Nottoli, DNA in quattro punti

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Allora, parto premettendo che io per Stefano Nottoli ho un debole non da poco che certamente si farà sentire anche qui, nell’ambito di queste tre, quattro righe preparatorie all’intervista che, prima o poi, potrete leggere qui su Indielife.

Il fatto è che la genuinità e la sincerità quasi rurale (quanto mi piace, questo epiteto) con la quale Nottoli ha sempre curato la scrittura dei suoi brani riesce, ad ogni nuova pubblicazione, a confermare in me diverse certezze (sì, ho utilizzato proprio la parola certezza, anche se nell’era del dubbio universalizzato sà di arroganza e di scarsa attinenza con la realtà) che cercherò di mettervi brevemente in fila in questo vademecum all’ascolto di “DNA”, l’ultimo singolo di Stefano: per ricordarci che certe verità (altra parola proibita!) le portiamo incise sotto pelle, dentro la fibra dei tessuti e tra i filamenti del nostro codice genetico.

  1. Le cose fatte bene sono quelle che nascondono in piena vista gli effetti dell’attesa: il pane ben lievitato non rimane sullo stomaco anche laddove le farine utilizzate derivano dalla macinazione del marmo, e le canzoni ben pensate e limate (nel senso di intelligente labor lime, passatemi questi vezzi da classicista) finiscono con l’essere digeribili anche se gli ingredienti di partenza posseggono un peso specifico ingente. Insomma, nell’alchimia di “DNA” tutto si destruttura e si ricostituisce nella forma nuova di un brano che sa di trattato filosofico-esistenziale, ma anche di successo radiofonico. 
  2. Nottoli è uno di quelli che anche fra quarant’anni ne avrà sempre venti, di anni: il testo di “DNA” è figlio di ascolti tradizionali e miliari della scuola cantautorale italiana, ma il cantato è leggero e moderno perché evidentemente influenzato dalla scena contemporanea, anagraficamente più giovane di Stefano. Insomma, abituiamoci all’idea che esistono artisti capaci di far dialogare tra loro generazioni apparentemente distanti, senza porsi il limite del doveroso (e talvolta svilente) rispetto per l’anzianità.
  3. Esistono corde poste a tal punto in profondità da essere costitutive del tutto, perché fondamenta inalienabili di impalcature altissime, che per quanto apparentemente inamovibili ed eterne altro non sono che il frutto di un precarissimo equilibrio su intrecci di iuta. Ecco, un po’ come Ottavia – la città invisibile di Calvino tenuta sospesa da filamenti sottilissimi sullo strapiombo di un burrone – anche Nottoli sembra aver colto l’essenza della leggerezza, che non è superficialità ma planare sulle cose dall’alto, e all’occorrenza anche tuffarsi verso profondità recondite senza dimenticare mai il filo invisibile che tiene unite le vite di tutti. Insomma, “DNA” è un piccolo passo per Nottoli ma un enorme conquista per l’umanità, intesa nel senso più generale e totale del termine.
  4. E’ bello riscoprire, in questo buio 2020, che le parole – se ben usate – possono ancora riportare luce anche laddove sembrava esistere solo buio e silenzio.

Nottoli è una lucciola nella notte, e fa una luce fortissima. E tanto basta per non perderlo di vista.

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