Sabia, l’AntiHype Superstar

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Sabia è il mio cantautore preferito e la cosa più bella è riuscirlo a dire, quando anche tu provi a scrivere canzoni. Sì, perché nell’era dell’individualismo sfrontato – ai limiti della masturbazione -, della prosopopea del narcisismo (che lessico, eh?) e dell’anonimato generazionale, poter ammirare un (quasi) coetaneo senza dover ambire a tutti i costi a superarlo con invidia, insomma, penso sia un bel risultato raggiunto di per sé.

Diciamocela tutta, siamo figli di una Storia assente che ci ha educati all’agonismo, alla pretesa di dover correre davanti a tutti per non trovarci in bocca la polvere del capofila, che ci ha accarezzato a colpi di like e ad emozioni omogenizzate insegnandoci il valore della riproduzione casuale, del talento reso show e degli showmen spacciati per talenti; siamo orfani, e per questo non troviamo padri da sconfiggere, tradizioni da abbattere e sistemi da mutare. Siamo la deriva costante di un millennio che ha strabordato in un nuovo corso che non ci appartiene e che ci rende, in qualche modo, ossimori temporali, inciampi genetici di una pagina che deve rimanere bianca, per raccontare davvero la nostra, di Storia.

Ecco, tutto questo pippone esistenzialista (ai limiti dell’auto-detonazione) serve – eccome – ad introdurre il disco d’esordio di un folle che, nell’era del più sfrontato mainstream, decide di pubblicare per La Clinica Dischi una somma di otto cariche di tritolo ben posizionate alle fondamenta delle vostre (e delle mie) impalcature mentali e farle detonare tutte insieme ad ogni nuovo “play” premuto su “ANTIHYPE SUPERSTAR“, il primo LP – sì, sono un inguaribile nostalgico – di Sabia.

Serve eccome, dicevo, perché Sabia sta tutto qui, nell’ostinata decisione di intraprendere solo direzioni contrarie al moto dei pianeti, perché consapevole di non voler rispondere alle leggi gravitazionali di un sistema che non riconosce come proprio; quando nel 2015 Calcutta pubblicava “Mainstream“, i tre quarti di noi lessero il titolo di quell’album pensando alla provocazione, perché – diciamocelo – nessuno avrebbe mai scommesso sul fatto che un modus operandi autorale come quello calcuttiano avrebbe potuto fare scuola negli anni a seguire, diventando appunto mainstream. Ecco, il paradosso geniale sotteso è il medesimo che anima – e costituisce il fil rouge – dell’intera produzione discografica di Sabia: nell’era della bugia istituzionalizzata e dell’hype a comando, il cantautore vero deve farsi martire nell’abbracciare la croce da cristologica anti-hype superstar e professare il credo degli opposti e dei contrari, in cui hype-è-ciò-che-hype-non-é. Sa di provocazione? Sì, esattamente come quella avanzata da Calcutta, nel 2015. Poco prima che il titolo del suo album diventasse target di un’intera generazione.

Ogni brano, nel disco di Sabia, ha una sua autodeterminazione, certo, ma rivive nel disegno di un polittico che prende senso solo attraverso la visione d’insieme offerta dall’ascolto integrale dell’album; sì, perché se oggi è tanto hype pubblicare solo singoli di durata striminzita (“eddai, spacca sta c***o di radio” semicit.), Sabia prende la via della distensione, della ricerca del tempo perduto: ci vuole tempo per ascoltare, intuire, capire e comprendere l’umanità raccontata in “ANTIHYPE SUPERSTAR“, ed è per questo che un lavoro del genere – almeno, sulla carta – non può che essere anti-hype. Ma quanto è umiliante, questa condizione di eterni impigriti, di assonati endemici e dormienti per hobby che ci rende, come direbbe Freak Antoni, un “pubblico di merda”, capace solo a farsi sfamare dalle briciole che, come ai cani, lancia il mercato discografico? Quanto pesa questa inconsapevole catena di essere noi gli interlocutori di una musica che diventa sotto-stimolante perché pensata e prodotta per individui sotto-stimolati come noi, capaci di farci anche convincere dal CEO di Spotify che gli unici artisti veri siano quelli che sfornano un brano al mese, e in grado di dare in pasto tutto il nostro libero arbitrio alla ghigliottina della riproduzione casuale?

Ecco, di fronte a tutto questo Sabia prende la via dell’ascesi e se ne batte il cosidetto: il risultato è un disco maturo, che alterna momenti di grande radiofonicità (sì, perché Sabia è bravissimo anche ad essere mainstream) allo slancio lirico di una perla come “Lezioni di geografia”, passando per la rabbia cieca e quasi caparezziana di “Ascolta e ripeti in silenzio” con vista sulle distese dorate di “Cattivi Pensieri” e “Nelle vite degli altri”, le due vere anti-hit dell’album. Insomma, un esordio che viene da lontano e che sembra aver dichiarato la direzione dell’onestà intellettuale intrapresa da un artista che sa di dover essere il proprio sistema, per continuare a riconoscersi.

P.S. Questo articolo, per il Yoast SEO è considerato difficile da leggere. Quindi perfettamente in linea con il contenuto del disco di Angelone Sabia. Onorato di essere assolutamente anti-hype.

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