AUTOSTRADA JEFFERY

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Una Caddilac nera sfreccia nella notte sull’autostrada. È partita da Denver Colorado ed è diretta, apparentemente, verso il Tennessee. Una piccola cittadina del Tennessee per la precisione. Ma chi sta alla guida non è molto certo di tornare a casa, non sente la nostalgia di quel posto di provincia dove è cresciuto fino all’età di vent’anni. Jeffery Bruce è uscito di casa mezz’ora fa con la classica scusa, una scusa che ormai non regge più con nessuno tranne che con l’insospettabile moglie.

<< Amore mi sono scordato di comprare le sigarette, esco a comprarle>> la moglie Carla, una donna che lo comanda a bacchetta, si limita a gridargli dietro mentre sta guardando una serie poliziesca alla TV, sdraiata sul divano.

<< Portami un gelato e fai presto!!!!>>

<< Certo amore, faccio una volata!>> si limita a rispondere l’uomo mentre prende le chiavi della macchina e chiude la porta a chiave. All’insaputa della moglie, ha già messo nel portabagagli due grosse valigie; una piena di vestiti ed una piena di libri. Sono perlopiù gialli tascabili e fumetti, Jeffery ne va matto. Ha organizzato tutto nel pomeriggio, mentre la moglie era ancora impegnata al lavoro. Lui ha chiuso prima il negozio ed ha preparato tutto. Ha atteso il momento migliore, dopo cena, mentre la moglie guarda la sua serie preferita. L’ultimo epilogo di una vita da schiavo, forse l’unico momento in tutta la sua esistenza, dove ha preso una decisione seguendo il suo istinto. Jeffery è il classico omino medio borghese, una vita difficile che inizia fin da subito con sua mamma. Mamma Alma perde improvvisamente suo marito in un incidente di lavoro quando lui ha appena cinque anni. Non gli rimane che questo figlio, che protegge in maniera ossessiva dalla mattina alla sera. Nella piccola cittadina del Tennessee si conoscono tutti e così mamma Alma può sapere sempre dove si trova e cosa sta facendo suo figlio, anche se sta in ufficio. È una commercialista che cura la contabilità della maggior parte dei negozi della città, la conoscono tutti e sono tutti d’accordo nel fatto che sta letteralmente soffocando il piccolo Jeffery.

Al ragazzo piace girovagare per la città tutto il giorno, specialmente nei caldi pomeriggi estivi. Questo provoca ad Alma ulteriori preoccupazioni. A dodici anni Jeffery ha un discreto gruppo di amici, sono in cinque e condividono tutti le stesse passioni: fumetti, film horror e romanzi d’avventura. Amano giocare con i giochi di ruolo e scambiarsi fumetti e figurine di baseball. Sono i classici Nerd e il resto della scuola li chiama “Il club dei perdenti”, soprattutto i ragazzi più grandi che li prendono di mira continuamente con scherzi pesanti.

Jeffery ha una vera passione per i fumetti, gli piacciono soprattutto i disegni e da grande vorrebbe fare il disegnatore professionista. Ha già un progetto con il suo amico Peter, un membro del “Club”. Peter è appassionato di scrittura e insieme vogliono creare un fumetto. A volte si vedono a casa di Jeffery e buttano giù qualche idea. Quei caldi pomeriggi passati con l’amico nella sua stanza, sono i preferiti per mamma Alma che in questo modo può controllarlo meglio. Diversa la situazione quando al ragazzo viene voglia di giocare a baseball nel parco cittadino. In quei casi Alma va su tutte le furie e alla sera quando torna dal lavoro fa a suo figlio una lavata di testa.

Mentre guida, Jeffery, ripensa a tutta la sua vita. Non ha rimorsi per quello che ha fatto. È scappato per salvarsi. Forse ha aspettato troppo per decidersi, ma qualcuno gli ha detto che i quarant’anni sono la nuova giovinezza e lui si sente come un ventenne in gita scolastica. Apre il finestrino ed assapora l’aria fresca che entra, mentre una stazione locale passa un blues di un gruppo texano. Jeffery alza il volume e sorride, forse per la prima volta dopo molti anni. L’occhio gli casca sull’orologio in macchina e vede che è mezzanotte passata, sta viaggiando da circa un’ora e sente la stanchezza salirgli dal profondo. Vorrebbe fermarsi e dormire per poi ripartire con il fresco della mattina, ma deve avere pazienza. È sempre stato un tipo meticoloso e con mille paure.

Porta pazienza vecchio mio, hai fatto pochi chilometri. Ancora una mezz’ora e sarai alla giusta distanza tra te e quel mostro di tua moglie. A quel punto potrai fermarti e dormire sereno”.

Si ripete quella frase già da un quarto d’ora. Sente la sua voce echeggiare nella mente ma è convinto che quelle sono parole di suo padre. Ha sempre avuto un’idea astratta del padre; un mix di sbiaditi ricordi e racconti della madre, conditi da alcune foto che trovava in giro per casa. Nei momenti più difficili, quando il mondo sembrava crollargli addosso, ha sempre sentito la sua voce nella mente dargli consigli preziosi. Anche un’ora fa, quando per un momento, rimase seduto nell’auto sotto casa con un briciolo di rimorso.

Metti in moto e parti coglione! Cosa stai aspettando?”

A volte suo padre è brusco, ma come ogni padre, lo fa per il suo bene. La strada è apparentemente deserta, solo qualche macchina o camion che lo supera di tanto in tanto. Un cartello attira la sua attenzione, recita MOTEL VIRGIN tra venti chilometri. Decisamente un colpo di fortuna, si sente dire “Grazie papà”, mentre la radio trasmette del buon country. Ascolta con gusto un paio di pezzi e verso la fine del secondo, vede un cartello illuminato per metà e messo all’inizio della prossima uscita sulla destra. Si legge solo “MOT” ma è palesemente il cartello del motel. La Cadillac gira a destra e imbocca una stradina isolata e buia, non perfettamente asfaltata. Intravede nella foschia della notte un edificio non molto grande con un ampio parcheggio di fronte. Ancora un’altra scritta, questa volta meglio illuminata. Oltre alla sua Cadillac, ci sono solamente due automobili. Meglio così, questi piccoli motel sono ottimi perché sono poco frequentati e il personale non fa troppe domande. Prende le due valige dal porta bagagli ed entra dalla piccola porta. Sulla destra un piccolo “salotto” con due divanetti, uno di fronte all’altro, ed al centro un tavolino con delle riviste. Dietro uno dei divanetti, una scaffalatura a parete che ospita alcuni romanzi. Sulla sinistra il bancone della reception e al centro le scale che portano al piano di sopra. Non ci sono molte camere, circa trenta divise in due piani. Dietro il bancone lo accoglie un ragazzo dallo sguardo furbo e il sorriso di chi ne ha viste talmente tante da poterci fare un film. Lavorare di notte in un motel deve essere eccitante da un certo punto di vista. In filo diffusione, ironia della sorte, si sente la stessa stazione radio che stava ascoltando lui in macchina. Il viaggio musicale continua.

<< Buonasera e benvenuto al Motel Virgin signore >> lo accoglie il ragazzo con ancora quello strano sorriso sul volto. Avrà un trentina d’anni, capelli lunghi e maglietta a maniche corte di una famosa rock band. Gli allunga la mano e si presenta. Nonostante le apparenze, sembra comunque un ragazzo educato.

<< Sono Tommy Duglas come posso esserle d’aiuto?>>

<<Buonasera, mi chiamo Jeffery Bruce e avrei bisogno di una stanza per una notte>>

<< Certamente signor Bruce, mi dia un documento che la registro>> Recita il ragazzo con un tono meccanico di chi ripete quella frase molte volte al giorno. Si gira e prende una chiave tra le tante che sono appese proprio dietro di lui. Jeffery tira fuori il portafoglio e poggia sul bancone la sua patente. Tommy si gira con le chiavi e meccanicamente prende la patente ed inizia ad inserire, sul computer che ha davanti, i dati.

<< Ecco a lei la chiave della 29, vuole il servizio sveglia per domani? >>

<< Si grazie, gradirei la sveglia alle otto e mezza. C’è anche un servizio colazione? >>

<< Sì, dalle otto alle dieci, proprio nel nostro piccolo ristorante >> recita ancora meccanicamente il ragazzo indicando la porta alla destra della scala e scrivendo un appunto su un taccuino.

Sveglia alla 29 per le 08:30

Jeffery prende le chiavi, le valige e si avvia verso le scale salutando il ragazzo che si rimette a sedere sulla poltrona con un romanzo in mano. L’occhio di Jeffery però cade proprio sul libro che il ragazzo sta leggendo. È un horror di Peter Hill, il suo amico d’infanzia. Proprio quel Peter che doveva creare un fumetto con lui, prima di partire per New York e diventare uno scrittore di fama mondiale. A lui è andata diversamente. Mentre sale le scale, la mente torna indietro con gli anni. Precisamente agli anni del collage. Fu dura scegliere il collage giusto, è una scelta difficile per tutti i ragazzi. Per Jeffery però fu una vera e propria guerra. Una guerra tra lui e sua madre, ovviamente, che finì con un armistizio. Aveva scelto di frequentare lo stesso college di Peter e di andare a New York. Avevano programmato tutto insieme. Nello stesso collage, infatti, tra i tanti corsi c’erano anche letteratura e disegno. Sembrava perfetto ma non avevano calcolato mamma Alma. Per lei infatti la Grande Mela era troppo distante. Prese informazioni e scoprì che lo stesso corso di studi che aveva scelto suo figlio a New York, era presente nel collage di Nashville. Alma preferiva per suo figlio una carriera simile alla sua, aveva già pianificato l’idea di lasciargli la sua attività, ma dovette arrendersi ai sogni di Jeffery. Così accettò, mal volentieri, l’idea che suo figlio studiasse disegno ma doveva andare a Nashville così poteva raggiungerlo con due sole ore di treno quando voleva. Il minuto ragazzo di provincia provò suo malgrado a combattere la protettiva madre ma decise che l’aver ottenuto il percorso di studi, era già una grande vittoria per lui. Parlò con Peter e si promisero di rimanere in contatto per continuare il loro progetto. Ovviamente non fu così. Arrivati al college i due ragazzi partirono da zero e si fecero nuove amicizie. Più che altro Peter fece nuove amicizie e vide la sua carriera crescere smisuratamente dal terzo anno in poi. Per il Nerd Jeffery fu come al solito un duro inferno anche il collage. L’unica nota positiva era la sua ragazza Carla, una ragazza di origini italiane che frequentava il corso di matematica. Si conobbero ad una festa universitaria durante il quarto anno. Iniziarono a frequentarsi e Jeffery s’innamorò follemente di lei. Era una ragazza in carne e per niente popolare. Proprio come lui veniva presa in giro da molte persone e non aveva un gran giro di amici. Ma cosa più bella, per Jeffery, era il carattere duro e protettivo che aveva con lui.

Iniziò a comandarlo a bacchetta, questo piacque molto al ragazzo. Carla divenne un punto di riferimento soprattutto dopo il terzo anno di fidanzamento, quando a soli sessantaquattro anni, mamma Alma morì d’infarto lasciando il suo adorato Jeffery nelle mani di Carla. La mente matematica e pragmatica della ragazza iniziò a lavorare duramente sul futuro del suo fidanzato. Lo convinse con il tempo a non seguire la pista del disegnatore, almeno per il momento, ma di aprirsi un’attività. La sua politica era concentrata sulle cose pratiche e non c’era spazio per i sogni. Suo padre era un grosso imprenditore ed aveva una grande azienda di copertoni. Dopo la laurea si sarebbero trasferiti a Denver, dove viveva la sua famiglia e il padre gli aveva regalato una casa. Lì avrebbe aperto il suo negozio. Si sposarono presto e il grande sogno di Jeffery si sbriciolò velocemente in polvere senza che lui neanche se ne accorgesse. Si accontentò con gli anni di avere un negozio di fumetti, non era certamente come diventare un grande disegnatore, ma era il suo angolo di paradiso dove la moglie Carla non entrava mai. La rabbia, la frustrazione e i sogni infranti hanno tutti una cosa in comune. Non spariscono del tutto nella vita di un uomo, si nascondono per anni in angoli bui della mente e covano rancore in attesa di riaffiorare. Se non riesci a domarli, saranno loro a domare te, prima o poi.

Il telefono della stanza 29 squillò preciso alle otto e mezza. Jeffery aprì gli occhi tornando al mondo reale da un sogno con suo padre.

<<Pronto?>> disse con una voce assonnata

<< Servizio sveglia signor Bruce, sono le otto e mezza come aveva chiesto lei>> una voce giovane e femminile entrò squillante dandogli il buongiorno. Troppo squillante per i suoi gusti. Ringraziò educatamente e si alzò dal letto dopo aver riattaccato la cornetta. andò in bagno e si preparò ad una nuova giornata di fuga in circa quindici minuti. Scese le scale e scoprì che la voce squillante che aveva sentito al telefono, apparteneva ad una ragazza carina che assomigliava molto al ragazzo della notte precedente, probabilmente erano fratello e sorella e quello era un motel a conduzione famigliare.

<< Buongiorno Signor Bruce, la colazione è servita in cucina ed è offerta da noi>> lo accolse la ragazza con fare gentile e meccanico, indicò la porta bianca aperta vicino alle scale.

<< Buongiorno anche a lei e grazie>> si limitò a rispondere Jeffery. Si sforzò di essere gentile anche se la mattina non aveva molta voglia di parlare. Si avviò in cucina, prese un vassoio e si servì dal tavolo apparecchiato e sistemato in fondo alla sala. Prese un muffin, una fetta di crostata alle more e un caffè caldo. Ad accoglierlo in cucina c’era una donna un po’ avanti con gli anni. Probabilmente la mamma dei ragazzi che aveva conosciuto alla reception. Si salutarono cordialmente e Jeffery si accomodò per gustarsi la colazione. Dopo tornò in camera per prendere le valigie e si diresse di nuovo dalla ragazza.

<< Sono venticinque dollari signore, si è trovato bene da noi? >> chiese la ragazza mentre preparava le carte per il check-out. Questa volta il tono sembrava sincero e non meccanico. La ragazza aveva preso a cuore il suo lavoro e cercava di far sentire a casa tutti i clienti.

<< Certamente, sono stato molto bene. Consiglierò questo motel a tutti i miei colleghi rappresentanti>>. Non era un rappresentante ma solo un marito in fuga dal suo incubo peggiore. Ma una piccola bugia non è grave se serve a strappare un sorriso a chi la riceve.

<< Grazie Signor Buce, mi fa molto piacere>> rispose la ragazza sorpresa.

Lui si limitò a sorridere ed a salutare la ragazza mentre si avviava verso l’auto. Voleva partire immediatamente e mettere altri chilometri di distanza tra lui e la moglie. Avviò il motore rombante della Cadillac ed uscì dal parcheggio del motel. La stazione radio tornò a donargli un po’ di buona musica mentre lui stava meditando di cambiare strada, così per creare un po’ di confusione a chi fosse venuto in mente di seguire la sua pista. Non tornò indietro verso l’autostrada, girò a destra e proseguì per la via poco asfaltata. Non aveva la minima idea di dove stesse andando ed era proprio quello il bello. Era eccitato come non gli capitava orma da anni. Sentiva una strana forza dentro di lui, una forza che non aveva mai avuto. Aveva i finestrini completamente abbassati e si godeva l’aria fresca e il sole di quella splendida giornata.

Dopo alcuni chilometri percorsi in mezzo alla campagna isolata, notò da lontano una piccola casa rossa sviluppata su due piani, nulla di strano se non fosse per la coppia che ci viveva. Erano entrambi fuori in giardino e Jeffery notò dai loro gesti che stavano litigando. Rallentò incuriosito e quando passò davanti alla casa, vide che l’uomo stava picchiando la donna. Jeffery fermò la macchina e scese, andando incontro all’uomo che si voltò. Il picchiatore era un uomo grasso e molto alto che non mostrò alcuna preoccupazione verso quel minuscolo omino che si stava avvicinando. Lo guardò con disprezzo tenendo sempre per il collo la donna che aveva dei grossi segni sul viso e sangue che gli colava. Jeffery sembrava impazzito, si avviò verso l’uomo con fare aggressivo.

<< Lascia in pace quella donna, lurido verme>>

<< Fatti gli affari tuoi, microbo, questa è mia moglie e la picchio quanto mi pare e piace>> L’uomo lasciò momentaneamente la donna e si mise davanti a Jeffery che non sembrava per niente intimorito.

<< Ti ripeto, lascia in pace quella donna o per te si mette male>> non aveva mai sopportato le ingiustizie, anche perché lui era stato il primo a subirle. L’uomo violento gli diede una forte spinta senza rispondere. Jeffery volò per alcuni metri a terra mente l’uomo, convinto che sarebbe finita lì la questione, riprese a picchiare la moglie. Jeffery impazzì del tutto, si guardò in torno e vide un’accetta a terra. La prese e mentre l’uomo era di spalle, gliela conficcò nel cervello. La moglie inorridita dalla scena iniziò a strillare contro Jeffery dandogli dell’assassino e giustificando il marito per il suo comportamento. Jeffery non ci pensò due volte, tolse l’accetta dalla testa del marito e fece la stessa cosa alla moglie, mentre lei ancora strillava in lacrime. Si voltò e si diresse verso la macchina, si cambiò la camicia sporca di sangue e riprese il suo cammino. Da quel momento il piccolo uomo venuto da Denver, che aveva paura della moglie, divenne il serial killer conosciuto con il nome di “Autostrada Jeffery”.

Immagini prese da Google Immagini

Clementi Simone

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