo per te, ma avrebbero formato un disco?
Ciao ragazzi, è bello essere qui con voi oggi. Lo sto ancora elaborando e ho la netta sensazione che non arriverò mai ad una risposta, anche perchè non la sto nemmeno cercando. I miei fallimenti mi hanno reso così forte da concedermi un privilegio: il coraggio di mettermi a nudo davanti ad un microfono. Quando non hai più nulla da perdere, succede una cosa strana. Diventi invincibile.

Nel progetto dici di aver scritto canzoni che ti hanno “salvato la vita”. Quanto è stato difficile trasformare esperienze così intime in musica senza perdere autenticità?
E’ stato estremamente facile. Una terapia. La mia creatività è riuscita a trasformare tutta quell’energia negativa che avevo accumulato in qualcosa di nuovo, unico, personale. Una forza ignota e gigantesca. E’ riuscita a dare un senso alle mie delusioni. Ha proprio rimesso in moto la mia vita. Detto questo, come c@zzo fai a non essere autentico?

Il titolo “Difetti di fabbrica” invita a guardare con occhi diversi le proprie fragilità. Oggi consideri quei “difetti” un limite oppure una parte fondamentale della tua identità artistica?
Se c’è una cosa che non mi interessa è la mia identità artistica. Io sono questo. Lascio decidere agli altri cosa vogliono vedere e capire di me. Non combatto più guerre contro i fantasmi. E quei “difetti” di cui parli sono il nostro tesoro, la nostra bussola. Vanno accolti e compresi, smussati i confini dove serve. Creare ogni giorno un nuovo perimetro, nuove strade, conoscere nuovi vicini. Le nostre fragilità sono diamanti che ci contraddistinguono dagli altri, vorrei fosse un nuovo modo per innamorarsi. Quei “difetti” sono parte fondamentale della mia identità come persona.

Il disco alterna energia e vulnerabilità, con un sound che unisce nuovo pop, indie e punk rock. Come hai lavorato per trovare un equilibrio tra impatto sonoro e intensità emotiva?
Ho suonato tutto quello che avevo nella pancia e nel cuore, è uscito fuori questo disco. Niente analisi di mercato o scervellamenti vari. Vengo dal mondo punk rock, ascolto un po tutta la musica italiana e mi lascio contaminare con estremo piacere. Spero che venga fuori la mia voce come qualcosa di affine a molti ma diverso da tutto.

La focus track “Me lo so aggiustare” sembra racchiudere il cuore del progetto. Cosa rappresenta questo brano all’interno del percorso narrativo dell’album?
E’ solo una canzone, una banale canzone. Ho messo dentro le mie frustrazioni e i miei sogni. E quando dico “Io me lo so aggiustare l’amore” intendo proprio “in questo momento, mentre scrivo questa canzone”. Ecco, forse questa canzone è il cuore del progetto perchè mi ha insegnato un nuovo modo di amare.

Arrivi da oltre quindici anni di musica, dalle prime band punk fino al percorso solista. C’è qualcosa di quel ragazzo che suonava nei piccoli locali di provincia che senti ancora molto presente nelle tue canzoni?
Tutto. Quel ragazzo è qui dentro e dice la sua in ogni mossa. Con il tempo abbiamo messo su un bel gruppetto di amici e ognuno ha diritto di voto. Mi sento mosso da così tante forze che non ho più paura di fare scelte, tanto gli errori e le cazzate li mettiamo già in conto, faranno parte del viaggio e quasi li attendo alla porta con un calice di vino in mano.

Il tuo motto è “scrivo canzoni per rimettere a posto i pezzi”. Dopo questo primo album, quali nuovi pezzi della tua storia senti di voler raccontare nei prossimi lavori?
Non ho idea… ma credo di non aver ancora cominciato a raccontare il modo in cui vedo la vita, gli altri. Voglio lavorare sul mio sound, evolverlo e renderlo sempre più ingenuo nel suo percorso di crescita. Sono convinto che per dare il meglio di noi dobbiamo essere sinceri davanti allo specchio, azzerare le aspettative, viaggiare con la fantasia e creare dal niente scorciatoie per la felicità.

I Folkabbestia pubblicano “Maestà”, un brano reggae-folk impegnato

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“Maestà”, il nuovo singolo dei Folkabbestia, è disponibile su tutte le piattaforme digitali. Il brano esce per Maninalto! Records ed è distribuito da Believe.

La canzone, cantata in dialetto barese, si evolve su un tappeto sonoro in movimento tra reggae, dub e folk mediterraneo, mescolando sonorità popolari e vibrazioni urbane. Con questa nuovo brano, i Folkabbestia ribadiscono che la loro musica affonda le radici nella tradizione linguistica e musicale del Sud Italia, e ha la capacità di mantenere sempre uno sguardo ampio sul presente.

In “Maestà” il groove reggae è contaminato da ritmiche dub ma ha anche dei richiami all’hip hop italiano dei primi anni ’90, quello consapevole che flirtava con il raggamuffin. Il frutto di questo mix è un suono pulsante che trasmette calore, solcato da un testo che fa convivere la denuncia sociale e la vena ironica allo spirito popolare.

La cifra stilistica dei Folkabbestia emerge dall’incontro tra mondi musicali diversi, e questo brano lo conferma appieno. Non a caso, gli strumenti acustici della tradizione – violino, fisarmonica e flauto – si intrecciano con sonorità elettroniche, beat profondi e bassi dub, dando vita a un impasto sonoro che li contraddistingue.

UN BRANO IRONICO E PROVOCATORIO

Nel testo, la parola “Maestà” viene usata in modo ironico e provocatorio. Non indica un vero sovrano, ma diventa il simbolo del potere – politico, economico o mediatico – osservato dal basso, con lo sguardo disincantato della gente comune. Attraverso immagini e frasi in dialetto barese, la canzone racconta contraddizioni quotidiane, ingiustizie e paradossi del presente, mantenendo però il tono diretto e popolare tipico della band barese. Il dialetto diventa così uno strumento narrativo che porta con sé immediatezza, autenticità e capacità di restituire la voce della strada.

“Maestà” trasmette una buona dose di leggerezza e, allo stesso tempo, fa emergere un punto di vista critico sulla società, invitando il pubblico, in un colpo solo, ad ascoltare, ballare e riflettere. Insomma, con questo nuovo brano i Folkabbestia confermano la loro capacità di unire folk, reggae e impegno civile, mantenendo viva la loro identità mediterranea e portandola verso nuove contaminazioni sonore.

CHI SONO I FOLKABBESTIA

I FOLKABBESTIA si sono formati a Bari alla fine del 1995 e, in trent’anni di carriera, hanno pubblicato 8 album in studio, 1 album live, 1 EP e vari singoli. Dai primi anni di vita a oggi hanno suonato in giro per tutta Italia (calcando palchi importanti come, ad esempio, l’Arena Campovolo e il Firenze Social Forum) e sono stati invitati a esibirsi dal vivo anche in vari paesi esteri grazie alla loro abilità di trasformare ogni concerto in una festa collettiva, a prescindere dalla lingua usata nei testi.

Nel 2003, inoltre, il gruppo barese è entrato nel “Guinness dei primati” come detentore del record per l’esibizione musicale più lunga del mondo, suonando la stessa canzone per 30 ore di seguito. La formazione attuale dei Folkabbestia è composta da Lorenzo Mannarini (voce e chitarra), Francesco Fiore (basso), Nicola De Liso (batteria), Pino Porsia (flauti), Michele Sansone (fisarmonica) e Isabella Benone (violino).

I Male Che Vada pubblicano un EP di rap astratto e all’avanguardia

“Nel posto in cui non vieni mai a tenermi compagnia”, il nuovo EP dei Male Che Vada, duo italiano di alt-rap residente a Londra, è disponibile su tutte le piattaforme digitali per l’etichetta indipendente Isolation Is Bliss.

L’EP segue la pubblicazione – avvenuta a novembre del 2025 – del loro album d’esordio, “Randy Gardner”. L’album conteneva 12 tracce e il titolo era legato alla vicenda reale dell’adolescente statunitense Randy Gardner che, negli anni ‘60, è rimasto sveglio per 11 giorni di fila divenendo la prima persona su cui sono stati condotti studi scientifici riguardanti gli effetti che la deprivazione del sonno ha sulla mente umana.

UN EP DI RAP ASTRATTO

Nope e Another Hysterical Guy questa volta pubblicano 5 tracce, 4 di rap astratto su produzioni musicali noise piuttosto aggressive, più un brano strumentale elettronico che chiude l’EP.

I testi nascono da flussi di coscienza, perché in questo caso i Male Che Vada si sono concentrati maggiormente sullo stile dei testi e sul suono, senza preoccuparsi di esprimere un concetto di fondo in maniera troppo articolata. Insomma, a differenza dell’album, più che un vero e proprio filo conduttore qui c’è un approccio che lega tutti i brani.

I due artisti raccontano la genesi e la natura di questo EP:

“‘Il posto in cui non vieni mai a tenerci compagnia’ è un posto in cui ripararsi dalle pressioni esterne. Un posto in cui nessuna idea è troppo ingenua, semplice o complicata per essere messa giù, anche perché è un posto in cui non c’è nessun altro. È il posto da dove nascono i nostri pezzi e i nostri testi. L’EP e la title-track celebrano e rivendicano quest’approccio alla musica, preferendo vederla come uno strumento di crescita e sopravvivenza più che come un prodotto di mercato”.

Le produzioni musicali di tutti i brani sono opera degli stessi Male Che Vada, Con questo EP, il duo vuole rivendicare il loro approccio musicale all’avanguardia, in cui l’hip hop non segue i canoni più diffusi, specialmente in questo periodo storico in cui è sempre più fuso con il pop.

L’artista romano Teddy Killer (@el_kuma_tattoo) è l’autore dell’artwork di copertina, che richiama l’estetica astratta dell’EP.

TRACKLIST

01 Nel posto in cui non vieni mai a tenermi compagnia
02 Mi do noia
03 Laurearsi
04 Ars Topiaria \ Fantasmi nelle macchine
05 Per le cicale

CHI SONO I MALE CHE VADA

Male Che Vada è un duo di hip hop sperimentale nato a Londra nel 2018. Nope (1988, Roma) e Another Hysterical Guy (1993, Soave – VR), entrambi ingegneri del suono e sound designer, vivono nella capitale inglese dal 2013 dove hanno frequentato il SAE institute.

Il duo esordisce ufficialmente nel 2020 pubblicando l’EP “Ofelia”, 4 tracce in cui un hip hop underground, per niente allineato alle tendenze dominanti, incontra l’elettronica, in particolare quella meno da dancefloor e più basata sulla ricerca sonica e ritmica.

Negli anni successivi i due iniziano a concepire i brani del loro primo album, “Randy Gardner”: 12 tracce uscite a novembre del 2025.

Omicidio o suicidio? Arriva in libreria “Il caso Cobain – Indagine su un suicidio sospetto”

“Il caso Cobain – Indagine su un suicidio sospetto” è il nuovo libro di Epìsch Porzioni, in libreria dall’8 luglio pubblicato da Il Castello nella collana Chinaski.

A oltre trent’anni dalla morte di Kurt Cobain, leader dei Nirvana, il libro prende le mosse dalle conclusioni di una nuova indagine condotta da un team forense statunitense che ha rimesso in discussione alcuni aspetti della versione ufficiale del suicidio. Senza sostenere tesi definitive né avallare ipotesi di omicidio, Porzioni -uno dei massimi esperti italiani in materia- ricostruisce la vita, la carriera e soprattutto la morte del musicista. Questo attraverso un lavoro che intreccia biografia, cronaca, testimonianze e analisi investigative, invitando il lettore a distinguere tra fatti documentati, ipotesi e speculazioni.

L’opera si apre con la ricostruzione dettagliata del ritrovamento del corpo di Cobain nell’aprile 1994, degli oggetti presenti sulla scena, del rapporto della polizia di Seattle e della rapida conclusione ufficiale: suicidio. Da questo punto di partenza, l’autore si interroga sulla completezza delle indagini e analizza una serie di elementi che negli anni hanno alimentato il dibattito: la lettera d’addio, l’assenza di impronte digitali sull’arma, le elevate concentrazioni di eroina nel sangue, alcune incongruenze investigative, testimonianze discordanti e studi forensi emersi successivamente, affiancati alle valutazioni di investigatori indipendenti e al ruolo dei media nella costruzione del racconto pubblico della vicenda.

Cobain, si riaccende il dibattito

Accanto all’indagine sulla morte, il volume dedica ampio spazio alla biografia di Cobain. L’infanzia ad Aberdeen, segnata dal divorzio dei genitori, dall’instabilità familiare, dal senso di rifiuto, dal bullismo, dall’ADHD, dal trattamento con Ritalin, dalla depressione e dai primi contatti con le droghe, viene presentata come il contesto in cui maturò la sua fragilità emotiva, senza ridurre la sua storia a una spiegazione univoca. L’adolescenza, l’emarginazione, l’abuso di sostanze e la scoperta della musica come possibilità di riscatto conducono alla nascita dei Nirvana e all’esplosione mondiale di Nevermind, che trasformò Cobain nel simbolo della generazione grunge, pur lasciandolo alle prese con dolore cronico, dipendenza dall’eroina e crescente pressione mediatica.

Una sezione significativa è dedicata anche a Courtney Love. Porzioni ne ricostruisce il percorso personale, segnato da un’infanzia problematica e da una storia familiare complessa, soffermandosi soprattutto sulle numerose contraddizioni emerse nel corso degli anni nelle dichiarazioni della cantante e delle persone a lei vicine. L’autore precisa di non voler intentare un “processo”, ma ritiene indispensabile analizzarne criticamente il ruolo all’interno di una vicenda caratterizzata da conflitti personali, dipendenze e rilevanti interessi economici.

Uno dei temi centrali del libro è la difficoltà di ricostruire una verità definitiva. Secondo Porzioni, le fonti sulla vita di Cobain e Courtney Love risultano spesso contraddittorie, interessate o manipolate; per questo il volume mette continuamente a confronto versioni differenti invece di accettarne una sola come definitiva.

Ne emerge un saggio narrativo che unisce storia della musica, biografia e true crime. Pur ritenendo la tesi ufficiale la più plausibile soluzione al giallo, l’autore sostiene che il caso presenti ancora interrogativi meritevoli di approfondimento, proponendo una rilettura critica di uno degli episodi più controversi della storia del rock e invitando il lettore a riflettere sul mito di Kurt Cobain e sul fascino persistente della sua vicenda.