L’elogio al dubbio del primo disco di Avarello

Parlare del nuovo disco di Avarello, non è facile per nessuno. Figurarsi per uno come me che, per Peppe, ha un debole da sempre: occhio languido del malinconico per vocazione, movenze da cabaret laconico di uno che ha capito che della vita si può solo che ridere (per non piangere disperatamente) e attitudine al sogno, che non guasta mai.

Sì, perché nel 2020 (anno dell’esordio di Avarello per Revubs Dischi) e ancor più nel 2021 “sognare” è una forma di resistenza, un tentativo di sopravvivenza ai contorni abbacinanti di un incubo ad occhi aperti che sta inchiodandoci al letto di spine dei nostri “farò”, “sarò”, “potrò”. Avarello invece, che per le cose facili ha un’allergia, da quasi un anno declina quel futuro sempre meno semplice (e sempre più anteriore) delle nostre promesse ad un presente immediato, nella forma che gli inglesi chiamerebbero “present continuous“, utile a fotografare il processo in divenire di un progetto che ad ogni occasione si scopre un po’ di più, lasciando filtrare luce bellissima della somma delle proprie crepe.

Indigestione“, il primo singolo pubblicato in settembre, già la diceva lunga circa la poetica di un disco che, sin dal titolo, sembra proporsi come manifesto programmatico di una personalità complessa, sfaccettata e riflessiva: quel “principio di autodistruzione dell’amore” sembra in qualche modo essere la linea guida di un movimento rizomatico che non conosce linearità e che trova nell’accanimento terapeutico (anche se di terapeutico nel senso canonico, in certi pezzi, c’è ben poco: una terapia attraverso metodo Muccioli, se così possiamo dire) su sé stessi il senso del proprio svilupparsi, orizzontalmente e verticalmente.

Mentre ballo mi annoio“, infatti, resta la sinossi più efficace della vita scapestrata di un esule per scelta e necessità: un travaglio lungo anni e un figlio portato in grembo attraverso decine di città e vite diverse, per arrivare alla gestazione veloce (una manciata di mesi, dall’esordio con il primo singolo all’uscita del disco giusto una settimana fa) di un prodotto che sa di pane fresco, rigorosamente fatto in casa e privo di qualsiasi tipo di additivo utile solo a corromperne la genuinità. Allo stesso tempo, nel suo errare meditabondo Avarello sembra aver trovato qualcosa che unisce orizzontalmente tutti: sul dubbio e sul proliferare delle domande, Peppe ha impostato il senso di un metodo di ricerca esistenziale che appartiene a tutti noi, naufraghi spesso inconsapevoli nella liquidità melmosa della “società delle pressioni”.

Ecco quindi che, attraverso le sette tracce del disco, si snoda la presentazione di fotografie così fulgide e nitide dell’autore da sembrare maschere archetipiche, template di vita che starebbero benissimo anche sulla nostra: “Universo Personale” mette subito le cose in chiaro attraverso la semplicità di un’invettiva catartica a metà tra “Cyrano” e “L’Avvelenata” (in ogni caso, Guccini sorriderebbe), sostenuta solo dalla rabbia compassata di Avarello e dalla solitudine ingombrante di una chitarra liberatoria.

Attraverso “Indigestione“, diventa più comprensibile intuire il senso di autodistruzione che domina le scelte dell’individuo, e che in “Le cento cose” porta Peppe ad elencare tutte le vite sfiorate e rimaste in potenza: il rischio, è quello di diventare come “Franco“, che sono io e che sei tu, oh lettore che scruti.

Sconosciuti al bar” fa il verso (ma in chiave jazzy) a “Le passanti” con buonissima pace di De André e Brassens, mentre “Sfumare” è un inno al dubbio che sa di certezza. Che dire di “Preferirei rallentare“? Un mantra. Le piccole cose, infine, rimangono le più grandi sicurezze.

Bravo Peppe. Ora, però, non ti sedere. Abbiamo bisogno di te.

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