Tra gli invisibili di Marco Scaramuzza ci siamo tutti noi

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Marco non è un nome nuovo, qui sulle colonne di Indielife.

Di lui, avevo già avuto modo di parlare tempo fa, quando a luglio tirò fuori dal cilindro da giocoliere che porta in testa (sì, perché Scaramuzza ha iscritto nel DNA il talento del menestrello, e del cantastorie d’altri tempi) “Rosa”, una ballata a carillon che avrebbe meritato forse più attenzione, e che tuttavia si è guadagnata quanto meno la nostra.

Non è facile, di questi tempi, riconoscere la bellezza, sopratutto se si esce reduci (ed emotivamente mutilati) da una pandemia che sembra averci offuscato la vista, e indurito il cuore. Ecco perché, a maggior ragione, Scaramuzza è uno di quei beni patrimoniali da difendere e tutelare, come depositario di una saggezza antica (anche se la materia di studio è infinita, e lui sa di non sapere niente; proprio come i vecchi saggi di montagna di Guccini) che anela ad una rigenerazione dei codici, dei linguaggi e delle tematiche.

Ci vogliono nuove parole, è vero, ma è anche vero che alcuni stilemi continuano ad avere un fascino incredibile, e ad esercitare un’attrazione su chiunque conosce il senso della forma, oltreché l’importanza del contenuto; alle parole di Scaramuzza, bastano sé stesse per risuonare nel modo giusto, restituendo all’ascoltatore il piacere di una nudità integrale, e per questo integra.

“Gli Invisibili”, titolo che non poteva essere più azzeccato ed evocativo per un disco d’esordio. Ora, io ho parlato anche troppo. Qui trovate le chiacchiere che ci siamo fatti io e Marco, che spero possano bastare per convincervi a fare un giro sulle piattaforme digitali e a scoprire la genuina luminosità di un diamante grezzo, che aspetta di splendere ma che in fondo splende già da un po’. Ci siamo capiti.

Ciao Marco, che piacere riaverti qui. Innanzitutto, come stai e quanto sei felice di aver finalmente pubblicato il tuo EP d’esordio?

Ciao ragazzi! Sto molto bene e sono felice finalmente di aver concluso questo mio primo progetto musicale, lungo e faticosa ma allo stesso tempo bellissimo.

Allora, tu debutti con “Cuore di plastica”, che subito fa notare la tua delicatezza di scrittura. Cosa significa per te scrivere, e da cosa nasce una tua canzone?

Allora, scrivere musica per me è un’opportunità, molte volte all’interno di un discorso non riesco a comunicare quello che voglio dire veramente, con la musica è tutto permesso e mi riesce molto meglio. I miei brani nascono principalmente ispirati da incontri o esperienze vissute in prima persona, mi aiuta molto partire dipingendo.

Già il titolo dell’EP apre un mondo di suggestioni e di domande poetiche. Chi sono “Gli invisibili” di Marco Scaramuzza?

Gli invisibili siamo tutti, non ti sei mai sentito così? Parlo al ragazzino in piena crisi adolescenziale e al senzatetto che regala una rosa ad una bella donna in vestito elegante.

Come si esce dall’invisibilità e dal cono d’ombra, secondo te? 

Secondo me si esce con l’accettazione di sé stessi smettendola di giudicarsi.

“Libero”, in tal senso, potrebbe davvero diventare l’inno de “Gli Invisibili”. Come nasce il brano? Ti ricordi il momento in cui hai tirato fuori il testo?

Ahahah mi ricordo che stavo pensando ad un amico che lavorava dalla mattina alla sera e sognava di scappare dall’altra parte del mondo. Sono arrivato ad un certo punto che volevo utilizzare la parola “libero” in maniera veloce ma chiara, non ci sono riuscito e allora ho detto che la libertà era proprio fregarsene. La parola doveva rotolare.

“L’orto”, invece, sembra quasi disegnare un andirivieni di storie e di vite che si intrecciano. Nella tua scrittura, non lasci nulla di scontato e ami gli incastri narrativi; oggi, l’ascoltatore, credi sia pronto a seguire la linea complessa della tua poesia? Sembra che si stia andando sempre di più in una direzione definitivamente semplificante delle cose… 

Penso ci si stia allontanando molto dalla musica che nutre e ti comunica veramente alla pancia negli ultimi tempi, io cerco quello e di conseguenza non posso fare altro che questo. Se vuoi nutrire l’anima fermati e ascolta quello che ti voglio dire, c’è bisogno di tempo per cambiare le cose.

Perché hai sentito la necessità di parlare degli “invisibili”? Ti sei mai sentito “invisibile”?

Penso sia molto facile sentirsi invisibile in questa società, siamo bombardati di performance perfette nei social e non riusciamo a vivere lo sbaglio come atto di crescita. Mi sento invisibile dalle 10 alle 100 volte al giorno per tenermi basso.

Bene, a questo punto è d’obbligo chiederti: piani per il futuro?

Sto già lavorando a un nuovo progetto che sarà pubblicato tra la fine di quest’anno e il prossimo. L’impronta di scrittura sarà simile ma si darà il giusto spazio anche alle sonorità questa volta.

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