Intervista a Stefano Pomes, autore del romanzo “Ti prego non ridurmi a icona”

Ovvero una trasposizione letteraria e romanzata della figura de I Cani nell’immaginario e collettivo ma anche individuale.

Stefano Pomes, autore del romanzo “Ti prego non ridurmi a icona”, racconta il suo personalissimo modo di intendere l’immaginario della musica cantautorale italiana, ma soprattutto della corrente indie. In questo racconto di formazione, il protagonista dialoga nella sua immaginazione con Niccolò Contessa, che della corrente indie ne è un simbolo. Non si tratta solo di un constante confronto a livello fantastico, ma di un dialogo quasi ossessivo con la figura carismatica del leader de I Cani che con i suoi testi sospesi tra la sconfitta e lo slancio eroico, ha cantato un’intera generazione.

Ci siamo incuriositi e abbiamo intervistato Stefano Pomes per scoprire di più riguardo la fase di stesura del romanzo e delle idee alla base dell’concept.

Per introdurre questa intervista, vorrei chiederti come è avvenuta la scelta proprio della figura di Niccolò Contessa, figura cardine de i Cani?

Semplicemente perché io pensavo a lui. È stata una scelta immediata. È un po’ difficile da spiegare. Si è trattato quasi di trascrivere quel tipo di conversazioni che avvenivano nella mia testa. E poi hanno preso la forma di libro.

La figura di Niccolò Contessa sembra essere un interlocutore silenzioso all’interno delle vicende. Si può dire che rappresenta il ruolo della musica che scorre nelle cuffie, a cui ci si ispira o di quegli artisti con cui spesso si dialoga nella propria immaginazione?

Sì, ecco, esattamente così.

È stato difficile far trasparire nella giusta misura il sentimento fondamentalmente di solitudine che accompagna il protagonista?

No, direi che questa cosa è avvenuta in maniera naturale. Ho lasciato quanto più verosimili fatti, vicende, pensieri, in modo che parlassero da sé insomma.

Nella narrazione emerge un contorno di disillusione e cinismo. È così?

Sì, perché sostanzialmente in protagonista è un trentenne insoddisfatto che vede nella figura di Niccolò Contessa colui che ce l’ha fatta, colui verso cui tendere o progettare le proprie aspirazioni.

Quanto c’è di autobiografico in questo romanzo?

Ecco, questo aspetto è complicato, nel senso che questo romanzo prende in prestito molti aspetti della mia vita, che siano nomi, luoghi, relazioni sentimentali. Ma non è un’autobiografia. Piuttosto un racconto del modo di vedere Niccolò Contessa.

Hai mai pensato a che pubblico si rivolge?

Io ho scritto per i venticinque-trentenni, quindi sostanzialmente a me di dieci anni fa.

Ci sono altre figure che ti hanno ispirato nella stesura del romanzo?

Direi il cantautorato italiano. A partire da Battisti, Dalla. De Gregori. Nel romanzo sono sparsi riferimenti a tutto il cantautorato italiano, di cui Contessa è un esemplare.

È stato difficile integrare i testi dei brani citati insieme allo scorrere della narrazione?

Fortunatamente è stato naturale. Ma effettivamente non è facile. Non è stato troppo impegnativo.

Per concludere. Secondo te, qual è il motivo di quest’aurea mitologica che circonda il nome de I Cani?

Secondo me perché Contessa è riuscito a scavare una nicchia nell’inconscio collettivo. Questo lo dico per riassumere tutto il mio pensiero complicato che sottende. Dunque, è riuscito a rappresentare qualcosa di molto profondo che riguarda un’intera generazione. Con i social molte persone hanno iniziato a sentirsi qualcuno per il solo fatto di poter dire la propria. Una sorta di polverizzazione dell’identità collettiva. È sparita l’idea di star, di “inarrivabilità” ed è emersa un’idea di personaggio pubblico arrivabile. Questa idea è stata cantata da Contessa in modo esemplare. I cosiddetti “artisti della porta accanto”, inarrivabili e non. Contessa ha cantato un intero immaginario.

Se ti è piaciuta l’intervista a Stefano Pomes, leggi anche l’intervista all’autrice Doriana Tozzi!

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