Allucinazione mortale

Author

Categories

Share

Era iniziato come tutte le cose, quasi per gioco. Una festa, degli amici, le ragazze e un po’ di sostanze così dette “droghe leggere” tanto per riscaldare l’ambiente.

Non aveva problemi a bere qualche bicchierino o fare qualche tiro di canna, l’aveva già fatto e sapeva come reagiva il suo corpo e quando dire basta. In realtà usava quelle sostanze per sciogliersi un po’ e calmare i nervi. Aveva un carattere solare e tutti lo vedevano sempre ridere, ma pochi sapevano che non sfogava mai i suoi sentimenti negativi. Non parlava mai degli avvenimenti storti che la vita gli metteva davanti, per farlo parlare gli amici lo dovevano quasi minacciare. Anche quando era  palese che aveva bisogno di sfogarsi con qualcuno, lui rispondeva sempre che andava tutto bene. Magari aveva gli occhi gonfi pronti a piangere sulla prima spalla che gli si presentava davanti, ma non diceva niente se non che andava tutto bene.

Solo il fratello e un paio di amici cari sapevano come prenderlo, ma anche a loro aveva omesso alcuni segreti che teneva ben nascosti dentro di sé.  Nel bel mezzo della festa venne uno dei suoi più vecchi amici, era appassionato della cultura dei  Nativi Americani, era un hippie mancato, sembrava fosse uscito dagli anni ’60. Ascoltava sempre la musica di quegli anni, capelli lunghi e vestiti larghi, aveva una strana passione verso le droghe allucinogene tanto da procurarsi il soprannome “acid”, diceva che lo aiutavano a viaggiare aprendogli le porte della percezione, aveva iniziato a scrivere poesie e suonare la chitarra, ma in realtà era disoccupato e rimediava ogni tanto qualche lavoro a giornata.

Si avvicinò a Davide mentre quest’ultimo era immerso nei suoi pensieri e si godeva la birra:

<< Ciao Davide come va ?>>

<< Oh ciao Acid, non ti avevo visto.  Non tanto bene, oggi è il secondo anniversario di mamma >>

<< Sono già passati due anni? Ancora ho in testa la sua voce che mi rimprovera per i miei tanti tatuaggi>>

<<  Già, infatti sono venuto solo perché è la festa della ragazza di Matteo, me ne sarei stato volentieri a casa, non sono proprio dell’umore da festa stasera >>

<<  Posso immaginare, ma secondo me a casa sarebbe stato peggio.  Se vuoi te la regalo io qualcosa per tirarti su, l’ho riportato dall’ultimo viaggio in Arizona, si chiama Peyote, alcune tribù indiane lo usano per pregare. >>

Tirò fuori dalla tasca dei petali di fiore.  Aveva sentito parlare di questo allucinogeno ma non lo aveva mai assunto. Quella sera non riusciva a rilassarsi, pensava continuamente alla madre, rivedeva gli ultimi strazianti momenti dopo un anno di lotta contro una malattia che non gli aveva dato scampo.

Neanche la birra e le canne erano riuscite a farlo evadere, vide quel petalo rosa tra le mani tese di Acid, lo prese e se lo mise in bocca masticandolo. Si poggiò sul divano e chiuse gli occhi.

La prima mezz’ora non sentì nulla, poi iniziò a viaggiare, vedeva le note della musica uscire dallo stereo e sorridergli, si alzò e andò in balcone. Affacciato sul davanzale guardava il vuoto, le nuvole gli parlavano, gli raccontavano storie di persone osservate nelle altre parti del mondo, fasci di luce colorata passavano in mezzo a loro ed illuminavano il volto sorridente di Davide, che rideva divertito come non aveva fatto  da due anni.

Nessuno badava a lui, c’era gente che si baciava e altri in condizioni peggiori.  Scelse di uscire e di camminare così senza metà, per le vie della città nell’umidità della notte che lo accoglieva con il suo strano calore. Non c’era molta gente in giro e questo gli piacque molto. Era una notte in mezzo alla settimana di inizio maggio, la gente iniziava ad uscire ma solo nel fine settimana, gli altri giorni preferivano restare in casa, lui passeggiava per i vicoli, era circa l’una di notte e le poche luci accese nelle case si spegnevano piano piano al passaggio. Scese le scale dal primo ponte e si mise seduto in riva al fiume che passava tagliando la città a metà, vedeva i pesci illuminarsi come lampadine nell’acqua torbida e nuotare veloci. Non sentiva più la musica della festa, ma vedeva le note musicali di una serenata fatta da un gatto per la sua micetta, sentiva parole d’amore e promesse di fedeltà e gli venne da ridere pensando che l’amore era uguale per tutti che tu sia uomo, donna o animale. Risalì le scale lasciando i gatti nella loro intimità, il gatto maschio lo ringraziò con un occhiolino.  Proseguì la sua passeggiata per le vie del centro, si imbatté in un barbone che si stava mettendo a dormire su una panchina, si tolse la giacca e la porse sul suo corpo. Più giù trovò un cane vagabondo intento a rosicchiare un osso trovato in qualche cassonetto dell’immondizia.

Si mise  ad osservarlo fino a che il cane indispettito, si girò e gli chiese non troppo educatamente:

<< Che c’è, non hai mai visto un cane rosicchiare un osso?>>

<< No scusa, riflettevo sulla vita che fai>>  rispose educatamente Davide, il cane incuriosito lo raggiunse e si accucciò vicino a lui:

<< Come sarebbe la mia vita? >>

Domandò il cane tra una rosicchiata e l’altra,  <<  Sempre in giro, senza preoccuparsi di lavorare per mangiare e dormire in posti diversi. Non è forse bello ? >>

Il cane si fece una risata, non credeva alle sue orecchie, un uomo che aveva tutto ciò che voleva, una casa calda, un pasto buono tutte le sere, invidiava la sua insulsa vita.

<< Vedi caro uomo, il vostro problema è il controllo.  Volete controllare ogni cosa vivente e non, avete inventato un sistema come il denaro che vi permette di essere schiavi di altri uomini che a loro volta sono totalmente schiavi del denaro, da non apprezzare più le cose belle della vita. Le cose che mi invidi, potresti averle anche tu e in modo molto più comodo, ma ti manca il coraggio di abbandonare il vostro canone di vita, la vostra “civiltà” >>

Le parole di quel cane lo colpirono come un fulmine a ciel sereno, aveva ragione lui, avevano perso la cognizione del tempo, ci eravamo allontanati dal nostro compito, invece di godere e rispettare Madre Terra, la stavamo distruggendo nell’illusione di controllarla.

Si alzò e continuò per la sua strada, ormai erano diversi minuti che camminava, guardò l’orologio e si accorse che erano passate due ore. Mentre avanzava ancora senza metà si imbatté in una prostituta che aveva davanti un possibile cliente, iniziò ad elencare i suoi servigi al prezzo di pochi soldi.

Ma Davide non sentiva quell’istinto, quelle pulsazioni, aveva voglia di parlare, di sentire la sua storia.

Così anche se non facevano parte dei suoi servizi pagò la prostituta per parlare, andarono in un parco lì vicino e seduti sulla panchina iniziarono a raccontarsi le loro storie.

Si chiamava Patrizia e veniva dall’est, precisamente dal Kosovo,cresciuta in una famiglia normale aveva la passione per il ballo. Prima che scoppiò la guerra, frequentava una scuola di danza, il padre impiegato  in una azienda edilizia, pur tra mille sacrifici, era contento quando vedeva la figlia ballare. Poi vennero i combattimenti e in un attimo cambiò tutto, una bomba fece crollare la sua casa, si salvò solo perché lei in quel momento era in palestra ad allenarsi.

Fu un duro colpo, cosa avrebbe fatto ora che era sola al mondo in un paese che era diventato un polveriera? Si fece convincere da una sua amica a partire per l’Italia dove c’era la possibilità di rifarsi una vita. Così prese tutto quello che gli era rimasto, i risparmi della sua famiglia e si imbarcò in una nave diretta nel Bel Paese. Una parte dei soldi andarono  agli scafisti. Ma le cattive notizie non erano finite, perché una volta arrivati in Italia la sua amica che già era stata lì, la vendette ad un gruppo di albanesi che dopo avergli rubato tutti i soldi rimasti,  la portarono nella città dove si trovava ora e la misero a battere.

Finì la sua storia come finiscono sempre queste brutte storie, con la voce rotta e le parole bagnate dalle lacrime.

Lui l’abbracciò e improvvisamente sentì di parlare, di raccontargli tutto di lui come non aveva ma i fatto con nessuna persona, neanche con i suoi amici o suo fratello.

Gli raccontò dell’infanzia difficile passata a dividere i genitori  mentre litigavano, delle botte e delle volanti di polizia che entravano di continuo in casa sua.

Gli raccontò del sollievo che aveva provato quando il padre era uscito una sera per comprare le sigarette e non era più tornato.

Da quella sera le loro vite, la sua, quella di sua madre e di suo fratello erano cambiate totalmente. Senza quell’uomo tutto era andato bene, lui e suo fratello erano cresciuti, il fratello era diventato un ingegnere  lui animalista convinto stava studiando per diventare veterinario.

Ma la sua fragile vita subì un’altra dura scossa, avvenne una mattina, dopo due giorni di attesa erano arrivati i risultati delle analisi che la mamma si era fatta dopo dei disturbi respiratori che andavano anvanti da due giorni. Le portarono dal medico che, dopo un consulto telefonico con un suo collega, si tolse gli occhiali e li fece sedere:

<< Prego sedetevi>>

<< Allora dottore è grave ?>>

Domandò la mamma guardando la faccia seria del suo medico mentre Davide in silenzio ascoltava preoccupato.

Non gli era piaciuto il tono con cui il dottore li aveva invitati a sedersi, stava sulle spine e temeva in qualcosa di brutto:

<< La situazione è molto grave signori, sarò onesto perché vi conosco da tanto tempo e non voglio darvi false speranze. Sua mamma ha un ematoma molto grosso nei polmoni, un tumore maligno per la precisione, non operabile in quanto si è esteso in entrambi i polmoni, se si era esteso su un solo polmone potevamo estrarlo e lei sarebbe vissuta o perlomeno potevamo tentare di farlo, ma entrambi i polmoni voi capirete che non si possono togliere.  Dobbiamo aspettare un donatore ma le liste sono lunghissime e l’estensione dell’ematoma non ci da tanto tempo. Mi dispiace signora ma lei può avere al massimo sei mesi di vita ancora. Mi scusi per  la brutalità delle parole ma avete il diritto di sapere come sta la situazione.>>

<< Ma come è possibile, come è successo?>>

Si lamentò la madre tra lacrime e colpi di tosse quasi ad evidenziare le parole del dottore. Davide si teneva la testa tra le mani e sentiva il suo mondo crollargli addosso.

Da quella mattina in poi era andato tutto storto, passò il tempo accanto alla madre tra terapie, visite in svariati ospedali da molteplici esperti che emettevano tutti la stessa condanna fino ad una mattina di due anni fa, quando sua mamma si addormentò nel suo letto per non risvegliarsi più, tra le braccia dei suoi due figli.

Rimasero abbracciati ancora per vari minuti, un ragazzo come tanti abbastanza sfortunato ed una prostituta che veniva pagata per la prima volta nella sua triste vita per parlare di se e per ascoltare i dolori degli altri.

Non si capiva bene chi consolava chi, ma sentivano entrambi che quella chiacchierata gli aveva fatto bene. Si salutarono così come si erano incontrati, lei tornò al suo lavoro e saltò dentro una macchina costosissima di un impaziente cliente. Lui guardò l’auto  sfrecciare via e continuò la sua passeggiata verso l’ignoto. Era tardi, tra un’ora circa sarebbe sorto il sole e lui aveva deciso di aspettare il nuovo giorno al mare, in spiaggia. Prese la corriera, salutò il conducente, pagò il biglietto e si sedette vicino al finestrino. Vedeva le sagome sfuocate del paesaggio salutarlo, lui ricambiava il saluto dall’altra parte del finestrino.

Arrivò a destinazione, scese dall’auto e si incamminò verso la spiaggia. Incrociò un fornaio, che a quell’ora stava aprendo bottega. Lo salutò come se lo conoscesse da una vita, il fornaio ricambiò distrattamente il saluto mentre era concentrato nelle sue abituali faccende mattutine.

Raggiunse la spiaggia, si tolse le scarpe e i calzini, sentì il freddo della sabbia, il sole stava sorgendo ma era ancora una piccola parte di sfera lontana all’orizzonte.  All’improvviso, mentre osservava il mare colorarsi piano piano di arancione, vide la sagoma di una donna che all’inizio non riconobbe.

Quando questa figura si avvicinò non ci furono più dubbi per lui, si trattava della mamma.

<< Mamma, mamma, sei tu?>>

Gridò all’improvviso Davide alzandosi in piedi e correndo verso l’acqua,

<< Mamma perché non rispondi ? >>

Ma la mamma, o quella figura che le assomigliava, non rispondeva, rimaneva lì immobile sospesa sopra le onde al largo. Prese una decisione, l’avrebbe raggiunta lui qualsiasi cosa fosse, assomigliava alla madre e lui voleva vederla.

Entrò in acqua con tutti i vestiti e prese a nuotare sempre più forte, ma più nuotava e più quella figura le sembrava lontana. Nuotò con tutte le sue forze ed era abbastanza lontano dalla riva quando perse le forze e si adagiò chiudendo gli occhi sentendo l’acqua entrargli nei polmoni. Non sentiva più il freddo e vedeva la mamma sempre più vicina ora che il corpo scendeva sempre più giù.

Squillò il telefono dentro la casa di un rinomato ingegnere alle 8:07 del mattino. Mentre quest’ultimo, come tutte le mattine, si stava facendo la doccia. Non sveva sentito il fratello rientrare ma non se ne preoccupava, lo avrebbe chiamato dall’ufficio più tardi certo che era rimasto  a dormire da un suo amico. Rispose in fretta ed era incuriosito data l’ora:

<< Pronto?>>

<< Buongiorno qui è la capitaneria di porto, lei è l’ingegnere Walter Bianchi ?>>

<< Si perché ? >>

<< Mi dispiace essere io a darle questa notizia, ma abbiamo trovato qui al porto, il corpo senza vita di un ragazzo impigliato ad una corda, in acqua vicino ad una barca. Secondo i documenti trovati in suo possesso, si tratta di suo fratello, dovrebbe venire qui subito>>

<<  Arrivo subito!>>

Riattaccò il telefono e pianse a lungo.  In un momento di follia, andò  nello stanzino dove teneva i fucili da caccia, ne prese uno e se lo posizionò sotto il mento. Voleva raggiungere suo fratello e sua mamma. Suo figlio di appena due anni sia affacciò e lo guardò negli occhi. Ancora non parlava bene, ma il viso terribilmente somigliante a Davide, disse tutto quello che doveva dire. L’ingegnere posò il fucile nello stanzino, si promise di buttare via tutto e di abbandonare la caccia per sempre. Accarezzò dolcemente suo figlio e lo riportò a letto. Uscì di casa e andò a dare l’ultimo saluto al fratello.

Clementi Simone

Immagini prese da Google Immagini

Author

Share